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ASOCIALSCENTI

Settecentomila adolescenti, secondo la fonte ANSA, sono dipendenti da web, social e videogame.
lunedì 24 giugno 2024 di Michela Orefice

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Trascorrono buona parte del loro tempo nella penombra delle proprie camere, col pavimento impraticabile perché coperto da indumenti sparsi, scarpe, zaino, incarti di snack e bottiglie di plastica vuote. Le superfici degli arredi ingombre di fazzoletti, borsette, spiccioli, bracciali, elastici per capelli, occhiali da sole, sigarette elettroniche.

Languono su un letto disfatto da giorni, con l’inseparabile cellulare, prolungamento naturale degli arti superiori. Scorrono mini video su tik tok per ore: nessun nesso logico o messaggio costruttivo, minima attività cerebrale. Postano continuamente foto e video, per il bisogno di urlare al mondo virtuale che esistono, che spendono e spandono in una gara di apparenza da vincere con like e follower.

La vista della realtà che li circonda non è mediata dagli occhiali, da vista o da sole, ma dal cellulare. Attraverso i social si diffonde la filosofia del vuoto, si praticano la terapia di appiattimento cerebrale e la strategia di omologazione ovina, la manipolazione spicciola ed efficace, si celebrano la mediocrità e l’individualismo spinto. Il film-documentario “The social dilemma” di Jeff Orlowski evidenzia in maniera inquietante e realistica gli effetti nocivi dei social, relativamente alla dipendenza e al condizionamento psicologici, soprattutto sugli adolescenti.

Nel docufilm sono gli stessi addetti ai lavori, cioè informatici ex dipendenti di grandi multinazionali della Silicon Valley, a condannare i social senza possibilità di appello e a dichiarare di averne vietato l’utilizzo ai propri figli. “The social dilemma” dovrebbe essere inserito nel programma scolastico della scuola secondaria di II grado, la sua visione diventare un obbligo di legge per i genitori dei pre-adolescenti. Al contrario, sono stati istituiti corsi di laurea per diventare influencer sui social; corsi per Social Media Manager e comunicazione digitale, al fine di ottimizzare la presenza online sui principali social network.

Di pari passo proliferano master e corsi universitari sulle nuove forme di dipendenza dai social media e da Internet.

A fare da background musicale dei social è la trap music. Un genere diffusosi nelle periferie di Milano e incentrato monotonamente sugli stessi temi: uso di droghe; lusso; sesso libero fine a se stesso; ascesa sociale di ragazzi disagiati, italiani o stranieri (self-made men); galera per spaccio o associazione a gang armate. Si tratta di stereotipi creati a tavolino dagli strateghi del marketing, vere e proprie macchine per fare soldi ideate a misura di un target sempre più alla deriva, perché al timone non ci sono più valori. Pensare che nel 1957 la canzone “Resta cu’mme” di Modugno fu censurata dalla RAI per il verso "Nun me ’mporta d’o passato, nun me ’mporta ’e chi t’avuto...", in contrasto con la predominante morale cattolica che voleva la donna vergine.

Ancora più recente la censura del 1983 nella canzone “Bollicine” di Vasco Rossi: la frase “… e si fa le pere” trasformata in “…e mangia le pere”. Canzoni che resteranno nella memoria e nella storia della musica italiana, come parte integrante della nostra cultura di quel tempo. Tra dieci anni chi ricorderà il brano “Slatt” di Rondo da Sosa? Le scommesse sono aperte. Leggere, scrivere, vedere un film d’autore, assistere a uno spettacolo teatrale, visitare un museo o un monumento sono tutte attività da “sfigati” o da “boomer”, che dir si voglia. Troppo stressanti e impegnative per una mente sempre più semplice, abituata a pensare il meno possibile, a dimenticare velocemente, ad ascoltare musica trap e ad immagazzinare sempre meno “inutile” sapere.

La spiegazione solita è che si tratti di evoluzione sociale e dei costumi o fisiologico cambiamento della scala dei valori. L’impressione è che si tratti, invece, di una involuzione partendo semplicemente dall’etimologia del termine “evoluzione” contenuta nel dizionario Treccani, secondo cui l’evoluzione “in campo storico e sociologico, è lo svolgimento graduale della società verso forme più progredite di vita e di cultura”... Quanto alla scala di valori, si è ridotta ormai a un binario senza pioli. L’amico è poco presente fisicamente, gioca online con la play station, non condivide il vissuto quotidiano e non dà un abbraccio in un momento difficile. É quello (s)conosciuto sui social, follower generoso e dispensatore di “like”. L’amore, come l’amicizia, è un bene fungibile a breve scadenza ed entrambi veicolano emozioni, stati d’animo e bisogni attraverso gli asettici e amimici canali della messaggistica istantanea, delle emoticon e dei meme.

Le aspirazioni di realizzazione personale e professionale si possono ermeticamente riassumere nella massima amorale: divertimento e ricchezza gratuiti.

E il divertimento, per molti adolescenti, è quello dei drughi di “Arancia meccanica”, un film che nonostante i suoi oltre cinquant’anni, sorprende ancora per la sua attualità. Uso di sostanze stupefacenti, risse tra bande, violenza sulle donne, clochard malmenati, automobili danneggiate durante la notte, negozi presi d’assalto, ecc.

La conquista frutto del sacrificio, pure predicata da molti genitori, subisce la sopraffazione di tanti influencer e youtuber di successo, che sono la dimostrazione vivente dell’inutilità dello studio e del merito ai fini della realizzazione personale. Il messaggio che passa agli adolescenti è quello del guadagno facile, che richiede un uso limitato del cervello. Basti pensare al sito OnlyFans, dove gli utenti possono caricare e vendere foro, video e chat ai loro fan previo abbonamento. Una forma di prostituzione soft legalizzata, che può valere l’indipendenza economica già a 18 anni!

D’altro canto, anche i modelli di riferimento attuali, in molti ambiti, riflettono la maggiore superficialità e la poca etica dei tempi: Michelle Hunziker vs Elettra Lamborghini; Coco Chanel vs Chiara Ferragni; Adriano Olivetti vs Silvio Berlusconi; J-Ax vs Sfera Ebbasta e così via.

I nostri ragazzi vanno messi in guardia dalle insidie dei social, che ne influenzano fortemente le scelte dando loro l’illusione di poterle compiere liberamente, quando in realtà, per usare una metafora, la vetrina è preallestita con capi scelti da qualcun altro. Alla fine si ritrovano vestiti tutti allo stesso modo, a discapito dell’originalità di ciascuno, ma soprattutto del libero arbitrio.

 

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