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PASQUA: ALCUNE CURIOSITA’ SULLA FESTA


venerdì 29 marzo 2024 di Nica Fiori

Argomenti: Celebrazioni/Anniversari


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La Pasqua è la festa cristiana per eccellenza, ma si ricollega all’antichissima festa del Pesach, che ancora oggi per gli Ebrei ricorda l’esodo e la liberazione dalla schiavitù in Egitto

Le celebrazioni della festa ebraica hanno inizio la sera del 14° giorno del mese di Nisan, coincidente con il primo plenilunio di primavera. È da vedere in ciò un richiamo ai riti primordiali con i quali i pastori semiti festeggiavano il rinnovamento del cosmo a primavera, sacrificando i primi nati di ogni gregge e mangiandone la carne in un pasto rituale.

Non a caso Cristo morì in occasione del Pesach, in quanto vero agnello sacrificale, secondo le parole pronunciate da San Giovanni Battista durante il Battesimo di Gesù nel Giordano: "Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo".

I cristiani, come gli Ebrei, sono liberati dalla schiavitù spirituale mediante il sangue dell’Agnello, come afferma San Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Ma, diversamente dall’agnello ebraico, Cristo risorge dalla morte. La Resurrezione - insieme con l’Incarnazione del Verbo - è il mistero divino che offre agli uomini la salvezza dai peccati, donando loro una nuova Vita mediante il Battesimo (da qui l’usanza di battezzare i catecumeni alla vigilia di Pasqua). Il linguaggio può sembrare simile a quello delle religioni misteriche del mondo greco-romano, con cui il cristianesimo primitivo è venuto a contatto, ma in realtà le somiglianze sono solo superficiali.

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Per i primi cristiani ogni domenica era Pasqua. Solo dopo accese controversie si arrivò alla decisione di festeggiare solamente la domenica della Resurrezione, ma la sua data continuò a variare per l’uso di diversi calendari nelle numerose Chiese d’Oriente e d’Occidente. Basti pensare che l’equinozio di primavera a Roma cadeva il 25 marzo, ad Alessandria d’Egitto il 21. Alla fine il Concilio di Nicea (325 d.C.) ne fissò la data al 21 marzo e, da allora, la Pasqua ha sempre coinciso con la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera.

L’antico equinozio primaverile divenne, invece, la festa dell’Annunciazione, una festività che ha voluto cancellare antichi riti pagani legati al calendario astronomico. Quando il 25 dicembre (antico solstizio d’inverno, sacro al dio Mitra) divenne il Natale di Cristo, calcolando a ritroso i nove mesi della gestazione della Vergine Maria, si è deciso di fissare al 25 marzo l’Annunciazione. Oltre al culto di Mitra, una divinità di origine indo-iranica che si affermò nel mondo romano tra il I e il III secolo d.C., parallelamente al primo cristianesimo, ricordiamo anche che, nel periodo dell’equinozio di primavera si festeggiavano a Roma i misteri di Cibele, la Madre degli dei di origine anatolica, il cui nero simulacro era stato trasportato da Pessinunte nel 204 a.C. nel corso della II guerra punica e collocato in un tempio sul Palatino.

I misteri culminavano con la rievocazione della morte e della resurrezione di Attis, un dio frigio della vegetazione strettamente associato alla dea. Secondo una versione del mito, Attis fanciullo era stato esposto sulle rive del fiume Sangario, dove fu scoperto da Cibele, che si innamorò perdutamente di lui. Quando in seguito il giovane decise di sposarsi con una donna, la dea, colta da terribile gelosia, lo fece impazzire spingendolo a evirarsi il giorno stesso delle nozze. Il giovane morì dissanguato, ma Cibele, pentita, ottenne da Zeus la sua resurrezione.

La festa della resurrezione di Attis cadeva proprio il 25 marzo, data che, come evidenzia Alfredo Cattabiani nel suo “Calendario”, corrisponde non a caso all’Annunciazione di Cristo, in quanto “prelude alla sua Passione, Morte e Resurrezione”.

Nei primi secoli del cristianesimo, anche sull’origine della parola Pasqua le divergenze erano notevoli. Origene nel III secolo aveva corretto il significato corrente del termine latino Pascha, inteso come passione, in quello di "passaggio" (chiaramente, passaggio alla terra promessa), dall’ebraico Pesach. Sant’Agostino, fondendo i due significati, interpretò la Pasqua come il passaggio del Signore che attraverso la Passione giunge alla Vita eterna, conducendovi pure tutti i credenti. Così come il Sole all’equinozio è crocifisso nel punto equinoziale per risorgere nella parte superiore dello zodiaco, Cristo viene messo in croce al centro del cosmo per risorgere e salire al cielo. Il passaggio alla vita eterna è simboleggiato nella “Via Crucis” del venerdì santo, un itinerario spirituale che ripercorre i momenti salienti della Passione lungo la Via dolorosa a Gerusalemme. Notissima è la “Via Crucis” che il papa ogni anno celebra al Colosseo.

La prima fu celebrata nell’Anno Santo 1750 da Benedetto XIV, che aveva santificato l’Anfiteatro Flavio perché all’epoca si riteneva - a torto - che fosse stato bagnato dal sangue dei martiri cristiani. Con l’Unità d’Italia si perse la tradizione, finché Giovanni XXIII decise di riportare il rito nell’anfiteatro Flavio nel 1959, ma solo per quell’anno. La tradizione costante del rito del Venerdì Santo fu ripresa nel 1965 da Paolo VI e nel 1977 per la prima volta venne trasmessa in mondovisione.

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Tra le curiosità romane mi piace ricordare la cosiddetta “colonna infame”, posta in piazza di San Bartolomeo all’Isola Tiberina: si tratta di una guglia marmorea ottocentesca con quattro nicchie che ospitano altrettanti santi e una cuspide coronata da una croce. In un periodo in cui veniva esercitato il controllo sull’adempimento del “precetto pasquale”, ovvero l’obbligo di confessarsi e comunicarsi nel periodo di Pasqua, chi non poteva dimostrare di averlo fatto (mediante un’apposita cedola), veniva bandito dalle chiese e il suo nome il 24 agosto era inserito in un tabellone posto sulla colonna. Tra gli inadempienti si ricorda, nell’anno 1834, il celebre incisore Bartolomeo Pinelli, che si lamentò con il parroco della chiesa perché era stato definito “miniatore”.

A Roma, oltre agli aspetti propriamente spirituali, la festività ha sempre rappresentato l’occasione per far baldoria, come ben esprimeva Giuseppe Gioacchino Belli nel suo sonetto del 1835 “La Santa Pasqua”: “(…) Cristo è risuscitato: alegramente! / In sta giornata nunz’abbadi a spese / e nun ze penzi a guai un accidente. / Brodetto, ova, salame, zuppa ingresa, / carciofi, granelli e ‘r rimanente, tutto a la groria de la Santa Chiesa.”

Ovviamente, oggi come allora, non possono mancare i dolci simbolici per festeggiare degnamente la domenica di Resurrezione, che è stata anche chiamata Pasqua d’Uovo, perché un tempo venivano regalate e mangiate uova sode decorate, benedette in chiesa il sabato santo. Quest’usanza è rimasta in parte nelle focacce pasquali adorne di uova e nelle commerciali uova di cioccolato. L’uovo, del resto, è simbolo di nascita e di resurrezione. Nei miti di diverse culture si narra di un uovo cosmico da cui sarebbe nato il mondo. L’uovo rappresenta il tutto, dal quale ha origine il creato ed è segno di fertilità.

Il dono dell’uovo è probabilmente legato alla rinascita della natura in primavera, mentre l’uso di regalare delle uova in materiale pregiato e di nascondere al suo interno una sorpresa si diffuse a partire dal Rinascimento ed ebbe particolare successo in Francia. Nel XVIII secolo Luigi XV donò alla sua favorita Jeanne du Barry un grande uovo decorato che conteneva una statuina di Cupido in oro. Soltanto in epoca più recente, con la diffusione del cacao, qualche sconosciuto ma accorto pasticciere ha pensato bene di accontentare i golosi creando le uova di cioccolato.

Il dolce a forma di colomba, che pure si mangia a Pasqua, è di origine più recente, perché fu commercializzato per la prima volta a Milano negli anni Trenta del Novecento. La colomba potrebbe simboleggiare il Cristo. Già nel III secolo Tertulliano affermava: "La colomba è solita indicare il Cristo" e Prudenzio, nel V, a sua volta, scriveva: "O Cristo, tu sei per me la potente colomba che vince l’uccello gonfio di sangue". Nelle catacombe cristiane si ritrova l’immagine di una colomba su un calice, adorata da altri animali. Può essere interpretata come Gesù che offre l’Eucarestia ai fedeli. Ma il dolce pasquale potrebbe anche essere la raffigurazione simbolica dello Spirito Santo che discende sugli uomini dopo il sacrificio di Cristo.

 

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