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UN CLIENTE D’ALTRI TEMPI

SCHEGGE DI VITA
mercoledì 1 maggio 2024 di Michela Orefice

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Dal portone aperto al mondo, in un giorno afoso dell’estate del 1982, si era affacciato nel grande cortile di nonna Luciana un uomo smunto, dal viso corrugato e annerito dal solleone, la barba incolta e le labbra arse.

Era piegato e affaticato sotto il peso di una cassa, una sorta di scatola di legno gigante messa a tracolle, che dava l’idea di essere molto pesante.

Avevo smesso subito di giocare con gli amici del vicinato perché incuriosita ed impietosita da quell’esile figura. Dopo un timido saluto alla nonna, Salvatore si era seduto sullo sterrato del cortile, spalle al muro e cassa a terra, aspettando che gli portassero il bicchiere di vino rosso fresco di cantina che aveva ordinato. Aveva pochi spiccioli in tasca, vestiti sdruciti e logori, scarpe che avevano camminato a lungo.

Da quel giorno divenne cliente abituale ed elesse il cortile di nonna a luogo di riposo e ristoro.

Il bicchiere di vino “sudato” per condensa, arrivava ogni volta accompagnato da una merenda, fatta di pane fresco e salame casereccio: offriva la casa. Salvatore era un uomo dignitoso, che non approfittava mai della generosità altrui e ricambiava con il suo poco, che però era tutto quello che aveva.

Era uno “shoe shiner” come dicevano i newyorchesi, a Napoli uno “sciuscià”, termine coniato dagli scugnizzi lustrascarpe al tempo dell’occupazione degli Americani, durante il secondo conflitto mondiale. Mi sembrava incredibile che negli anni Ottanta, quelli delle sneakers per intenderci, potesse ancora esistere quel mestiere così antico.

Finito il vino e il frugale pranzo, apriva la scatola di legno e sistemava gli oggetti al suo interno: spazzole spandi lucido, anilina nera e marrone, stracci di velluto, lucido e spugnette.

La scoperta di quel mestiere aveva suscitato in me l’interesse per le scarpe che indossava la gente per strada. Dovevo sapere se ci fosse un target, così nei giorni che seguirono, la mia attenzione si concentrò sulle scarpe di clienti, parenti e passanti. Per la maggior parte, indossavano calzature di poco pregio, non meritevoli della lucidatura ad opera di Salvatore. Molte scarpe neppure si prestavano alla procedura, essendo realizzate in nylon o poliuretano termoplastico, ragion per cui conclusi che per il povero lustrascarpe i tempi erano davvero duri.

A segnare marcatamente quel viso erano sicuramente gli stenti, ma non solo. Desideravo saperne di più e così chiesi a nonna Luciana di raccontarmi la storia di Salvatore.

Era un marinaio originario dell’isola di Ischia, comune di Forio, marito e padre di due figli. Successe, però, che le malelingue iniziarono a far circolare voci sull’infedeltà di sua moglie, che insinuarono il dubbio nella mente di Salvatore. Fu così che un giorno finse di andare a lavoro e si nascose nel sottoscala del seminterrato, in attesa. Sentì i ragazzi uscire per andare a scuola: Eleonora, sua moglie, era sola in casa.

Dopo poco, un passo sconosciuto prese le scale e si sentì bussare leggermente alla sua porta, che si aprì decisa per accogliere il visitatore. Poteva bastare come prova? Sarebbe voluto entrare e farsi giustizia, riscattare il suo onore e la rispettabilità, ma significava commettere un crimine. La sua esitazione, con l’animo in tumulto, era quella del giovane Raskòl’nikov di Dostoevskij, immobilizzato nel vano scala davanti alla porta dell’usuraia, prima di ucciderla. L’epilogo della vicenda fu fortunatamente diverso, perché Salvatore risalì le scale e si mise a sedere sugli ultimi due gradini della rampa che portava al piano superiore, di fronte alla porta di casa, intenzionato ad affrontare i due amanti. Scelse quel luogo consapevole del fatto che la possibilità che passasse qualcuno, un potenziale testimone, avrebbe frenato il pericoloso impeto giustizialista. Lo sconosciuto uscì salutato affettuosamente da una scompigliata Eleonora. La visione di Salvatore li colse sorpresi e impreparati: uno si diede alla fuga, l’altra rimase impietrita sulla porta.

Ferito nell’onore, umiliato e sfiduciato, lasciò la casa coniugale, i figli e il lavoro. Salutò la sua isola e si trasferì ad Afragola per vivere nel più totale anonimato, dato che nessuno poteva sapere dell’oltraggio subito. Proprio come Mattia Pascal, Salvatore rinunciò alla sua identità collettiva, seppellì il marinaio, il padre e il marito. Ripiegò sul mestiere di lustrascarpe, vivendo per strada e dormendo in ricoveri di fortuna: un sottoscala, una cantina, un androne. Il ricordo e il pensiero anestetizzati dall’alcool.

Nel cortile di nonna lasciava tutte le sere la sua cassa, per tenerla in un posto sicuro e muoversi con più leggerezza.

I suoi figli, una volta cresciuti, lo avevano cercato e, trovatolo nelle difficili condizioni in cui viveva, si erano offerti di prendersi cura di lui. Tuttavia, Salvatore, dubitando perfino della paternità dei due ragazzi e temendo lo scherno e l’umiliazione, una volta tornato a Ischia dove tutti sapevano, rifiutò la loro proposta.

Non vide la fine degli straordinari anni Ottanta: morì di polmonite nel 1989 all’età di 64 anni, accasciato su un marciapiedi, spalle al muro e cassa a terra.

Foto Arton 8018

 

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