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ASSURDITA’

Racconto
domenica 17 novembre 2019 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Tu non ci crederai, ma stanotte ho avuto un incubo, ed ancora non ne sono mica uscito gran che bene. Forse, se te lo racconto, mi passerà: forse no: bè, proviamo.

L’incubo era che mi trovavo in una stanza buia, con le pareti inclinate. Tutto buio, però ci vedevo (sai come succede negli incubi). Al centro giaceva una specie di manichino sdraiato sopra un blocco di pietra. Tu mi dirai “la solita scena nei film dell’orrore da quattro soldi”: non c’è dubbio, ma in quel momento la vivevo come vera, e la cosa cambia aspetto.

A questo punto focalizzo meglio il manichino, e vedo che in effetti è una mummia. Un po’ paura, un po’ m’incuriosisco. Lo guardo meglio e sento che in qualche modo non è del tutto inerte come fosse una cosa buttata lì: schifosamente, ma comunque è per così dire attivo; ha dell’osceno, simile a quello di un pensiero alienato. La paura diventa terrore, la curiosità… esigenza di capire per forza: che razza di guaio è questo ? Lo fisso, e m’accorgo che lui mi guarda. Sì, ha le occhiaie vuote, però io so che mi guarda.

E si muove, rigido, lento, nauseante si alza. Non posso indietreggiare, non voglio colpirlo per non toccarlo, non so che fare. Sparire, oh sparire del tutto. Ma tutto resta. E quella cosa ormai mi sta esattamente dinanzi a specchio: ci fissiamo, ci sentiamo, ci sappiamo. Maledizione, ma quello sono io… Non credevo che il terrore arrivasse a tanto: bè, ci arriva, e non c’è modo di descriverlo. Terrore di quello, di un altro, di me. Come si fa ad essere terrorizzati di se stessi ?

Eppure si può: anzi il terrore di sé è vero terrore immenso, quello degli altri è solo paura; mi capisci cosa voglio dire ? A questo punto viene il peggio e non so proprio come parlarne. Non è che lui si avvicinasse, o che mi attirasse, oppure che io tentassi di resistergli senza riuscirvi, come in genere avviene negli incubi. Il fatto è che ci congiungevamo lentamente ma inarrestabilmente, non perché eravamo costretti, ma perché era naturale. Che impressione brutta, brutta da non dire.

Ero mummia, mi sentivo fradicio, sentivo le mie cellule che si toccavano fredde, la carne che sa di non sentire, la vita che sa di non esserci… non si può descrivere, non c’è modo di dirlo. Io mummia, me morto, il cadavere mio, ma che è questa cosa ? Oh no, voglio esistere, voglio tornare ad esistere, qualsiasi cosa ma continuare ad esistere. Ora capisco, ah se capisco. Avrei potuto godere non solo del cibo, ma anche del digiuno, pure quella era esistenza, meravigliosa esistenza. Sì, la fame, ma vivi. Sì, caldo, freddo, comodi, rotti, vincitori, umiliati, amati, amanti, perduti, soli di qualsiasi cosa, ma vivi. Finito, tutto questo è finito. C’è altro ? No, lo so che non c’è atro, o se c’è, non lo capisco, non gliela faccio a capire. Cosa dovrei capire se non ci riesco ?

Dunque sono morto. Io non sono più. Ma come si fa a dire che non sono più. Se non ci fossi, non potrei dirlo: dicendolo, nego di esserci. Follia. Mi contraddico pensandomi. L’assurdo si è realizzato. Non so più se sono un vivo che è morto, o un morto che è vivo. Per questo mi servi tu, forse puoi capire se sono vivo o sono morto, ma come puoi aiutarmi se anche tu non sai se sei vivo o sei morto ?

Capisco, ora so di essere in trappola e non ne uscirò mai più: io sono, e non sono.