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Concetto di causa ed effetto


mercoledì 8 aprile 2009 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Il termine causalità in generale sottolinea la connessione in base alla quale il secondo quid risulta univocamente prevedibile al seguito del primo quid. Scorrendo la storia del pensiero umano si nota che il concetto di causalità si è polarizzato in tre forme fondamentali alle quali tutte le altre sono riconducibili. Come si vedrà, in tutte e tre le polarizzazioni resta comunque basilare la nozione che poggia sulla prevedibilità univoca del secondo quid a partire dal primo. Una delle regole dovute a detto automatismo consiste nella nozione, o convinzione, della necessità insita nel rapporto causale

La prima polarizzazione è riassumibile nei seguenti termini. Nel suo ambito si ha la forma di una connessione razionale. In base a tale connessione, la causa sarebbe la ragione del proprio effetto, talché l’effetto sarebbe affidabilmente deducibile dalla sua predetta causa. All’interno di tale concezione, si ha che l’azione della causa viene generalmente rappresentata come azione, frutto di una forza la quale ovviamente genera immancabilmente un effetto.

La prima formulazione chiara del concetto di causa si trova in Platone. Egli esplicitamente considerava la causa come il principio per il quale una cosa è ciò che è, oppure una cosa diventa ciò che è. Coerentemente a tale presupposto, Platone afferma che la vera causa di un qualcosa è ciò che per la cosa stessa risulta “il meglio”, che non è un meglio moralistico o edonistico, ma è l’idea, lo stato perfetto, esatto della cosa stessa, qualunque essa sia.

Ad esempio, la causa del 2 non è un due più bello o più buono, ma è il suo meglio platonicamente inteso, la sua dualità, il suo stato più puro, più esatto, più compiuto. Così la causa di ciò che è grande sarà la grandezza, di ciò che è brutto la bruttezza, di un amore l’amorosità, etc. Nel Timeo troviamo che Platone pone al vertice le cause prime, che talora chiama divine; tuttavia egli ammette che esistano successivamente delle concause, cioè quell’insieme di cause minori riscontrabili come fatti limitati e limitanti nell’operazione procreativa effettuata dal demiurgo fra cosiddetto umano e cosiddetto divino. La teoria platonica ha il pregio di lasciare aperta la ricerca verso i più reali meccanismi dell’essere reperibili nelle cause prime. Ma come si sa, l’esasperazione aristotelica riuscirà ad occludere la potenzialità insita nella teoria platonica, una potenzialità che però non verrà spenta grazie ai neoplatonici, sino ad arrivare alla scienza più recente.

Ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbe successo se l’umanità, invece di sclerotizzarsi nella mentalità aristotelica, e quindi nella fede cieca e rigida del principio di causalità, avesse preso la strada del platonismo. Se fin dagli inizi si fosse globalmente strutturata secondo il giustificato e sano atteggiamento di non cedere all’automatismo causa/effetto, e avesse apprezzato sistematicamente che ogni effetto inevitabilmente diventa causa a propria volta, di considerare come normale il fatto che esistano livelli diversi di realtà, e quindi nei confronti di qualunque cosa, persona, situazione. Forse la storia dell’umanità e quella delle nostre biografie sarebbe stata diversa, invece di essere coatti a ritenere sempre che a tal causa corrisponde tale effetto. Forse saremmo stati abitualmente idonei a rapportarci con qualunque cosa in termini di constatazione, in una ricerca delle realtà concentriche, avendo così un rapporto con la bifaccialità di qualunque quid. Tornando al principio di causalità, cosa tradisce con il suo porsi? Tradisce che un evento, qualunque esso sia, segue necessariamente un evento precedente, qualunque esso sia. Questo enunciato comporta uno scorrimento di spazio e di tempo. Perché un evento sia prima e l’altro dopo, vuol dire che c’è un prima e un dopo, un avanti e un indietro, un posteriore e un anteriore, quindi una sequenzialità spaziale e temporale. Per avere il passaggio da un evento 25 ad un evento 26 dobbiamo giocoforza passare da un tempo 25 ad un tempo 26, ma quando arriviamo ad un evento 1, e quindi ad un tempo t1, cosa c’è prima ? Possiamo parlare di un tempo che diventa negativo, t-1, un tempo che ribalta nel proprio contrario, ma deve pervenire da t1. Lo stesso discorso fatto a ritroso, lo possiamo fare andando avanti. E allora avremo t26, un miliardo e mezzo etc., ma per quanto possiamo avere un tempo con esponente grandissimo, se ne può aggiungere sempre uno, per cui qualunque tranche di tempo abbiamo, avremo sempre un tempuscolo in più, come dimostra la serie numerica.

Lo stesso discorso si può ripetere per quanto riguarda lo spazio. Immaginiamo spazio 25, spazio 26, e andiamo a ritroso; avremo sempre spazialità. Ingrandendo l’estensione spaziale potremo aggiungere sempre uno spaziuncolo. Siccome sappiamo dalla relatività che il tempo non è scindibile dallo spazio, il discorso sarà una supportazione spazio-temporale infinita che passa attraverso una specifica, che va all’infinito.

In quest’ottica, l’effetto non è strettamente deducibile dalla causa, esso è tendenzialmente prevedibile in base ad una certa causa per la costanza, l’uniformità, del rapporto di successione. In questo senso, un conto è ritenere che si possa prevedere tutto, prevedere sempre e ovunque gli effetti di un evento, stante una stretta connessione tra i due poli (e quindi non tenere presente l’irruzione del caos, della relatività, delle valutazioni probabilistiche). Altro conto è ritenere che ad un certo evento possano seguire o meno determinati effetti, ma ne potrebbero seguire altri, che ve ne potrebbero essere di ignoti, che la consequenzialità potrebbe addirittura essere alterata durante il proprio svolgimento.

Per concludere, è evidente da tutto il discorso fatto che, cambiando angolazione, muti la conoscenza dell’universo, muti la conoscenza di se stessi, dove alla fine resta un punto focale: accade ciò che accade; o non accade, o se accade esso è perfettamente normale.