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LA GABBIA DELLE CERTEZZE

RACCONTO
mercoledì 22 maggio 2024 di Michela Orefice

Argomenti: Racconti, Romanzi


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Il terzo anno delle scuole medie volgeva al termine e l’esame finale sarebbe stato per me il primo di una lunga serie.

Nonostante il vecchiume della scuola secondaria di primo grado, mancante di interdisciplinarità ed esperienze pratiche, maleodorante di naftalina per usare una metafora olfattiva, il bilancio dei tre anni era sicuramente positivo: i risultati raggiunti avevano ampiamente superato gli sforzi. Merito del livello medio basso della classe, da un lato, e dell’attenzione che prestavo a ogni lezione dall’altro.

I professori volevano sapere esattamente ciò che avevano spiegato e questo snelliva lo studio a casa. In occasione dei colloqui del primo quadrimestre, la professoressa di matematica invitò mia madre a farmi studiare di meno. Il prevedibile stupore sul viso di quest’ultima mi divertì alquanto: studiavo molto poco a casa.

Proprio in quella primavera, la Rai decise di realizzare un servizio sugli adolescenti, attraverso interviste ai ragazzi della scuola media finalizzate a comprenderne valori e difficoltà. La nostra scuola fu tra le sorteggiate e il servizio sarebbe andato in onda su Rai 3, in seconda serata, di lì a qualche settimana. Fu scelto uno studente per ciascuna seconda e terza classe, seguendo criteri intuibili. Per la III A la scelta cadde su di me e questo scatenò l’invidia di alcuni miei compagni. Tra questi Luisa, terzogenita della signora Pupella, che sperava fortemente in una folata di popolarità.

Dal suo punto di vista inconsapevolmente calvinista, provenire da una famiglia benestante di Afragola, le dava un diritto di prelazione rispetto agli altri studenti “poveri”. Sua madre presentò le proprie rimostranze sulla questione al preside che, molto schiettamente, la licenziò dicendole che la scelta degli studenti non si basava sui dati della dichiarazione dei redditi.

Il padre di Luisa, Ettore, lavorava il marmo per farne lapidi cimiteriali: i clienti erano sicuri, sempre. Essendo poche le aziende che lavoravano nel settore e molti i clienti, i margini di profitto erano considerevoli.

Luisa vestiva sempre alla moda, con capi firmati, scarpe e accessori abbinati. Io indossavo vestiti di mia cugina, più grande di me di due anni, che non le andavano più, oltre a capi modesti acquistati da mia madre al mercatino locale. Lo stesso valeva per buona parte delle mie compagne di classe. Le sfilate prêt à porter di Luisa a scuola, suscitavano in tutte noi sensazioni di disagio e inadeguatezza, mitigate, almeno in parte, dalle sue rotondità e dalla piccola statura che non rendevano giustizia a ciò che indossava.

Quello delle sfilate era un rituale di famiglia, dato che la signora Pupella faceva altrettanto a casa di nonna Luciana quando veniva a comprare il pane, specificando anche il prezzo del capo che indossava. Ai miei occhi un amaro trade-off tra una vita agiata e la tolleranza dei maltrattamenti del marito Ettore, maschilista e donnaiolo inguaribile. Un’esaltazione degli agi per far pendere la bilancia delle scelte dal lato giusto.

Una primaverile domenica mattina, mentre giocavo nel cortile, vidi arrivare la signora Pupella di corsa, scalza e in camicia da notte. Gli occhi umidi di pianto, il viso segnato da uno schiaffo e la voce tremante. Fu subito accolta e consolata dalla nonna, a cui non servirono spiegazioni, mentre dalle porte finestra del primo piano di fronte, si sentiva Ettore imprecare contro i quattro figli che piangevano impauriti. Non era il primo né sarebbe stato l’ultimo episodio. Le motivazioni ricorrenti erano i tradimenti malcelati di lui, autorizzati ufficialmente dalla natura in quanto maschio. Pertanto, non doveva neppure preoccuparsi delle tracce che lasciava in giro.

Un mozzicone sporco di rossetto nel portacenere della macchina, macchie di make-up sul colletto della camicia o biglietti romantici scatenavano il risentimento di Pupella che, nonostante fosse consapevole del rischio a cui andava incontro, si ribellava animosamente ai tradimenti del marito. Le percosse non erano proporzionate alla piccola statura di lei, ma neppure al suo coraggio. Dopo le urla, il silenzio e i singhiozzi in sottofondo.

L’unica via di uscita passava per l’indipendenza economica, ma senza un titolo di studio spendibile e con l’ultimo figlio ancora molto piccolo, non era facilmente percorribile. A scoraggiare ulteriormente la signora Pupella era lo spettro della povertà, vissuta con la sua famiglia di origine e dalla quale era scappata, molto giovane, sposando l’aitante Ettore. Prima di cinque figli, era nata in un basso dei quartieri spagnoli poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando Napoli era in fase di ricostruzione dopo i pesanti bombardamenti delle forze alleate. La fame era dilagante.

Separarsi dal marito avrebbe significato rinunciare al tenore di vita a cui si era agevolmente abituata, dopo l’addio al nubilato e alla città. Avrebbe dovuto tirare su da sola i quattro figli, perché Ettore sicuramente avrebbe approfittato della separazione per condurre un’esistenza ancor più libertina. Infine, avrebbe minato la sua identità collettiva e quindi il senso di appartenenza sociale, rischiando l’emarginazione.

Suo malgrado, decise di restare nel matrimonio concentrandosi sui figli e disamorandosi gradualmente del marito. Le certezze, molto spesso, sono trappole rassicuranti. Flavio, il secondogenito, nelle occasioni in cui aveva cercato di difendere la madre, aveva ricevuto lo stesso trattamento. Troppo alto e forte il padre per tenergli testa. Diventato adolescente, iniziò a fare uso di sostanze stupefacenti. Finirono le liti per le scappatelle di Ettore e iniziarono quelle, altrettanto furibonde, tra Flavio e suo padre. Un giorno venne sfiorata la tragedia quando Ettore, dal balcone di casa, uscì col fucile da caccia intenzionato a sparare a suo figlio, mentre montava in moto per andare a procurarsi la roba.

Le urla imploranti della signora Pupella scossero l’intero vicinato, che si riversò in strada per dissuadere Ettore dal compiere un atto così estremo. Passarono gli anni e i ragazzi si sposarono e misero su famiglia, ad eccezione di Luisa.

La signora Pupella visse a lungo nella condizione di impotenza e disperazione delle madri di figli tossicodipendenti. A nulla valsero le preghiere, i viaggi a Lourdes e i tentativi di inserirlo in una comunità di recupero. Tuttavia, il destino trova le sue soluzioni, più o meno condivisibili. La signora Pupella si ammalò di carcinoma renale e appena sessantenne si spense, non prima però di fare un’ultima richiesta al figlio Flavio: la promessa che ne sarebbe venuto fuori.

Promessa non mantenuta.

 

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