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INTRODUZIONE ALLA STORIA DELLA FOLLIA


martedì 6 aprile 2021 di Achille della Ragione

Argomenti: Scienza


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Da tempo mi sono interessato al tema della follia e mi sono documentato, attraverso colloqui ed interviste con psichiatri ed altri addetti al settore, ma soprattutto compulsando i testi fondamentali sull’argomento, dall’oramai datato Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam alle complesse elucubrazioni di Michel Foucault

Questo interesse è aumentato quando Vittorio Sgarbi nel 2009 mi nominò consulente, perché doveva allestire a Siena una importante mostra: Arte, genio e follia nell’arte, che ebbe un notevole successo. In precedenza Sergio Piro, mordace intellettuale, era venuto come relatore, in compagnia di Luciano Scateni, all’epoca caporedattore dell’edizione napoletana di La Repubblica nel mitico salotto di Donna Elvira, dove si parlò animatamente delle teorie di Basaglia e della chiusura dei manicomi, e Piro superò abilmente il contraddittorio di gran parte dei presenti contrari a quella rivoluzionaria decisione e rispose con competenza alle mie numerose imbarazzanti domande sull’argomento.

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Franco Basaglia

Voglio ora trattare il tema per i lettori, partendo dall’antichità, in particolare dal mondo greco, la culla della nostra civiltà, il quale, a differenza delle società successive, non conobbe la reclusione dei folli, ma seppe convivere con le loro intemperanze, elaborando sofisticate forme di elaborazioni dell’alienazione mentale attraverso la convivenza, precedendo di millenni quelle che saranno le esperienze rivoluzionarie di Basaglia e di altri studiosi. Nelle società antiche, la follia possedeva una forte connotazione mistica, essendo ritenuta derivante dall’influsso di qualche divinità (l’epilessia, ad esempio, per questo motivo, veniva chiamata morbo sacro). Il trattamento della follia era dunque di tipo mistico religioso e veniva praticato dai sacerdoti del tempio, che tentavano di alleviare i sintomi con riti e preghiere e nello stesso tempo tentavano anche di interpretare i sintomi del folle come se fossero dei messaggi provenienti da entità sovrannaturali. A volte la follia veniva considerata una punizione o una maledizione divina: in questi casi la persona giudicata folle veniva emarginata dalla collettività.

I greci distinguevano due tipi di follia, una delle quali era interpretata come un dono degli dei, è lo stesso Platone ad indicarci quale essa fosse: quella dell’artista ispirato che scopriva dentro di sé sublimi energie creative, del profeta in grado di leggere nel futuro, dei riti dionisiaci con i loro rituali di trance che permettevano di raggiungere l’estasi ed infine (la migliore, precisa il filosofo) l’amore, la più dolce delle follie, che permette all’individuo di confrontarsi con l’assoluto.

La follia poteva così divenire, a seconda dei casi, una malattia della mente o un potenziamento delle nostre facoltà.

Intorno al V secolo i Greci avevano un concetto della psiche diverso da quello che assunse in seguito. Per Omero era il soffio vitale che animava il corpo, per abbandonarlo dopo la morte. La cultura elaborò poi una diversa concezione per il concorso di correnti religiose e saperi laici, tra cui la medicina e la psiche concise con l’identità interiore dell’uomo, un’idea che da Platone verrà accolta dal Cristianesimo.

Sulla fisicità dell’intelletto dominò la lezione di Ippocrate (460 a.C. – 377 a.C. ), il medico più autorevole del tempio di Asclepio, nell’isola di Kos, il quale valorizzò per la prima volta, nel De morbo sacro il ruolo conoscitivo del cervello, condannando le pratiche medico psichiatriche operate da sacerdoti e sciamani. Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato da quattro umori: sangue (caldo umido), proveniente dal cuore, flegma (freddo umido) originato dal cervello, bile gialla (caldo secco) prodotta nel fegato, bile nera (freddo secco) secreta nella milza. La malattia era dovuta ad uno stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell’organismo o solo ad uno di essi, oltre che da fattori esterni, come il clima o il regime alimentare. Alla sua scuola la predominanza dell’umore nero, secreto dalla bile portava ad un’indole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove melas significa nero e chole bile). Al contrario, la presenza di sangue rosso causava i caratteri passionali, rabbiosi: i ‘sanguigni’, termine usato ancora oggi. I trattamenti possibili erano di tipo fisico: bagni caldi e freddi, salassi, unguenti, purganti. Più tardi, attraverso i medici greci e soprattutto con Galeno (129-200 ca. d.C.), che riprese la teoria umorale di Ippocrate, queste ipotesi e queste pratiche giunsero anche a Roma, dove rimasero dominanti fino alla caduta dell’impero.

Dopo aver occupato una posizione importante nei riti religiosi, come nel tempio di Apollo a Delfi, ove si praticava la divinazione estatica, l’alterazione della coscienza venne interpretata durante il periodo di Pericle e di Socrate in maniera diversa ed alcuni fenomeni quali la possessione ed altri stati di alterazione della coscienza vennero relegati tra le manifestazioni dell’irrazionalità. Si operò una distinzione più marcata tra ragione e follia, una manifestazione estrema dell’inquietudine umana.

La tragedia sonderà ciò che di oscuro alberga nell’uomo, dal dramma di Eracle o di Medea, che uccidono i loro figli pur amandoli, alla violenza autodistruttiva di Aiace, all’ira funesta di Achille, fino ai fantasmi di Oreste. Il mito sublimerà la follia e permetterà una convivenza quasi sempre senza traumi, un comportamento unico nella storia occidentale, dove si apriranno profonde fratture tra ragione e follia.

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Pazzariello. Stampa ottocentesca

Una figura unica nel panorama folcloristico napoletano è quella del pazzariello, oggi quasi scomparsa, un simbolo di quella saggia follia di origine bacchica, proveniente dal nostro più lontano passato, che per secoli ha avuto una veste ufficiale in questo simpatico personaggio, reso immortale dalla leggendaria interpretazione datagli da Totò che pubblicizzava prodotti e taverne, vestito di carta colorata, in feluca, spadino ed alla testa di una sgangherata orchestrina di tamburi, pifferi, trombe e clarini.

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Totò nelle vesti di Pazzariello

Egli informava il popolino dell’arrivo di botti di vino novello nelle osterie tra mille, lazzi, fischi, capriole e filastrocche, interrotte da entusiastici battimani della plebe, accorsa ad ascoltarlo nei quartieri popolari dove abita l’anima immortale della città, la sua vitalità ed il suo spirito.

Stranamente, ad eccezione di Viviani, nessuno dei grandi scrittori partenopei ricorda la sua figura, invano compulseremo il Paese di Cuccagna di Matilde Serao, le poesie o le canzoni di Salvatore Di Giacomo, di Ferdinando Russo, di Rocco Galdieri, di Murolo, Bovio o Nicolardi, numi tutelari e custodi della più verace napoletanità. Una incomprensibile dimenticanza di questa genuina espressione della più sana follia dei napoletani. Molti, oltre a quello impersonato magistralmente dal Principe del sorriso, ricordano il pazzariello del film i Guappi di Nicola Squitieri.

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Il pazzariello di Via Salvator Rosa

Io personalmente rammento, in via Salvator Rosa, dove abitavo da bambino, un simpatico pazzariello, dagli abiti variopinti quanto sdruciti, che pazzo lo era davvero ed amava passeggiare, claudicante, anche fuori servizio nelle sue vesti sgargianti, snocciolando frasi prive di senso, intervallate da motti ed aforismi, recitati a memoria senza che nessuno dei passanti ne capisse l’arcano significato. Fino a quando, alcuni benpensanti lo fecero richiudere al manicomio di Capodichino, dove finì i suoi giorni, in quella grandiosa e triste prigione dalle invalicabili mura gialle, che i napoletani chiamavano affettuosamente Pazzaria e dove secondo alcuni critici lavorava uno psichiatra dal quale prese ispirazione Edoardo Scarpetta per delineare la figura del protagonista della sua commedia ‘O miedeco d’’e pazze, per il resto della trama ispirata alla farsa parigina Pensione Chottle.

L’unico che riuscì ad evadere da quel luogo di pena fu Vincenzo Gemito, il celebre artista, uscito di senno per un affare di corna, che aggravò i suoi latenti disturbi nervosi provocati da una sifilide allo stadio terziario. Egli era un folle lucido dotato di forza prodigiosa, in grado di piegare i metalli con le dita e di domare bestie feroci. Una notte evase spezzando le sbarre e saltando seminudo quelle mura infinite, per chiudersi a casa sua in una stanza dalla quale non uscì più per oltre venti anni, fino a quando Mussolini non decise di nominarlo Accademico d’Italia e di premiarlo con un milione come segno di riconoscenza ad un “genio nazionale”. Alla figura del pazzariello, in maniera forse arbitraria, vorremmo affiancare quella del mastrogiorgio, il quale era il custode degli alienati mentali(fig. 8), un infermiere specializzato che nasce a Napoli, dove presso l’ospedale degli Incurabili esisteva uno dei primi reparti del mondo dedicato alla cura di questi particolari malati. I pazzi erano curati ed assistiti con grande amore, anche se la terapia dei loro disturbi non era, come non lo è ancora oggi, risolutiva. Essi venivano confortati ed utilizzati per umili mansioni, come distribuire il cibo ai ricoverati per altre malattie e girare la ruota per tirare l’acqua dai pozzi. Queste piccole attività manuali erano ritenute terapeutiche alla pari dell’ascolto di una buona musica, un’idea originale che precorre di secoli la moderna musicoterapia. Si applicava inoltre un regime dietetico iperproteico, che prevedeva la somministrazione di numerose uova, detto e cient’ova.I matti erano divisi in categorie per ognuna delle quali cambiava l’approccio terapeutico: per i più violenti si dava da ingurgitare sangue di asino, per i malinconici infusi disgustosi e decotti aromatici, per i tonti frizioni alla testa con latte di donna misto a sedano. Naturalmente con queste terapie bisognava aspettarsi un intervento divino per ottenere un risultato positivo, come ci ammonisce il celebre dipinto di Stanzione: Guarigione dell’ossessa, conservato nella sagrestia della Cappella del Tesoro.

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M.Stanzione: Guarigione di una ossessa

Purtroppo due rovinosi incendi, nel 1795 e nel 1822, hanno distrutto completamente gli archivi dell’ospedale, privandoci di una capitolo importante della storia della sanità napoletana e precludendoci ogni possibilità di conoscere realmente il tipo di cura che veniva prestato ai folli ivi ricoverati, però sappiamo, attraverso altre fonti della curiosa abitudine, durata ininterrottamente dal 1519 al 1734, di concedere a questi malati nei giorni di Carnevale di poter uscire, sorvegliati a vista dai mastrogiorgi e di poter irrompere per le strade, dando sfogo alle loro energie represse e addirittura poter ballare nel palazzo del viceré, motteggiando le guardie con lazzi volgari e fragorose pernacchie. Una liberalità ad orologeria in linea con il famigerato buonismo e la proverbiale permissività dei napoletani.

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Pozzo dei Pazzi

Nella prima metà del Seicento mastro Giorgio Cattaneo, il medico dei pazzi, curava i malati di mente più esagitati legandoli a una grande ruota che poi calava nel pozzo degli Incurabili, su a Caponapoli. Sotto la sferza di Mastrogiorgio la ruota veniva fatta girare vorticosamente, per portare i folli allo sfinimento in quello che potremmo definire una sorta di elettrochoc ante-litteram, perché a quei tempi si pensava che la follia fosse dovuta alla presenza di meningi anormali e a un’eccessiva concentrazione di nervi nelle tempie, che provocava nei pazienti neurolabili - gli scemi di cervello, come venivano chiamati - un moto disperato e perpetuo.

Per fortuna tanti altri clinici e luminari hanno preso il posto del dottor Cattaneo, e la cura delle malattie mentali, anche grazie alla straordinaria scuola medica napoletana, avrebbe compiuto in seguito passi da gigante, in un processo ininterrotto che porterà alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso alla chiusura degli ospedali psichiatrici, con la legge Basaglia. Ma gli archivi e le cartelle cliniche del passato, soprattutto di fine 800, continuano a raccontare storie di internamento mai venute alla luce, storie maledette sprofondate in un altro pozzo nero, non dissimile da quello di Mastrogiorgio: il pozzo nero della memoria.

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Casa dei matti di Aversa

La Casa dei Matti di Aversa, l’ospedale psichiatrico che negli anni fu chiamato anche Pazzaria degli Incurabili e Real Manicomio della Maddalena, fu abbandonata definitivamente nel 1999 dopo una lenta dismissione, iniziata con la legge Basaglia del 1978. Oggi è un edificio fantasma, dove risuonano i passi di tutti coloro che vi furono murati vivi. ‘O Mastuggiorgio era un infermiere di manicomio, generalmente di corporatura forte e robusta, che aveva il compito di sorvegliare i pazzi affinché non facessero del male a se stessi ed ad altri. Egli collaborava a stretto contatto con lo psichiatra, intervenendo se necessario e bloccando il malato infilandogli la camicia di forza.

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Camicia di forza

Da dove deriva il termine? Le teorie sono diverse. La prima vede l’origine della parola dal termine greco mastigophòros, “portatore di frusta”, cioè colui che usava la frusta per placare gli animi delle persone più agitate. Mentre la seconda, meno dotta ma più accreditata, vede la sua derivazione da Mastro Giorgio Cattaneo, un castigamatti vissuto nel Seicento che credeva di curare le malattie nervose con le percosse e picchiando violentemente i malati con un bastone. I “castigamatti” o “fustigatori” erano gli psichiatri e gli infermieri dell‘ospedale degli Incurabili e il nome lascia capire la violenza fisica con cui erano trattati, ricoverati e curati i malati di mente. Il termine di “Mastuggiorgio” compare anche in letteratura. Salvatore di Giacomo, nella sua poesia “Si è Rosa ca mme vò”, si ispira al forzuto infermiere: “Nzerrateme, nzerrateme addò stanno, tant’ate, comm’a me, gurdate e nchiuse, addò passano ‘a vita, sbarianno, pazze cuiete e pazze furiuse. Nchiuditeme pè sempe ‘int’a sti mmura, è o mastuggiorgio mettiteme allato.”

E ancora Raffaele Viviani in ” ‘O guappo nnammurato”, dove sminuito e umiliato dagli spietati maltrattamenti da parte della donna di cui è perdutamente innamorato, dice di essersi ridotto allo zimbello del paese, ad una specie di “mastuggiorgio”, ossia un infermiere di manicomio.

La figura del “castigamatti” colpì molto l’immaginazione popolare, infatti nell’idioma, nel costume e nella letteratura partenopei sono rimaste impronte fino ad oggi. In Napoletano si usa ancor oggi dare il nome di Mastogiorgio a coloro che si occupano della cura e della custodia dei pazzi, e “l’aspetta Mastogiorgio“ si dice delle persone che dimostrano chiari segni di follia.

Oggi il termine viene usato a Napoli anche come appellativo, ma ha una doppia valenza: può definire un uomo intraprendente e determinato, capace di prendere le redini di una situazione difficile, ma che può essere anche violento e pronto ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo. Achille della Ragione