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Questa nazione stenta ancora a trovare la sua strada

Otto settembre, sempre la stessa storia

Qualcuno deve rompere questo indecente silenzio e ricordare agli altri quanto orrore possa fare il sentire le bombe piovere intorno a se
venerdì 19 settembre 2008 di Michele Penza

Argomenti: Guerre, militari, partigiani
Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Storia
Argomenti: Ricordi


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Puntuali, inevitabili e sgradevoli come le bollette del telefono ricorrono alla predetta data le polemiche consuete: fascisti, antifascisti, morti da onorare, morti che hanno fatto la scelta sbagliata, scelte odiose, scelte da rispettare, lapidi sporcate, lapidi ripulite, discorsi solenni dei vari notabili, commenti a quei discorsi, corone di fiori a qualcuno, a qualche altro no, ecc. .

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L’annuncio dell’ARMISTIZIO

Appare evidente che questo paese non ha ancora metabolizzato quel breve periodo della sua storia e pertanto non esce da una impasse che gli impedisce di fare una riflessione serena e condivisa sull’argomento nemmeno dopo i sessantacinque anni trascorsi che pure hanno comportato il raffreddamento dell’odio se non altro per la scomparsa della grande maggioranza dei protagonisti di quei fatti.

A che mai sarà dovuta questa difficoltà che rende così ingrata agli italiani l’accettazione di se stessi e della verità sui loro comportamenti in un particolare momento critico della loro storia nazionale? Io non la attribuisco al fatto che quel momento abbia comportato una divisione fra le più acute tra le varie componenti politiche e sociali del nostro popolo. Alle divisioni noi dovremmo essere abituati, sono nel nostro DNA, non siamo mai stati un popolo unito e non lo siamo ancora nemmeno oggi.

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Guelfi e Ghibellini

Papali e imperiali, guelfi e ghibellini, per conto dei francesi o per conto degli spagnoli, piemontesi e briganti ci siamo continuamente e appassionatamente scannati nel corso dei secoli, non è certo una novità. Secondo me non deve essere questa la ragione, e me lo conferma anche la vicenda tanto simile alla nostra, vissuta dalla Spagna, dove malgrado una guerra civile sanguinosa durata anni, e pur essendo il franchismo sopravvissuto al fascismo lungamente non ci sono segni di quel rigurgito acido che qui affiora regolarmente appena se ne ripresenta l’occasione.

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Dante ghibellino

Quale è il dato storico oggettivo che fa la differenza fra i due paesi? Intanto la partecipazione alla seconda guerra mondiale, che in Italia c’è stata e che le classi politiche che si sono succedute al fascismo hanno cercato di rimuovere dalla coscienza degli italiani.

L’otto di settembre si celebrano oggi solo e soltanto la Resistenza e la cosiddetta guerra di Liberazione. Benissimo, possiamo essere tutti d’accordo, la libertà è una bellissima cosa. Ma dal 10 giugno del ’40 al 7 settembre del 43 gli italiani hanno combattuto anche quella che convenzionalmente viene chiamata seconda guerra mondiale. Non era una guerra combattuta con le Play-station, era vera, e ci è costata lacrime e sangue. Quelli che sono nati dopo non se la possono ricordare ma quelli che, come me, allora c’erano, perché non ne parlano mai?

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8 settembre 1943
Il messaggio di Badoglio

Qualcuno deve rompere questo indecente silenzio e ricordare agli altri quanto orrore possa fare il sentire le bombe piovere intorno alle proprie case, o il ricevere una letterina ufficiale di tre righe che ti annuncia che tuo padre, o tuo marito, è morto in combattimento, o il vivere per mesi e mesi in una città priva di acqua, di gas, di corrente elettrica cercando di sopravvivere e di provvedere almeno ai bisogni dei propri bambini, o almeno potrebbe far conoscere quale possa essere la mortificazione della gente onesta nel verificare quanto degrado, quali umiliazioni comporti l’occupazione del tuo paese da parte di un esercito straniero che pure si dichiara ‘amico’.

Su tutto questo si è voluto far scendere l’oblio. Si parla solo di quanto è avvenuto successivamente, dal settembre del ’43 al giugno del ‘45. Perché? Ci vergogniamo forse di ciò che è accaduto prima? Sì, qualcuno dovrebbe in effetti vergognarsene ma certo non tutti noi, non quei milioni di cittadini che hanno sempre e solo subito e pagato di persona gli sbagli e le colpe di pochi. E meno male che io la faccia e il nome di qualcuno di quei pochi me li ricordo bene (e chi se li scorda!); immaginate che lo ho pure rivisto in qualche celebrazione postuma, tipo quelle di cui all’oggetto.

Ma non ci sarebbe mai stata la necessità di resistere alla occupazione tedesca se noi stessi non la avessimo provocata, chiamando truppe germaniche nel nostro territorio per sostenere il fronte nordafricano sul quale avevamo un impegno comune e poi trattando la resa senza avvisarle. anzi negando di averlo fatto. I fatti della storia non nascono dall’oggi al domani ma hanno una loro logica e una loro sequenza. Perché ci si rifiuta di parlarne? La necessità di rimuovere tutto ciò che accadde prima dell’otto settembre nasce dalla decisione politica di dare all’Italia una fisionomia ufficiale di “Repubblica democratica fondata sul lavoro nata dalla Resistenza” così come recita il testo della Costituzione.

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Il Maresciallo Tito
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Solidarnosc
Il simbolo

Questa affermazione, ovviamente a mio parere, rappresenta solo una generica seppur romantica fiction che non ha mai corrisposto alla verità. La Jugoslavia di Tito o la Polonia di Solidarnosc possono dire di essere nate dalla Resistenza, non certo l’Italia. La Resistenza italiana è stata una realtà molto minoritaria che ha annoverato sicuramente morti feriti e martiri, ma la cui dimensione è stata consapevolmente gonfiata in funzione di quel progetto costituzionale. I numeri della partecipazione effettiva rispetto a quelli della popolazione sono troppo esigui perché si possa sostenere che abbia rappresentato l’impegno di tutto un popolo. Ci sono state non solo città ma intere province nelle quali il fenomeno resistenza era praticamente sconosciuto.

Roma è stata decorata di medaglia d’oro al valore, ma quanti erano veramente i partigiani a Roma su due milioni di abitanti? Non lo so e non lo dice nessuno. So che la generalità delle persone a Roma viveva serrata in casa impaurita e ascoltava la radio cercando di badare egoisticamente ai fatti propri. La concessione della medaglia è un fatto politico legato più che altro all’episodio di via Rasella che ha determinato la strage delle Ardeatine, ma in realtà l’atteggiamento della gente comune era di passività, non di lotta.

Né l’Italia del ’43 può essere simboleggiata dalla Resistenza né tanto meno quella di oggi ha una ben che minima connotazione che a lei possa riferirsi. Credo anche che questi dati di fatto debbano essere valutati con la mente sgombra da pregiudizi e dalla preoccupazione di celare le nostre eventuali responsabilità, perché é vero che i giudizi storici sugli eventi vengono scritti dai vincitori, ma è vero anche che nei tempi lunghi le cose prima o poi saranno valutate per quel che sono. Fra quelli che hanno vergato giudizi etici sulla vicenda del settembre ’43 c’erano forse troppi vincitori di littoriali degli anni trenta perché quei giudizi fossero equilibrati.

Oggi coloro che hanno responsabilità istituzionali puntualizzano che in quella circostanza vennero fatte scelte giuste e scelte sbagliate e che questa deve essere la discriminante. Nessuno ti dice però come si possa fare a distinguere a priori la scelta giusta da quella sbagliata. Al momento in cui quelle scelte vennero fatte l’alternativa per un uomo dai diciotto ai quaranta anni era quella di presentarsi al comando tedesco per essere arruolato o rischiare la fucilazione. Era del resto lo stesso dilemma che si poneva ai cittadini tedeschi. I nostri avevano una chance in più, quella di aggregarsi ai reparti partigiani. Questi erano i termini del problema che non si poneva come un problema di etica ma di opportunità. I problemi di etica se li pongono con tutta calma quelli che le scelte le possono fare a tavolino con la tazzina del caffè in mano e forse neppure loro.

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1915 La Triplice Alleanza
e la Triplice Intesa

Quando l’Italia nel 1915 ha scelto di rompere la Triplice alleanza e nel giro di venti giorni capovolgere la sua politica estera e dichiarare guerra all’Austria che in quella fase storica non ci aveva fatto niente ed era militarmente in grave difficoltà, si è trattato di una scelta etica oppure no? Ed era una scelta giusta secondo i canoni attuali oppure no? Io non so darmi una risposta certa e sono passati quasi cento anni. Vogliamo convenire che è stata una buona scelta, dal momento che alla fine ci siamo trovati tra i vincitori, ma se le cose fossero finite diversamente quali sarebbero state le nostre valutazioni?

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Pablo Picasso
Guernica

Quale è la mia tesi? Questa nazione stenta ancora a trovare la sua strada che non poteva essere certo quella della dittatura di un partito unico, che ha fallito clamorosamente il tentativo di dare strutture solide allo stato e creare una coscienza nazionale nel segno di una falsa unitarietà e privando i cittadini delle libertà fondamentali. Strada che non può nemmeno essere però quella della ipocrisia e del pressapochismo attuali. Io credo che nessuno qua possa impancarsi a maestro e trattare gli avversari politici di ieri e di oggi con disprezzo o con degnazione, come spesso ci piace fare. Se non ci diciamo tutta la verità, prima a noi stessi e poi agli altri, una vera riconciliazione qui non verrà mai, come infatti non viene.

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L’aula del Parlamento Italiano

Proviamo a lasciar perdere le frasi roboanti e a rispettarci civilmente l’un l’altro, vivi e morti, e rendiamoci conto di avere espresso finora classi politiche improvvisate e cialtrone che non una volta sola ci hanno portato al disastro e sul più bello sono sparite dietro la tenda di Fregoli, e poi oplà, ci si sono riproposte con una altra bandiera, quella vituperata fino alla sera prima. Così, come se niente fosse!