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EUROPA. Il libro quattrocentesco di Enea Silvio Piccolomini


giovedì 23 maggio 2024 di Nica Fiori

Argomenti: Attualità


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L’Ordine di Malta, noto in tutto il mondo per l’assistenza umanitaria e sanitaria, ha attualmente tra i suoi obbiettivi anche quello di favorire il dialogo ecumenico e interreligioso tra i popoli ed è per questo che l’Ambasciata del Sovrano Militare Ordine di Malta presso la Santa Sede ha pubblicato una nuova edizione del “De Europa” di Enea Silvio Piccolomini, nell’intento di proporre una riflessione quanto mai attuale sul futuro dell’Europa.

Enea Silvio Piccolomini, nato a Corsignano (poi Pienza) nel 1405, è forse l’intellettuale cristiano di maggior rilievo del suo tempo: letterato, erudito attento ai problemi storico-geografici, umanista e diplomatico. Con una improvvisa conversione, nel 1446, egli abbracciò lo stato ecclesiastico divenendo vescovo l’anno successivo e nel 1456 cardinale. Papa nel 1458, dopo un tempestoso conclave, scelse di chiamarsi Pio in omaggio all’eroe virgiliano del quale portava il nome, il “pius” Enea. Il suo pontificato è segnato da un ardore mistico, dalla devozione per la conterranea Caterina da Siena, da lui canonizzata, e dall’intensa attività a favore di una crociata contro i Turchi, che da pochi anni avevano conquistato Costantinopoli, e nella quale vedeva l’occasione per un rinnovato stimolo all’unità cristiana e il sogno medievale della guerra per la fede. Morì nel 1464 senza poter realizzare questa sua aspirazione. Le sue imprese principali furono affrescate dal Pinturicchio nella Biblioteca e nel Duomo di Siena.

Anche se il nome Europa fu usato in riferimento al nostro continente per la prima volta da Nicolò V, il fondatore della Biblioteca Apostolica Vaticana, fu proprio il Piccolomini a diffondere il termine in senso geografico e geo-politico grazie al suo libro “De Europa”, che era stato preceduto da “Cosmografia” e seguito dal “De Asia”.

Edito da IF Press nella collana “Sapientia ineffabilis”, il volume, stampato nell’aprile 2024, è intitolato “Europa” (238 pagine, costo16 euro) ed è curato da Don Manlio Sodi, Presidente Emerito della Pontificia Accademia di Teologia, e da Antonio Zanardi Landi, Ambasciatore del S.M. Ordine di Malta presso la Santa Sede. La copertina presenta l’immagine del celebre Mappamondo di Fra’ Mauro, databile al 1450, quindi coevo al libro, che risale agli anni 1458-1461.

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La presentazione si è svolta a Roma il 15 maggio 2024 a Casa Litta-Palazzo Orsini, con gli autorevoli interventi del Cardinale Gianfranco Ravasi, del Presidente Emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, del Gran Cancelliere del SM Ordine di Malta Riccardo Paternò di Montecupo e del Gran Maestro dell’Ordine Frà John T. Dunlap. Pur essendo un trattato di grande interesse, dal titolo sorprendentemente moderno per la sua epoca, il “De Europa” era noto solo agli studiosi in grado di leggere il latino, prima di venir tradotto in italiano per la prima volta quindici anni fa per iniziativa dell’Ambasciatore Zanardi Landi e dell’allora Monsignor Ravasi. Stampato in poche centinaia di copie, presto esaurite, venne pensato come dono del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a sua Santità Benedetto XVI, accomunati dal profondo interesse per l’Europa che nutrivano entrambi.

Il De Europa è una rassegna molto precisa e dettagliata di popoli e paesi che costituiscono la geografia dell’epoca, apparentemente senza un filo conduttore preciso. Il significato, secondo il card. Ravasi è che, malgrado le diversità evidenziate nella mappa, i popoli dell’Europa hanno le stesse radici cristiane e la casa comune di questi popoli è la Chiesa, che ovviamente ha un suo signore, il papa.

La sua idea di comunanza nasce dall’incubo di quel periodo, l’avanzata turca che Enea Silvio Piccolomini sente come un grande dramma. Significativa è la descrizione della conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II nel 1453: “La chiesa di Santa Sofia, monumento dell’imperatore Giustiniano famoso in tutto il mondo, al quale non è possibile paragonare nessun altro, fu spogliata degli arredi sacri e aperta a tutte le ignominie: le ossa dei martiri, e in quella città ve n’erano di preziosissime, furono gettate ai cani e ai maiali; le immagini dei santi furono lordate con il sangue o distrutte con le spade; gli altari furono divelti; le chiese furono trasformate in postriboli di meretrici e stalle per i cavalli”. Andando avanti il cardinale Enea Silvio dichiara di vergognarsi nel parlare del disonore tributato ai cristiani e si augura che “un giorno, forse prima della mia morte ci sarà chi vendicherà una tale ignominia compiuta contro il nostro Salvatore”.

Del resto per lui i Turchi, che “alcuni cadono nell’errore di chiamarli Teucri”, sono in realtà un popolo “scitico e barbarico”. Rifacendosi al filosofo Etico, vengono descritti come “un popolo truculento, svergognato e fornicatore in tutti i generi di incesto e adulterio …”. Un popolo che, già violento di suo, appagò nella lotta per la religione islamica la sua sete di conquista. Ricordiamo che Costantinopoli, la straordinaria città posta tra due continenti che ora si chiama Istanbul (e prima ancora Bisanzio), è una città dall’aspetto decisamente islamico, ma la maggior parte delle moschee ricalcano la struttura architettonica di Santa Sofia, che pure è stata trasformata in moschea con l’aggiunta dei minareti. È proprio da lì che parte il confine dell’Europa, il cui nome è quello della mitica principessa di Tiro, amata da Zeus, che la trasportò sotto forma di un toro bianco a Creta. Dall’unione con Zeus nacquero Minosse e altri figli che furono adottati dal re di Creta Asterio, quando lui sposò Europa.

Partendo dall’Ungheria e dalla Boemia, dove il grande protettore di Enea Silvio, Federico III, era coinvolto in vicende piuttosto ardue, il cardinale Piccolomini prosegue descrivendo i vari paesi della penisola balcanica (tra cui la Macedonia, la Grecia, l’Albania, l’Illiria, la Croazia ecc.), continua poi con la Carinzia, la Stiria, l’Austria, la Moravia, la Slesia, la Polonia, la Lituania e poi con le varie regioni europee, dalle germaniche alle scandinave. Il nome della Danimarca, detta all’epoca Dania o anche Dacia, ci sorprende perché la Dacia è il nome generalmente dato all’attuale Romania. Ovviamente non vengono trascurate dall’autore la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda, quindi i paesi della penisola Iberica (Spagna, Castiglia, Portogallo) per giungere finalmente all’Italia, dal Nord al Centro (Genova, Milano, Venezia, Mantova, (…) Viterbo). La parte VIII del volume è dedicata ai Territori della Chiesa, a partire da Roma, dove presenta le vicende dei papi Eugenio IV, Niccolò V, Callisto III, il pontefice che lo creò cardinale: “Dopo avermi inserito nell’ordine dei cardinali, mi affidò, dietro richiesta dei canonici, anche la chiesa di Varmia, situata presso il mar Baltico fra i Sarmati; non ho ancora potuto prenderne possesso a causa delle crudeli e atrocissime guerre che infuriano in quella regione”.

Questo è solo uno dei diversi passi che riguardano direttamente l’Autore, che più volte ci fa sapere della sua persona, a partire dall’introduzione, quando dichiara che sono la gotta e l’artrite che lo costringono a dedicarsi all’otium, non potendo più muoversi come un tempo. Ma l’otium così come lo concepivano i Romani, è in realtà l’attività intellettuale, che si contrappone a quella politica.

Dopo la descrizione dei vari territori della chiesa con i loro protagonisti, il volume termina con il regno di Napoli e le imprese di Alfonso d’Aragona nel contesto napoletano.

Indubbiamente la lettura del libro offre una lezione di storia e di vita, il cui realismo permette di cogliere un’infinità di aspetti che caratterizzano l’animo umano da sempre.

 

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