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IL MONDO FLUTTUANTE

l’arte dell’Ukiyoe rivela la società giapponese dell’epoca Edo
mercoledì 21 febbraio 2024 di Roberto Benatti

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Dal 20 febbraio al 23 giugno al Museo di Roma a Palazzo Braschi in mostra centocinquanta capolavori dell’arte giapponese tra il Seicento e l’Ottocento

Il Museo di Roma, situato a Palazzo Braschi, si apre al pubblico con una straordinaria mostra che offre una visione affascinante del Giappone dell’epoca Edo. Dal 20 febbraio al 23 giugno 2024, i visitatori avranno l’opportunità di immergersi nell’incantevole mondo fluttuante dell’Ukiyoe attraverso la mostra "Il mondo fluttuante. Ukiyoe. Visioni dal Giappone", curata da Rossella Menegazzo. Questa forma d’arte giapponese racconta la società del tempo, i suoi costumi, le sue mode e i suoi luoghi più affascinanti.

L’Ukiyoe è una forma d’arte che rappresenta una testimonianza diretta della vita quotidiana nella società giapponese. Le opere esposte nella mostra offrono una panoramica completa degli usi e dei costumi dell’epoca, dalle immagini dei celebri attori del teatro kabuki ai quartieri di piacere animati dalle cortigiane e dalle geishe. Lo spettatore può ammirare anche rappresentazioni di danza, musica e intrattenimenti di vario genere, che hanno costituito parte integrante della vita sociale dell’epoca.

Oltre alle mode e agli stili di vita, l’Ukiyoe rivela una raffinata cultura che si esprime attraverso le arti. Queste opere d’arte non solo intrattenevano il pubblico, ma servivano anche come strumento per aggirare la censura governativa. Infatti, il governo dell’epoca vietava la rappresentazione di soggetti legati alle cortigiane e agli attori. Gli artisti e gli editori, tuttavia, riuscirono a eludere questa censura nascondendo tali soggetti dietro velati insegnamenti morali e moralistici.

Il termine "Ukiyoe" è composto da tre caratteri cinesi che significano "immagini del mondo fluttuante". Questa forma d’arte si sviluppò a partire dalla seconda metà del Seicento e continuò senza interruzioni fino alla fine dell’Ottocento, adattandosi costantemente ai soggetti di moda dell’epoca. Le opere erano dipinte a pennello utilizzando inchiostro e colore su seta o carta. Gli artisti aggiungevano tocchi di bianco lucente ricavato dall’ostrica tritata, polvere di mica preziosissima, oro e argento, nonché colori sintetici importati. L’introduzione del blu di Prussia o del blu di Berlino, in sostituzione del blu lapislazzuli più costoso, rappresentò una delle innovazioni più significative nell’Ukiyoe.

La mostra presenta centocinquanta capolavori dell’arte giapponese, che va dal Seicento all’Ottocento. Tra le opere esposte ci sono rotoli da appendere e da srotolare tra le mani, così come paraventi di grande formato, dipinti a pennello su seta o carta. Inoltre, vengono mostrate stampe realizzate con matrice in legno su carta, che offrono una straordinaria policromia. Oltre ai dipinti e alle stampe, sono esposti anche strumenti musicali, giochi da tavolo e accessori del corredo maschile e femminile alla moda. Questi oggetti d’arte applicata restituiscono la realtà dell’epoca e sono stati collezionati dai primi artisti e professionisti italiani che risiedevano in Giappone alla fine dell’Ottocento. Quello che si ricava dalla mostra è una panoramica dei circa duecentocinquant’anni sotto il governo militare dei Tokugawa, un lungo periodo di pace segnato da grandi cambiamenti sociali, economici ed artistici che si chiuse con la riapertura forzata del Paese agli scambi con le potenze occidentali a partire dalla metà dell’Ottocento e la Restaurazione Meiji che riportò al centro del potere l’Imperatore.

Sono rappresentati i più importanti maestri dell’ukiyoe, oltre 30 artisti, a partire dalle prime scuole Seicentesche come la Torii fino ai nomi più noti di Kitagawa Utamaro, Katsushika Hokusai, Tōshusai Sharaku, Keisai Eisen e alla grande scuola Utagawa con Toyokuni, Toyoharu, Hiroshige, Kuniyoshi, Kunisada che rappresentò l’apice e forse anche il dissolvimento del genere quando i tempi stavano ormai cambiando.

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L’ukiyoe, una tecnica artistica importata dalla Cina, ha rivoluzionato la diffusione di immagini e libri stampati in serie nel periodo Edo del Giappone. Grazie al talento degli artisti ingaggiati, si creò un vero e proprio mercato per la produzione di stampe. Gli artisti, gli intagliatori, gli stampatori e i calligrafi lavoravano negli atelier sotto la direzione di un editore che finanziava il progetto, selezionava gli artisti e i soggetti, e metteva le opere sul mercato.

Ciò che rendeva unico l’ukiyoe erano i soggetti rappresentati, molto diversi dalla pittura aristocratica e dalle scuole classiche di Kyoto. A Edo, la classe emergente di mercanti ricchi dettava i gusti e le mode, e poteva permettersi il lusso e gli intrattenimenti. Il concetto di "Ukiyo", che solitamente indicava l’attaccamento all’illusorio mondo terreno da cui rifuggire secondo l’insegnamento buddhista, ora assumeva un significato opposto di godimento dell’attimo fugace e di tutto ciò che era alla moda.

Secondo Rossella Menegazzo, curatrice della mostra, l’ukiyoe non solo influenzò fortemente l’arte europea dei secoli successivi, ma rappresentò anche un nuovo mezzo di divulgazione di valori culturali emergenti. Le rappresentazioni di piaceri e intrattenimenti terreni celavano spesso insegnamenti, concetti morali e messaggi che sfidavano la censura governativa volta a colpire il lusso e le classi emergenti. Le opere in mostra testimoniano l’alfabetizzazione della società di Edo e l’uso delle arti come strumento educativo. Inoltre, riflettono l’apertura del Giappone all’Occidente e le relazioni speciali che il paese aveva con il Regno d’Italia, poiché le opere esposte provengono dalle collezioni di artisti e diplomatici italiani che viaggiarono e risiedettero in Giappone nell’Ottocento.

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La mostra esplora la rappresentazione della bellezza femminile (bijin) come mezzo per diffondere mode, valori educativi e morali. Le opere degli artisti come Utagawa Toyoharu e Kitagawa Utamaro mostrano donne coinvolte in attività artistiche come pittura, calligrafia, giochi da tavolo, poesia e musica, considerate importanti per l’educazione colta. La sezione dedicata alla musica include strumenti musicali dell’epoca e stampe provenienti dalle collezioni di Vincenzo Ragusa e Cristoforo Robecchi.

La mostra prosegue con un approfondimento sulle arti performative, inclusa la danza tradizionale buyō e il teatro kabuki. Le locandine di quest’ultimo contribuirono agli sviluppi iniziali dell’ukiyoe. La ritrattistica degli attori divenne un filone molto richiesto, e artisti come Tōshūsai Sharaku divennero maestri in questo campo. Le vedute dei quartieri teatrali e degli interni dei teatri, con gli attori sul palco e il pubblico affollato, furono anche rappresentate nelle opere d’arte. Okumura Masanobu fu il primo a introdurre la prospettiva lineare in queste rappresentazioni, aggiungendo una dimensione tridimensionale nello spazio in modo innovativo per l’epoca.

La sezione successiva è dedicata ai quartieri di piacere situati appena fuori dalla città principale. Qui le regole sociali erano diverse da quelle del governo shogunale e si concentravano sulla moda, la seduzione e l’eleganza, contribuite anche dalle cortigiane grazie ai loro ricchi clienti. Le opere d’arte mostrano gli interni delle case da tè, le strade principali del quartiere Yoshiwara a Edo e la vita quotidiana di queste donne dei sogni. Artisti come Utagawa Toyokuni, Kitagawa Utamaro, Katsushika Hokusa, Chōbunsai Eishi e Keisai Eisen hanno ritratto questi soggetti. La mostra presenta anche oggetti preziosi come soprakimono (uchikake) indaco ricamato in fili d’oro, ventagli e accessori come i porta tabacco (inrō) e lo specchio da toletta provenienti dalle collezioni del Museo delle Civiltà di Roma.

L’intrattenimento, i giochi e i passatempi sono il focus della sezione successiva in cui si coglie di nuovo il ritratto di una società scandita da attività stagionali all’aperto, passeggiate tra i fiori di ciliegio, sotto gli aceri, per raccogliere i cachi o le conchiglie, ma anche da festival e intrattenimenti serali, passatempi come gare o intrattenimenti con giocattoli e animali domestici. Lavori come quelli di Utagawa Toyohiro, di Utamaro, ma anche di Kuniyoshi, che dedicò intere serie di stampe al divertimento (giga), come ritratti in forma di graffiti, caricature e composizioni arcimboldesche, scene di giocoleria e acrobazia, esplorano in modo unico il godimento di un periodo di pace.

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Particolarmente importante nell’ukiyoe è la rappresentazione di località celebri dentro la città e di vedute naturali e architettoniche di tutte le province del Giappone. Queste ultime due sezioni rappresentano un viaggio lungo il Giappone partendo da Edo e dai suoi scorci, per intraprendere, attraversando il Ponte di Nihonbashi (Ponte del Giappone), considerato il “chilometro zero”, un tragitto fino alla capitale imperiale di Kyoto. Guardando alla prospettiva adottata per realizzare scorci di strade, infilate di negozi, interni di ristoranti che dominano le opere di Eirin e Hiroshige, ad esempio, soprattutto nella prima metà dell’Ottocento, si può evincere l’influenza che le vedute europee, importate dalla prima metà del Settecento, ebbero sul filone artistico giapponese. Il percorso espositivo, dunque, lascia percepire quello che era il viaggio attraverso le montagne lungo il Kisokaidō e lungo il mare sul Tōkaidō, per chi si spostava dalle province a Edo, con scenari naturali e vedute del Fuji da diverse angolazioni, più o meno note, del territorio giapponese. È a questa sezione che appartengono i capolavori come la Grande Onda di Kanagawa parte delle Trentasei vedute del Monte Fuji di Katsushika Hokusai, e i tre trittici di Utagawa Hiroshige dedicati ai “Tre Bianchi”, quello della neve, quello della luna e quello dei fiori di ciliegio qui sostituito dalla schiuma delle onde, con le località di Kiso, Kanazawa e Naruto.

La forte influenza esercitata dall’arte giapponese e dall’ukiyoe sulla cultura occidentale di fine Ottocento e inizio Novecento è restituita in mostra attraverso il racconto dell’esperienza unica di due artisti italiani, lo scultore Vincenzo Ragusa e l’incisore Edoardo Chiossone, che furono invitati dal governo giapponese Meiji di fine Ottocento come formatori e specialisti nei primi istituti di grafica e arte.

Essi furono figure-chiave nello sviluppo delle prime professioni artistiche di stampo occidentale, insieme ad Antonio Fontanesi per la pittura e Giovanni Vincenzo Cappelletti per l’architettura. La conoscenza profonda del Giappone nei lunghi anni di permanenza permise loro di diventare anche collezionisti, formando due tra i più importanti nuclei di arte orientale in Italia, oggi conservati presso il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova e al Museo delle Civiltà di Roma.

In mostra la presenza italiana in Giappone di fine Ottocento e l’affascinante aspetto del collezionismo orientale in Italia sono anche testimoniati da alcuni pezzi appartenenti al Museo delle Civiltà di Roma, acquisiti da Luigi Pigorini e appartenuti al primo Console italiano in Giappone Cristoforo Robecchi e al conte Enrico di Borbone, conte di Bardi, gran parte della cui collezione è oggi al Museo d’Arte Orientale di Venezia.

Chiossone è stato anche coinvolto nella progettazione e nella produzione di francobolli durante l’era Meiji. Ha lavorato come consulente tecnico per il governo giapponese e ha contribuito alla modernizzazione del sistema postale del paese. Le sue opere includono la creazione di disegni e incisioni per i francobolli giapponesi, che sono diventati oggetti di collezionismo e apprezzati per la loro bellezza artistica.

Chiossone ha svolto un ruolo significativo nell’istruzione in Giappone. È stato nominato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Tokyo nel 1886, dove ha insegnato incisione e arte occidentale. Ha anche contribuito alla fondazione di scuole tecniche e professionali in Giappone, fornendo agli studenti giapponesi l’accesso a un’istruzione di qualità nel campo delle arti e dell’artigianato. Per i suoi contributi alla cultura e all’istruzione in Giappone, Chiossone ricevette numerosi riconoscimenti e onorificenze sia dal governo giapponese che da quello italiano. Nel 1889, l’Imperatore Meiji del Giappone gli conferì l’Ordine del Tesoro Sacro, riconoscendo il suo impegno nell’educazione artistica e nella promozione delle arti giapponesi. Inoltre, nel 1896, Chiossone ricevette l’onorificenza dell’Ordine della Corona d’Italia dal governo italiano per il suo contributo alla diffusione della cultura italiana in Giappone. L’estetica giapponese, caratterizzata da elementi come la semplicità, l’eleganza e l’uso audace del colore, esercitò un’influenza significativa sull’arte occidentale dell’epoca. Questo movimento artistico, noto come "giapponismo", ebbe un’enorme popolarità in Europa nel XIX secolo e influenzò molti artisti e collezionisti. Chiossone potrebbe aver trovato nell’estetica giapponese una fonte di ispirazione per la sua stessa pratica artistica.

L’eredità di Edoardo Chiossone in Giappone è ancora visibile oggi attraverso le sue incisioni, le sue collezioni e il suo impatto duraturo sull’educazione artistica nel paese. La sua dedizione alla cultura e all’arte ha contribuito a rafforzare i legami tra Italia e Giappone e a promuovere la comprensione reciproca tra le due nazioni.

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