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Il mito del mistero


martedì 1 maggio 2012 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Scienza
Argomenti: Parapsicologia


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Il Principio di indeterminazione di Heisenberg ha una serie di implicazioni e applcazioni, fra le quali quella per cui un soggetto, qualunque soggetto, non può conoscere un oggetto in sé, e quindi l’interazione tra oggetti in sé, cioè l’evento, e quindi gli eventi in sé. Il soggetto può cogliere aspetti dell’evento, ma non può conoscere l’evento in sé, in quanto l’atto conoscitivo va a modificare, ad interagire con l’oggetto. Una delle tante conseguenze di questa applicazione è che non solo il soggetto altera l’oggetto esaminato, ma ne resta alterato, in quanto si rovescia il rapporto, perché l’osservato risulta a propria volta osservatore interagente, e quindi il soggetto diventa oggetto.

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Werner Karl Heisenberg
(5-12-1901, 1-2-1976)

Prendiamo ora il Teorema di Gödel. Anche qui, fra le varie applicazioni e implicazioni c’è quella per cui, all’interno di un sistema è impossibile una sua soluzione, né positiva né negativa, cioè non è possibile una dimostrazione inoppugnabile, né in termini di affermazione né in termini di negazione. Il sistema in oggetto non può decidere nel senso matematico della parola, e la soluzione è indecidibile. Per decidere, bisogna uscire dal sistema acquisendo un nuovo dato. Esempio: se prendo una stanza e mi attengo esclusivamente a tutti i dati che costituiscono la stanza, non posso arrivare ad una definizione della stanza, non è definibile. Per definirla, ho bisogno almeno di un elemento esterno d essa, cioè un’altra stanza, appartamento, piano, palazzo, per poter stabilire un minimo di rapporto tra questa stanza e qualcosa di esterno ad essa..

Tentiamo qualche piccola connessione.

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Kurt Gödel
(28-04-1906, 14-01-1978)

Abbiamo visto che non si può risolvere un contesto se non uscendone (Gödel); quindi un contesto è risolvibile uscendone, ma non è conoscibile in sé (Heisenberg). Ma siccome per risolvere il contesto successivo bisogna ulteriormente uscire da esso, pur restando esso inconoscibile e così via, il processo risolutivo risulta infinito, laddove però ogni singola risoluzione contestuale è un piccolo mistero.

Il mistero si risolve se si esce da esso e si acquisisce almeno un elemento, però si determina un nuovo sistema che ricostituisce un piccolo mistero, che si svelerà non tale se se ne esce, e così all’infinito. Potremmo dire che la storia dell’Essere, il contesto dell’Essere, il tessuto che costituisce l’Essere, è permeato di tanti piccoli misteri che si svelano non essere tali se considerati in una contestualità più ampia.

Domanda: quanto pesa tutto ciò nei nostri vissuti ? Si potrebbe dire che le biografie poggiano su questo “tutti incompresi” perché se stiamo dentro un determinato sistema, esso è irrisolvibile, non possiamo capire, essere capiti, capirci. A meno che non s esca dai termini esclusivi di quel sistema, e allora ci sarà lo spiraglio per capire il sistema che aprirà un altro sistema.

In quest’ottica, la “storia” dell’Infinito risulta la realizzazione di una sequenza infinita di risoluzioni inconoscibili, inconoscibili per chi/che stia dentro il processo, cioè la consapevolezza, che può arrivare ad una pregevole identificazione ai limiti, ma non assoluta. Cioè, la sua tensione identificativa non arriva mai alla conoscenza dell’identificato in sé (Heisenberg). Se c’è qualcosa che è infinito ma lo ingloba, ipotizziamo una Identità delle identità, allora tutti i pezzetti dell’infinito sono conoscibili, perché sta fuori. Naturalmente i termini fuori, dentro, infinito, particole etc., sono tutti termini allusivi in quanto inadeguati.

In realtà non c’è qualcosa in cui credere, ma soltanto una globalità da sapere, da consapevolizzare, così come non c’è alcun mistero nell’Essere, ma solamente una serie di realtà da conoscere e consapevolizzare, per poterle gödelianamente travalicare.

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Il fatto è che quando ci si trova in un determinato contesto, qualunque esso sia, si è costretti a credere che esso sia un mistero, salvo accorgersi che non era tale il momento in cui si esca sufficientemente dal mistero stesso. Ne consegue che, per effettuare un simile processo, nulla di meglio per l’Essere che ipotizzare un “conoscibile a monte di se stesso”.

In pratica ipotizzare un conoscibile “perfetto”, visto che esso, cioè l’Essere, persiste come non conoscibile, come costellato di misteri. Sotto un certo aspetto infatti si può coerentemente dire e percepire che l’Essere si realizza e risulta significativo sullo sfondo di un quid che resta co-presente a se stesso, e quindi senza alcun mistero.

In questo senso non è certo una novità come alcunché esista, persista e sussista in base ad una alterità, sfondo, reciprocità, che consente la connotazione di entrambi. In altre parole, perché il sistema prosegua, perché l’Essere svolga la propria funzione, si rende necessario un continuativo credere che si stia credendo all’esistenza di un mistero, per poi travalicarlo e svelarlo non appena si amplifichi il contesto esaminato.

Non sfuggirà come tale meccanismo possa essere rinvenuto sino alle particelle di Essere, ed in particolare nell’individuo.