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IL CARRO DI ERETUM E LA SUA DESTINAZIONE

Museo Civico Archeologico di Fara Sabina
martedì 19 marzo 2024 di Patrizia Cantatore

Argomenti: Architettura, Archeologia


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Nel 2021 avevamo lasciato il Carro di Eretum nell’esposizione a Rieti nel cuore della Sabina.

Sabato 16 marzo è stata presentata nella Collegiata di S. Antonino la Sala che ospiterà, il Carro del Principe e i reperti di Eretum, all’interno del bellissimo Palazzo Brancaleoni dove dal 2001 si è spostato il Museo Civico Archeologico di Fara in Sabina. Un edificio rinascimentale situato in Piazza del Duomo, nella frazione medievale della città tra la chiesa, la torre campanaria e l’antica cisterna.

Durante la presentazione, è stata ricostruita la complicata vicenda che lungo un arco temporale di circa cinquant’anni, ha portato al recupero di questi reperti importanti anche perché hanno illuminato la storia archeologica del sito e delle altre circa quaranta tombe predisposte tutte attorno alla principale, che per forma e usi era differente, attestando la sepoltura di uno o più personaggi importanti, se non di una vera e propria famiglia reale.

Il ricco corredo funerario e il carro (o i carri) del misterioso principe di Eretum, probabilmente vissuto nel VI secolo a.C. e sepolto nella Tomba XI della Necropoli di Colle del Forno (Montelibretti) che insieme a Cures (odierna Fara Sabina) rappresentavano il confine più a sud della regione popolata dai Sabini è stato quindi ricongiunto agli altri reperti provenienti sempre dalla Necropoli.

Il Funzionario Archeologico Francesca Licordari ha ricostruito la vicenda del lungo e travagliato ritorno del carro, a conclusione di una vicenda iniziata nel 1972 e conclusasi con il ritorno in Italia nel 2016, seguita poi dalla prima esposizione da lei curata insieme ad altri colleghi a Rieti nel 2021 fino all’attuale riposizionamento che ricongiunge il carro e il corredo funerario con i reperti già presenti nel Museo, testimonianza dei due principali insediamenti dell’antica Sabina Tiberina, Cures ed Eretum in un allestimento del tutto nuovo, con una ricostruzione puntuale corredata anche da ambientazioni multimediali.

Come ha narrato la dott.ssa Paola Santoro, il sito di Colle del Forno con la Necropoli, dove lei stessa ha scavato, fu il frutto di una scoperta casuale avvenuta nel 1970, nell’ambito della sistemazione del sito che doveva ospitare l’Area di Ricerche del CNR. Allertata la Soprintendenza, al controllo la tomba risultava già violata e svuotata degli elementi che potevano essere venduti sul mercato illecito. Come si seppe tempo dopo, furono infatti trasportati in Svizzera dal noto trafficante Giacomo Medici, per poter essere vendute ad un prezzo più alto i reperti furono ripuliti fortemente, per far credere che fossero d’oro (mentre si tratta di bronzo), la trattativa di vendita fu incaricata dall’intermediario americano Robert Hecht alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.

Nel 1979 furono pubblicati e presentati i reperti durante un Congresso, Paola Santoro riconobbe tra gli oggetti presentati e comparsi improvvisamente a Copenaghen una corrispondenza con quelli provenienti dalla tomba di Colle del Forno (da lei scavata nel 1973, già depredata ma con materiale residuale). Si tentò di ottenere risposte dal direttore della Glyptotek di Copenaghen che aveva presentato i reperti in fotografia, ne nacque una accesa discussione a cui Johansen non rispose mai. Anni dopo la dott.ssa Santoro, riprese i rapporti con il Museo di Copenaghen riuscendo a stabilire una collaborazione e poi una vera amicizia con una delle collaboratrici di Johansen che permise all’archeologa di poter vedere i pezzi, con la possibilità quindi, di confrontarli con quelli rimasti in Italia. In seguito i Carabinieri, nel corso delle indagini sull’attività del noto trafficante di opere d’arte, sono riusciti a trovare l’intera documentazione relativa al contrabbando dei materiali che ha portato all’apertura di una lunga procedura legale internazionale. Nel 2016, l’accordo tra il MIBACT e la Glyptotek di Copenaghen stabiliva la restituzione dei reperti in cambio di lunghi prestiti da parte di Musei italiani al museo di Copenaghen.

Un vero e proprio giallo è stato possibile portare a compimento e l’ulteriore sforzo è stato quello del Comitato Scientifico (Paola Santoro, Adriana Emiliozzi ed Enrico Benelli) che ha completato lo studio sui reperti, attestando l’esistenza dei due carri: uno da parata adattato ad urna cineraria, ricostruito grazie alla struttura in plexiglass riutilizzata della Glyptotek, riposizionando le lamine di cui era composto e l’altro da guerra anch’esso ricostruito. Si è potuto accertare, inoltre, che si tratta di una Tomba di tipo famigliare utilizzata da diverse generazioni, dall’inizio del VII secolo a.C. fino al IV sec. a.C. Il prof. Emilio Benelli ha sottolineato quanto ad oggi sarebbe quasi impossibile trafugare reperti di questa consistenza ed importanza grazie alle normative introdotte a tutela del patrimonio.

La Tomba XI si è ricomposta con il suo ricco e splendido corredo a testimonianza dell’importanza di questi Re e Regine il cui ruolo sociale e politico è documentato dagli oggetti iconici con cui furono sepolti, l’eccezionale fattura delinea il profilo storico e culturale di quelle civiltà, originarie del Gran Sasso che, popolarono la Sabina dal VII secolo a.C. fino alla conquista romana del III secolo a.C. La Sabina Tiberina, terra ricca e popolata da uomini riconosciuti per giustizia e libertà, i Romani – dice lo storico Quinto Fabio Pittore (260-190 a.C.) - sentirono per la prima volta i benefici della ricchezza quando divennero Signori dei Sabini.

 

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