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La cellula misconosciuta

Tutto è inerte e tutto è vivente, tutto è energia, tutto è materia
mercoledì 14 ottobre 2009 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Esiste una serie di conoscenze profane, ufficiali, in merito alla cellula, di dominio pubblico, ma esiste un qualcosa dell’evento cellula che non si può imparare né dalla scienza ufficiale né da quella occulta. In questo senso cerchiamo di non recuperare qualche cognizione scientifica, ma addirittura di travalicare i limiti, di gettare alcuni rampini in quella zona ignota, misconosciuta, nel senso non di conosciuta o sconosciuta, ma di conoscibile a determinate condizioni. Cerchiamo di innescare un processo che non è un affastellamento di dati, ma semplicemente il gettare uno sguardo in una zona che la scienza ufficiale neppure si sogna, e a cui l’esoterismo allude.

Una partenza possibile consiste nel partire dalla constatazione storica dell’atteggiamento umano, generale, sociale, singolare, nei confronti di quella che a noi si prospetta come la materia. Notiamo che parecchio in là nel passato, risalendo a qualche secolo fa, si aveva un diffuso e superficiale concetto di materia inerte e di materia vivente. Si diceva che un sasso è materia inerte, un uomo è materia vivente, e non si pensava nemmeno di discutere la cosa, si dava una spaccatura ben netta tra i due aspetti della materia, roccia e giraffa. La stessa distinzione ovvia, scontata, veniva data fra vivo e morto, dopodichè il mondo sembrava chiaro e ordinato, e su questa distinzione sono state costruite ideologie, filosofie, scienze, religioni, estetiche, misticismi.

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A questo punto si possono bruciare le piante per scaldare gli uomini, gli animali si possono incatenare per servire gli uomini, si può vivere in un certo modo perché poi tutto è finito, oppure in certo altro modo perché poi quando muori si verifica una situazione etc., e qui ogni religione ha proposto una soluzione. Il fatto che il corpo non continui a muoversi ci fa pensare che ci si trova difronte ad una situazione indiscutibilmente mutata per cui quell’individuo, o è scomparso o ha cambiato stato in modo definitivo. Da una parte abbiamo cento anni, dall’altra l’eternità; da come hai vissuto i cento anni, tu sarai salvo o dannato in eterno. Noi abbiamo l’impressione che la cosa sia un po’ troppo drastica, ed in effetti per millenni una corrente di pensiero ha sempre detto: è tutto progressivo, graduale, è tutto interattivo.

Nei decenni più recenti anche la scienza ufficiale ha cominciato qualche volta timidamente, altre con leggerezza, a recuperare che non solo non è possibile definire cosa è inerte e che cosa vivente, ma ha anche cominciato a definire in forma chiara cosa è materia, tanto è vero che la materia, per definirla, deve coinvolgere in adeguata proporzione la matematica, e l’energia, e se ci mettiamo a definire l’energia, coinvolge in proporzione la matematica e la materia. Possiamo dare definizioni di comodo, ma in realtà tutto è inerte e tutto è vivente, tutto è energia, tutto è materia. Ci sarebbe da chiedersi: ma come facevano i maestri antichi a sapere la distinzione tra inerte e vivente ? come facevano a sapere che la distinzione fra esistenza in corso e situazione post-morte non è così drammaticamente scissa, quando sembra così evidente? Sorge il sospetto che l’avessero percepito non guardando le nuvole, o giocando a dadi, ma forse coscienzializzando prima i propri gesti, poi gli arti che compivano i gesti, poi i tessuti, gli organi che intervenivano a supporto di quegli arti, e poi le singole componenti di questi tessuti, le cellule.

Recuperata così la situazione, diciamo che l’obiettivo è quello di recuperare il fatto di essere cellula, di sentirsi cellula, o almeno di porsi il problema di come si sente la cellula. Se recuperiamo come si sente una cellula, recuperiamo come si sente un insieme di cellule. Noi non ci rendiamo conto che, in quanto agglomerato di cellule, non possiamo che funzionare come una cellula, non possiamo che comportarci secondo i criteri tipici della cellula. Allora, da dove viene la percezione che abbiamo di interno/esterno ? dall’io, Dio, dalla mamma cattiva, il babbo perverso? Forse più semplicemente potrebbe venire dalla cellula la quale, in quanto strutturata come una membrana che scotomizza interno/esterno, agglomerandosi con altre cellule che continuano ad avere questa impressione di interno/esterno, dentro la mia membrana, fuori la mia membrana, danno una confezione che continua ad avere l’impressione di dentro la mia pelle, fuori la mia pelle. Come si sente una cellula quando si scinde in due, si separa in sé, quando si stacca dall’altra cellula che è se stessa, e sente che sta acquistando un’altra identità? Vuoi vedere che si sente come il bambino che si allontana dalla madre?

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A questo punto accade che la semplice razionalità suggerisce che, quella che una cellula ha avuto come prima esperienza è una esperienza di movimento, di atto, qualcosa che si muove. Rendiamoci conto che prima di vedere immagini, gustare sapori, odorare odori, c’è l’atto, l’atto puro. Quindi prima esperienza, il movimento puro indiscrimanto.

Momento secondo: percezione di dove c’è questo movimento, e allora qualcosa si muove dentro/fuori, dentro o fuori, cioè la cellula percepisce che qualcosa si muove dentro di lei, oppure si muove fuori di lei.

Momento terzo: qui il linguaggio non regge la situazione, perché la cellula non è consapevole e quindi non può parlare proprio. Potremmo dire per poter alludere che “essa cellula si muove dentro o fuori”, oppure “ io cellula mi muovo dentro o mi muovo fuori”, ma non nel senso che la cellula è consapevole, ma che è specificato che cosa si muove dentro o fuori, chi si sta muovendo.

Momento quarto: qualche cosa di altro si muove dentro oppure fuori. Cioè, un conto è che la cellula sente che muove qualche cosa di se stessa fuori, ad esempio un peduncolo o una ciglia che smuove l’acqua, e un conto che sta lì placida e sente un movimento fuori. Allora “qualcosa si muove altro da me”, quindi c’è altro che muove; sarà un’ondina, un sasso che cade.

Successivo momento: tutto si muove dentro di me, tutto si muove fuori di me. Cioè, tutto me dentro si muove, tutto me fuori, tutti i peduncoli che ho, si muovono. Infine l’esperienza “niente si muove dentro di me, niente si muove fuori di me”. Cioè si torna alla situazione precedente, però avendo fatto esperienza di tutti i movimenti possibili.

Se ripercorriamo i vari momenti nella loro successione ci accorgiamo intanto che queste successioni coprono l’intero arco dei possibili, tutto ciò che può accadere dalla assoluta inesperienza iniziale alla totale esperienza finale. Ma poi, se andiamo a prendere punto per punto, ciascuna di queste esperienze è in realtà da me vissuta e vivibile.

Che cosa accade ? Accade che diventa molto più facile mettersi dalla parte della cellula ed avere questa esperienza nella successione indicata. In questo senso, la blanda superficiale immaginazione di essere una cellula diventa invece una più qualificata identificazione. Il momento in cui ho questa identificazione un po’ qualificata, avverto che dentro di me si attiva un richiamo, una sorta di benvenuto… una percezione cellulare. D’altro canto è facilmente comprensibile sotto il profilo razionale, perché essendo noi un ammasso di cellule che veniamo da un’unica cellula, e che finiremo con la dispersione delle cellule, che meraviglia se ci viene incontro una percezione cellulare? Si potrebbe dire: questo silenzio delle cellule, se gli si va incontro, diventa un canto; se si riconoscono, se si fanno riconoscere, ci si sintonizza.