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Giovanni che non sapeva gridare


mercoledì 1 febbraio 2012 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Racconti, Romanzi


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... un piacere sentirli, davvero una bella coppia! Un matrimonio riuscito, non c’è che dire, e che intesa, che affiatamento fra due esemplari di quelle persone per bene, ma così per bene che ti mettono voglia di strozzarle...

- Chi ha suonato? Ehi, che succede qua? Ce n’è uno in terra, forza tiriamolo su:.
- Giovanni, come ti senti?
…Non parla, sembra assente. Presto chiama il dottore.

Arrivò il medico che faceva servizio di notte e borbottò all’infermiera dopo aver dato un’occhiata al paziente e una sbirciata alla cartella clinica: - Questo è arrivato. Fagli un Valium e tenetelo d’occhio. Mi sa che ci siamo!

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ospecorsia

Non era gran che diversa quella da tante altre notti che ho trascorso in quel camerone a sei letti del V reparto medicina del S. Camillo, e stavolta toccava a quello del letto di fronte al mio, una persona discreta e gentile, ormai invasa completamente dal male, che si stava allontanando dalla vita senza clamore. Anche quella sera non aveva gridato e nemmeno chiamato, solo ad un tratto aveva preso a torcersi silenziosamente e dimenandosi, suppongo per il dolore, aveva superato il bordo del letto ed era scivolato in terra. Gli fu messa una flebo e pian piano riprese coscienza e quando sentii che aveva ripreso a respirare pesantemente, ansimando, lo chiamai sottovoce: - Giovanni…
- Che vuoi? - mi rispose flebilmente
- E’ la fine, lo sai!
Era vero, lo sapevo e decisi di lasciarlo in pace. Se lo meritava. Aveva dimostrato ampiamente di essere forte e sereno, poi non era stupido e non avrebbe saputo che farsene di bugie consolatorie.

Al mattino riprese normale la routine dell’ospedale: passò la colazione alle nove, vennero due ragazze a rifare i letti e poi ci fu la visita. Stavolta assieme al medico di reparto c’era pure il primario, e dietro a lui il solito codazzo di apprendisti stregoni. Erano tutti intorno a Giovanni.

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corsia

Il primario chiese lumi al medico di reparto che lo informò rapidamente parlando in codice e infine gli mostrò una lastra.
Quello la osservò e non fece commenti, poi si rivolse a Giovanni e gli chiese:
- come va, come si sente?
- Basta. E’ finita. Fatemi andare a casa. Voglio morire nel mio letto.
- Va bene, concluse il primario rivolto ai suoi, se vuole così potete dimetterlo.
Gli strinse la mano senza dire altro e se ne andò portandosi via il suo sciame, e nel camerone tornò la quiete..

Nel prosieguo della giornata tutto procedette normalmente, solo che eravamo più silenziosi.
L’infarto m’inchiodava al letto ma chi poteva farlo se ne uscì in giardino a fumare e sembrava che nessuno avesse più la voglia di tornare in reparto. A mezzodì consumammo rapidamente il pasto e tutti si sistemarono nei letti a sonnecchiare in attesa che si facesse l’orario di visita dei parenti.
Giovanni non toccò cibo, della minestrina lo disgustava fin l’odore.
- Porta via, disse, caso mai prenderò qualcosa a casa.

Si capiva che ormai era lì col pensiero. Sembrò rianimarsi, era impaziente di andarsene e guardava spesso l’orologio. Finalmente arrivarono due visitatori per lui, suo figlio, un tipo sulla quarantina di bella presenza e sua moglie, una donna che con una decina di chili in meno poteva passare per ciò che a Testaccio, e anche altrove, chiamano una bella figa.

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coppia

- Come stai papà?
- Portatemi a casa vi prego.
- Papà che dici? Non fare così, a casa chi ti cura? Mica sei guarito. Ci vuole pazienza, meglio di qui dove vuoi stare?
- Portatemi a casa vi dico. Io sto morendo. Fatemi morire nel mio letto.
- Ma papà te l’ho pure detto che oggi saremmo partiti per la montagna, allora non m’ascolti, è adesso che abbiamo le ferie. Lo capisci, mica ti possiamo lasciare a casa da solo.
- Giorgio credimi, sarà per pochissimo tempo poi non vi darò più fastidio. Poche ore, vedrai! Tanto mi resta, lo sento.
- Papà ma che sono queste esagerazioni, sei sempre il solito poeta. Come devo fare con te?
- Guarda che ho già detto al medico che sarei uscito.
- Cosa? Ma allora vuoi proprio farmi arrabbiare. Guarda non è la giornata. Noi alle nove abbiamo il treno...
- Treno? Che treno? Non mi dirai che ti si è rotta la macchina? Questa non ci voleva, adesso come mi porti a casa? Magari chiami un tassì, lo pago io...
- Macchè rotta. E’ che Dobbiaco è lontana. Se ci mettiamo in autostrada al due di agosto ci possiamo stare pure dieci ore. Luisa soffre i percorsi così lunghi, arriverebbe uno straccio. In vagone letto può dormire. Fammi andare a sentire il medico.

Se ne uscì a grandi passi calcando i tacchi sul pavimento, perché doveva mostrare di essere un uomo di carattere. La donna se ne era stata tutto il tempo in silenzio. Sembrava imbarazzata e si capiva dal suo atteggiamento assolutamente passivo che doveva essere totalmente soggetta al marito.
Malgrado questa sensazione sperai che almeno lei fosse capace di un minimo di vergogna se non di pietà e le feci cenno. S’avvicinò e si mostrò persino premurosa.
- Mi dica, posso fare qualcosa per lei?
- No, grazie. Non per me ma per suo suocero. Fatelo contento, ditegli di sì. Basta questo guardi, fateglielo credere. Non servirà che facciate altro, sarà sufficiente, mi dia retta.
- Certo che lo farei, mio suocero è tanto una buona persona, sapesse! Ma mio marito, lo avrà sentito, glielo ha spiegato che siamo in partenza, che abbiamo prenotato i posti. Che possiamo fare, gli diciamo di sì e poi partiamo? Ma eccolo mio marito, che ha detto il medico, caro?

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malati-terminali

Un muro di gomma morbido ma impenetrabile e il messaggio che mandava era lampante e di una logica ineccepibile:
- A me lo dici? Se non gliene frega niente al figlio…
Giorgio in effetti era tornato dal colloquio col medico e pareva più disteso.
- Non lo hanno ancora dimesso, aspettavano noi. Gli ho spiegato la situazione. Mi ha detto che possiamo fare come vogliamo. Del resto, è logico, non è materia in cui si possano fare previsioni esatte.

Giovanni sembrò non aver capito, li guardava come da lontano. Supplicò con un filo di voce
- Allora, si va? Ditemi di sì, vi prego!

Non ebbe risposta. Trascorsero alcuni minuti di un silenzio crudele, di cui avvertivo il peso intollerabile. Giovanni non gridò, non impose la sua ultima volontà, ma non penso solo perché gli restava poco fiato in corpo. Doveva essere un uomo che in vita sua non aveva mai gridato, e non si cambia l’ultimo giorno. I due stavano scalpitanti accanto al letto, scambiandosi occhiate eloquenti.
- Che fa? Si addormenta?
- Meglio così! Tra un po’ ce ne andiamo.

Un piacere sentirli!
Davvero una bella coppia, così armoniosa, se l’intendevano a meraviglia!
Un matrimonio riuscito, non c’è che dire, fra due esemplari di quelle persone per bene, ma così per bene che ti mettono voglia di strozzarle con le tue manine d’oro.
Giorgio?
Una cozza guasta: duro e compatto il guscio, molle, schifoso e maleodorante l’interno!
Quel giorno lo odiai intensamente, eppure ripensandoci neppure allora mi appariva un mostro ma solo un poveraccio, campione di un egoismo gretto e miserabile e tuttavia di una categoria assolutamente comune e ordinaria, solo un uomo di merda, come purtroppo ce ne stanno tanti altri.

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Lui sì che era dotato per la competizione! Era l’emblema della teoria darwiniana: i figli devono avere geneticamente qualcosa in più dei genitori, ed è così che la specie si evolve e anche l’umanità cresce, come del resto possiamo constatare ogni giorno. Giorgio era l’uomo che sa battere il pugno sul tavolo e in più aveva una bella voce baritonale, bene impostata per modulare ira e sentimento, dolore e pathos, e avreste dovuto sentirlo pochi istanti dopo, quando prese a chiamare sempre più forte:
- Papà, papà, papà mio rispondimi, ti prego… oh Dio, che succede?…no…non è possibile… dottoreee…

Vi giuro, sembrava un Gassmann! Ma meglio ancora, di più, di più, l’avresti detto sincero!