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GOYA E CARAVAGGIO: VERITA’ E RIBELLIONE

Dal 12 gennaio al 25 febbraio 2024 - Pinacoteca dei Musei Capitolini
mercoledì 17 gennaio 2024 di Patrizia Cantatore

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Esposto nella Sala Santa Petronilla della Pinacoteca Capitolina La Buona Ventura di Caravaggio (1597) affiancata a Il Parasole di Francisco Goya concesso in prestito dal Museo Nazionale del Prado di Madrid, il quadro torna nella capitale dopo ventitré anni dalla sua unica apparizione (Galleria d’Arte Antica, 18 marzo-18 giugno 2000).

Il prestito è frutto della politica culturale di scambi di opere d’arte tra la Sovrintendenza Capitolina ed importanti istituzioni museali italiane e internazionali. Il museo prestatore è il Museo Nazionale del Prado che ha concesso il dipinto di Goya a seguito del prestito de “L’Anima Beata” di Guido Reni da parte del Museo Capitolino, in occasione della mostra “Guido Reni” (Museo Nazionale del Prado, 28 marzo – 9 luglio 2023).

Un confronto ardito tra due opere tanto lontane nello stile e nel tempo, distanti circa 180 anni, entrambe sono emblematiche di un passaggio epocale: se Caravaggio può essere considerato il primo pittore moderno, Goya fu invece il primo dei “romantici” e colui che aprì la strada all’arte contemporanea. Tante le analogie tra le loro: entrambe le tele appartengono all’attività giovanile dei due artisti, in entrambe i protagonisti sono una donna e un uomo, entrambe descrivono con “verità” una scena di vita quotidiana della società contemporanea e, infine, entrambe rivelano quei sintomi di “ribellione” nei confronti dei condizionamenti iconografici e stilistici imposti dalle consuetudini e regole accademiche del loro tempo.

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L’epoca del grande artista spagnolo è quella del Settecento, la Spagna è ancora una nazione arretrata, sia socialmente che politicamente, pochi sono gli intellettuali che recepiscono le istanze liberali e illuministiche europee e i pochi come Francisco Goya non possono far altro che riconoscere il regresso della nazione in un Europa in progresso.

Nella prima metà del Seicento si era vissuto un periodo di grandezza artistica che era declinato a mezzo di propaganda per il fanatismo religioso, dall’irrazionalismo puro (El Greco), all’arte come espressione di pura intelligenza, dignità civile e morale (Velazquez) che poteva rappresentare un punto di partenza e pronostico per quell’Illuminismo europeo che la monarchia e il clero spagnolo tentavano di mantenere fuori della nazione. Per Goya la ragione è invece, solo un esorcismo con cui evocare i mostri dell’oscurantismo, una superstizione laica contro quella religiosa.

Nella prima fase delle sue opere che termina con le acqueforti dei Caprichos (1799) la ragione è colei che evoca dall’inconscio i mostri della superstizione e dell’ignoranza che il sonno della ragione stessa ha generato. Goya non è un visionario come El Greco, la struttura della sua narrazione attraverso le immagini è barocca ma portata fino al suo disfacimento, opponendo al bello la realtà del brutto. Per ritrarre il proprio tempo è costretto ad andare contro di esso ed è per questo che a differenza dell’Europa che in quel momento è tutta neo-classica, rappresenta l’eccezione e la radice del romanticismo storico.

Quando la ragione porterà, tardi, alla rivoluzione anche in Spagna, per mezzo delle baionette francesi, con l’intento di sostituire il potere dei Borboni e dei preti, Goya si schiererà con la nazione spagnola. A differenza degli intellettuali italiani, per Goya Napoleone non è un eroe né un genio ma un’altra superstizione. Egli intende la sua vocazione realistica, non come una copia della realtà ma, la risultanza di un’ideologia andata in pezzi. Secondo questa visione, il realismo non è la storia, espressione ideologica su come si vorrebbe fosse stata, né il naturalismo, frutto di una mediazione su come la si desidera, per l’artista il vero realismo è tirare fuori tutto ciò che si ha dentro, senza nascondere nulla, senza scegliere.

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Il Parasole, in spagnolo El Quitasol, era uno dei cartoni preparatori realizzati da Goya per il ciclo di arazzi destinati a decorare la sala da pranzo del Palazzo del Pardo a Madrid, la residenza di caccia dei principi delle Asturie: il futuro re Carlo IV e sua moglie Maria Luisa di Parma. Il bozzetto fu consegnato da Goya alla Real Fábrica de Santa Bárbara il 12 agosto 1777 ed è così descritto dallo stesso artista nella ricevuta di consegna: “rappresenta una ragazza seduta su una riva, con un cagnolino e con un ragazzo al suo fianco che le fa ombra con un parasole”.

Aveva poco più che trentun anni quando ideò questo soggetto semplice, che rinnega le invenzioni, i temi di caccia, le composizioni allegoriche dettate dalla tradizione nordica fiamminga. La scena e le figure si ispirano al mondo reale e alla società contemporanea spagnola. E’ ritratta una giovane donna protetta dall’ombrellino, oggetto di gran moda nel XVIII secolo, si tratta di una maja, una donna del popolo, che indossa un elegante e sfarzoso abito di foggia francese come avveniva in Spagna nei giorni di festa. Accanto a lei un giovane majo vestito con il tipico abbigliamento madrileno, la ragazza si rivolge al pubblico con sguardo civettuolo, tutta la scena è un gioco di seduzione: dai colori sgargianti delle vesti di lei, al cagnolino accucciato sul suo grembo, al sottile gioco di luci e ombre che il parasole crea sul suo volto. Alle spalle l’albero piegato dal vento ricorda quanto la giovinezza e la bellezza siano effimere, come la vita ci costringa a piegarci agli avvenimenti, alle alterne fortune, per sopravvivere.

Le luci e i colori sono i protagonisti del dipinto e rivelano la conoscenza dell’artista della pittura antica, quella rinascimentale veneziana, dai colori sfumati e ariosi che evocano le grandi tele del Tiepolo ma, anche della pittura francese. La visione realistica è sottolineata anche dalla tecnica pittorica, il colore è steso direttamente sulla tela con la preparazione lasciata a tratti a vista, così come gli effetti di luce ottenuti con il bianco di piombo e quel vivace gioco di sguardi che evocano il quadro caravaggesco, suggerendoci che l’occhio del maestro spagnolo potrebbe richiamare proprio la Buona Ventura di Caravaggio, che sei anni prima (1770-1771) doveva aver visto, quando visitò l’Italia e frequentò la Scuola del Nudo in Campidoglio nella cui celebre Galleria il quadro era esposto.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e gli apparati didattici sono a cura di Federica Papi e Chiara Smeraldi. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

INFO Goya e Caravaggio: verità e ribellione Musei Capitolini – Palazzo dei Conservatori - Pinacoteca - Sala Santa Petronilla Piazza del Campidoglio, 1

Orari tutti i giorni 9.30 - 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima). L’accesso è gratuito e consentito ai detentori del biglietto di accesso ai Musei Capitolini e ai detentori del biglietto per le esposizioni in essi ospitate, secondo la corrente tariffazione Ingresso gratuito con la MIC Card.

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 - 19.00) www.museicapitolini.org; www.museiincomuneroma.it

 

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