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La certezza dell’incertezza


domenica 4 marzo 2012 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Come dice Samuel Butler: “ c’è una sola certezza, ed è il fatto che non possiamo dare nessuna cosa per certa, perciò non è neanche certo che non si possa dare nessuna cosa per certa”. Butler, nato nel 1835, morto nel 1904, era un ribelle geniale che, pur in assenza delle acquisizioni psicologiche, scientifiche e logiche che arriveranno nel XX secolo, era pervenuto a notevoli conclusioni fra cui la suddetta citazione.

Su essa si potrebbero fare parecchie valutazioni, non ultima questa. Poiché non ci sono certezze in merito a ciò che accade, e non c’è certezza neppure sulla stessa incertezza, ne consegue che noi non conosciamo in realtà gli eventi in se stessi, le loro cause reali, e dove realmente vanno a parare. Gli eventi saranno pure reali di per se stessi, e quindi le loro cause e gli effetti, ma per noi, restando inconoscibili, risultano praticamente casuali, e come se ciò non bastasse, risultano emessi a caso i nostri giudizi, visto che anche i nostri giudizi restano degli eventi sostanzialmente inconoscibili, insieme alle loro cause e alle loro finalità.

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Senza avere a diposizione la teoria dell’inconscio di Freud, il Principio di indeterminazione di Heisenberg, il teorema di incompletezza di Gödel, la logica del Caos, ed altre acquisizioni del XX secolo, tuttavia Butler arrivò intuitivamente all’incertezza sistematica, al caso come situazione strutturale di tutto ciò che avviene dentro e fuori l’essere umano. In un altro punto Butler dice: “mettersi nelle mai di Dio è solo un modo più lungo per dire che ci si affida al caso”.

Un altro riconoscimento autorevole all’incertezza sistematica intesa come sistema della struttura ci viene da Einstein col suo famoso “io non so di sapere”. Ancorché ostile alla scuola di Copenhagen in linea di massima, la corrente di pensiero nella quale si collocava Heisenberg, tuttavia Einstein sicuramente ebbe a riflettere in profondità su tanti aspetti della inconoscibilità in generale. Possiamo ragionevolmente supporre che la sua frase vada intesa nel senso di “io so di non sapere nessuna cosa”. Come è noto, Einstein non accettava l’idea di caso inteso nel senso di Epicuro, quale evento che non ha alcuna causa definita, mentre optava per l’idea di caso come apparenza dell’evento nei confronti della possibilità conoscitiva umana.

Parametrando i due asserti avremo pertanto:

- a – c’è una sola certezza, ed è il fatto che non possiamo dare nessuna cosa per certa, perciò non è neanche certo che non si possa dare nessuna cosa per certa.
- b – io so di non sapere nessuna cosa, perciò non so neanche se so di non sapere nessuna cosa.

Unificando a e b otteniamo che qualsiasi cosa cosiddetta saputa è incerta quanto soggettiva, cioè qualsiasi conoscenza è un’ipotesi aleatoria, un presumere locale e momentaneo, e questo sarebbe già molto importante. Ma se ci facciamo caso, i due asserti sono entrambi dei paradossi. L’enunciato “l’unica certezza è che nessuna cosa è certa” e “l’unica cosa che si sa è che non si sa nessuna cosa” sono paradossali. Ma perché tutto è incerto, e quindi tutto appare casuale all’essere umano ? perché l’essere umano, per tirare avanti e scivolare da un’ora all’altra, per continuare ad esistere sino alla fine dei propri giorni, deve continuativamente costruirsi delle pseudo certezze, cioè delle fedi, da minime a massime ? I motivi sono molti, ma possono essere tutti raccolti in uno solo, costituito dal fatto che in realtà non c’è certezza. La risposta è stupida, ma è più significativa ed attendibile di quanto sembri.

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La certezza è vissuta come uno stato psicofisico, è una convinzione intima, quindi soggettiva, che si ripercuote sulla fisiologia corporea, e nel caso si prolunghi, anche sulla struttura somatica. Il fatto che l’evidenza produttrice di certezza resti spesso contraddetta successivamente, non insegna niente agli umani, vedi il moto del Sole, la metà che è uguale all’intero, le duplici personalità, le geometrie non euclidee, le visioni dei santi e degli schizofrenici, l’anoressia psicotica e l’anoressia mistica, e così via. In quest’ottica, l’idea di certezza coincide con la storia dell’idea di verità.Partendo dalla preistoria, dove tutto era incomprensibile ed aleatorio, e l’essere umano cominciò a lottare per procurarsi qualche cognizione e qualche spiegazione tranquillizzante, citiamo alcuni indici di questa storia:

- I miti sulla crudeltà ed inconoscibilità degli dèi
- Il patetico “conosci te stesso”
- La dottrina platonica in generale e lo stato umano sul fondo della caverna: gli eventi passano
- Davanti, ma fuori della caverna, e l’essere umano vede le ombre sulla parete.
- I sofisti, quelli che dicevano: come stanno le cose non si sa né si può sapere.
- Il tutto maya degli orientali
- Il mondo è sogno degli occidentali
- L’agnosticismo, il pessimismo, il nichilismo in filosofia
- L’idea di mistero nelle religioni
- La teoria dell’inconscio
- Il meccanismo della bivincolazione
- Il principio di indeterminazione
- La teoria del Caos
- Il teorema di incompletezza di Gödel

Se facciamo mente locale, ci accorgiamo che c’è un filo sottile fra queste cose, ed è l’incertezza sistematica, ma la possibilità di recuperare qualche ipotesi di certezza locale e momentanea. Nella serie Star Trek c’è una bella frase d’allarme standard: intruso a bordo. Essa viene diramata non appena ci si accorge che qualcosa o qualcuno di irregolamentare si è introdotto sull’astronave. Ebbene, potremo dire che l’individuo è un’astronave che viaggia nello spaziotempo con costantemente un intruso a bordo, l’incertezza, questa entità sconosciuta, aliena.

Tuttavia noi proporremmo il termine di incertitudine per indicare una percezione più esatta e più sottile, perché lo stato in cui i trova l’essere umano non è solo di incertezze specifiche, ma nell’insieme è uno stato di incertitudine globale nei confronti di se stesso e di tutto, del pre-natum e del post-mortem, dell’Essere e del Nulla, e così via. Per fare allusione ad essa prendiamo quando ad esempio si entra in una stanza completamente buia e nemmeno nostra. Non so più niente, non mi posso muovere, no so che accade; l’incertitudine che si può provare ad un certo punto perdendosi in un bosco, nel deserto dove, a questo punto è tutto uguale, non ho punti di riferimento, non c’è nessuno, calerà il Sole e mi sturberò. Sono dei pallidi riflessi.

L’essere umano esiste in realtà continuativamente alla deriva, e più le cose sono importanti e più sono incerte, donde il fatto che l’unica soluzione possibile, quanto meno dignitosa se non risolutiva è la navigazione inerziale, il tendere sistematicamente ad un sovrainsieme successivo.

In alternativa ad essa c’è il palliativo al quale ricorrono tutti, salvo pochissime eccezioni. Il palliativo è subire, accettare, rafforzare piccole certezze, convincimenti gratificanti, parametri fideistici.