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WORLD PRESS PHOTO EXHIBITION 2024

La mostra al PalaExpo di Roma
venerdì 10 maggio 2024 di Nica Fiori

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Un grande fermento artistico dal taglio internazionale caratterizza attualmente il Palazzo delle Esposizioni di Roma, che il 6 maggio ha inaugurato il Festival delle Accademie e degli Istituti di Cultura stranieri a Roma (alcuni presenti nell’Urbe già dal XVII secolo, come l’Accademia di Francia) e, a soli due giorni di distanza, la mostra fotografica “World Press Photo 2024”, visitabile dal 9 maggio al 9 giugno 2024.

La fotografia è indubbiamente un’invenzione straordinaria, uno strumento di comunicazione universale che consente di raccontare un evento in un secondo. Tutti noi, grazie agli attuali smartphone, ci sentiamo oggi un po’ fotografi, ma non possiamo certo paragonarci ai fotoreporter che girano il mondo documentando l’attualità del momento e provocando con i loro scatti emozioni profonde.

L’importante esposizione romana, ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, presenta in anteprima nazionale le foto vincitrici del prestigioso concorso di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale. I lavori premiati raccontano alcune delle più urgenti problematiche attuali: dai conflitti devastanti ai disordini politici, dalla crisi climatica ai passaggi di migranti.

Nel raccogliere e mostrare al pubblico queste storie importanti, la rassegna vuole incoraggiare una maggiore comprensione e consapevolezza degli eventi che avvengono nei vari continenti, e allo stesso tempo ricordare l’importanza della libertà di stampa in tutto il mondo, che è tutt’altro che scontata, visto che negli ultimi vent’anni sono stati uccisi 1600 giornalisti, con una media di 80 all’anno. Quest’anno la situazione è peggiorata, perché, nell’ambito della guerra tra Israele e Hamas, fino al 4 marzo 2024 sono stati uccisi 94 giornalisti e persone che lavorano per i mass media, rendendo ufficialmente questa guerra una delle guerre più mortali per chi si occupa dell’informazione.

Rispetto alle edizioni precedenti, negli scatti del 2024 troviamo forse meno violenza e aggressione visiva, ma, anche se in maniera più soft, ci spingono comunque alla riflessione. Alcune immagini si allontanano dalla fotografia tradizionale, in particolare nella categoria “open format”, che si apre a nuovi linguaggi multimediali, anche pittorici, come nel caso di “Un luogo perduto”, ovvero le fotografie dell’australiana Aletheia Casey, che racconta i devastanti incendi nel suo Paese negli anni 2019-20, roghi che son destinati a ripetersi man mano che la Terra continua a riscaldarsi.

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I nomi dei quattro vincitori globali dell’edizione 2024, selezionati tra i 24 vincitori regionali, sono stati annunciati il 18 aprile attraverso i canali online della fondazione; per questa 67a edizione, le giurie globali e regionali formate da esperti internazionali hanno esaminato 61.062 fotografie e progetti inviati da 3.851 fotografi di 130 Paesi.

A vincere il World Press Photo dell’anno è stato il palestinese Mohammed Salem con la foto “Una donna palestinese stringe il corpo di sua nipote”. Scattata il 17 ottobre 2023 nell’obitorio dell’ospedale Nasser, l’immagine ritrae una donna palestinese di 36 anni, mentre culla il corpo della nipotina di 5 anni, rimasta uccisa, insieme ad altri quattro membri della famiglia, quando un missile israeliano colpì la loro casa a Khan Younis, Gaza. Mohammed Salem descrive questa foto come un “momento forte e triste che riassume il significato più ampio di quanto stava accadendo nella Striscia di Gaza”. La giuria ha sottolineato come l’immagine sia stata composta con cura e rispetto, offrendo allo stesso tempo uno sguardo metaforico e letterale su una “perdita inimmaginabile”.

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L’immagine, molto plastica, sembra quasi una “Pietà” michelangiolesca e trasmette silenziosamente, più che con le urla, il dolore per la morte di una vittima innocente. Secondo un detto orientale, “anche i luoghi hanno un’anima”. È significativo, pertanto, il fatto che sia stato proprio un palestinese a realizzare questa foto e non un reporter occidentale, che, nel raccontare un paese da lui conosciuto solo superficialmente, non ne avrebbe percepito l’anima.

Non legata alla guerra, ma al terribile terremoto che ha colpito il sud della Turchia il 7 febbraio 2023 è la fotografia “Il dolore di un padre” del turco Adem Altan. Raffigura un padre che tiene la mano della figlia di 15 anni, uccisa mentre dormiva dal crollo della casa di sua nonna, causato dalla terribile scossa di magnitudo 7,8. Il terrore per la situazione di quel padre, che si rifiutava di lasciare sua figlia sepolta sotto le macerie, ha particolarmente emozionato la giuria. Essa ha ritenuto che l’immagine ritraesse la tragedia e allo stesso tempo mettesse in risalto le conseguenze associate al disastro naturale e alla corruzione, perché molte morti si sarebbero evitate, se soltanto le case fossero state costruite rispettando i criteri edilizi e non nel pieno abusivismo.

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Il premio World Press Photo Story of the Year è stato assegnato alla fotografa Lee-Ann Olwage di Geo per il progetto “Valim-babena”, realizzato in Madagascar. Gli scatti documentano la vita di un uomo di 91 anni, Dada Paul, che convive con la demenza da 11 anni ed è assistito da sua figlia Fara di 41 anni. In quella grande isola africana, la mancanza di sensibilizzazione del pubblico riguardo la demenza fa sì che le persone che mostrano sintomi di perdita di memoria siano spesso stigmatizzate. La storia di Fara e Dada Paul ben rappresenta il principio del “valim-babena”: il dovere dei figli adulti di aiutare i propri genitori. In malgascio è considerata come un’espressione d’amore, la restituzione di un debito morale per la cura che i genitori dedicano alla crescita dei figli.

Alejandro Cegarra, del The New York Times/Bloomberg, si è aggiudicato il premio World Press Photo Long-Term Project con il lavoro “I due muri”. Dal 2019, il Messico si è trasformato da un Paese che accoglieva migranti e richiedenti asilo al confine meridionale a un Paese che applica rigide politiche di immigrazione molto simili a quelle degli Stati Uniti. L’immigrazione e le politiche estere adottate dalle diverse amministrazioni statunitensi, i protocolli COVID-19 e i tumulti politici ed economici nel Centro e Sud America concorrono alla crisi in atto ai confini del Messico. Questi elementi espongono le famiglie di migranti nelle città di confine a violenza, a corruzione e condizioni precarie. Forte della propria esperienza di migrazione dal Venezuela al Messico nel 2017, il fotografo venezuelano Alejandro Cegarra ha avviato questo progetto nel 2018 per documentare la situazione di queste comunità di migranti profondamente vulnerabili e mettere in luce, con rispetto e sensibilità, la loro resilienza.

Il World Press Photo Open Format Award è andato all’ucraina Julia Kochetova con “La guerra è intima”, un’opera che intreccia immagini fotografiche con poesia, clip audio e musica. Questa fotografa ha realizzato un sito web che unisce il fotogiornalismo con lo stile documentaristico di un diario personale, per mostrare al mondo l’esperienza di vivere con la guerra come realtà quotidiana. Il progetto offre non solo uno scorcio intimo sulla vita sotto assedio, ma anche uno sguardo più profondo su come la guerra viene elaborata e su come la tragedia, il dolore e il trauma possano diventare esperienze da condividere oltre i confini.

Info: www.palazzoesposizioni.it

 

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