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PASQUA 2024: PREGHIAMO PER LA PACE

Tra presente e passato
lunedì 25 marzo 2024 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Attualità


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Stamattina ascoltando le drammatiche notizie del telegiornale, mi sono sentita molto triste per gli orrori di guerre e attentati terroristici.

Eppure guardando il panorama di Napoli dall’alto del mio appartamento all’ ultimo piano, perfino il Vesuvio ispirava tranquillità: c’era un’aria serena, gli alberi in fiore festeggiavano la primavera, il sole inondava le strade e dava al mare riflessi dorati. Ho pensato con dolore che in un attimo tanta Bellezza e Pace potrebbero essere distrutte seminando morte, come sta accadendo in altri paesi. E così ho incominciato a pregare, come facevo da bambina quando i racconti di guerra di nonni e parenti mi facevano inorridire.

Ecco una mia poesia: Bisogno di luce, pace, serenità,/di cancellare ogni malvagità,/gretto egoismo, /senso di vacuità,/quel nulla oscuro di un mondo senza Dio./E tu, smarrita, /confusa Umanità,/guarda il cielo, /guarda le stelle,/ascolta la musica/di armoniose sfere,/di un macrocosmo,/unito al microcosmo…/E prega, per favore,/finalmente PREGA!

Mi son venute in mente poi tante lotte della mia vita, tra scuola e famiglia, per educare i miei figli e i miei alunni a non violenza, rispetto verso gli altri, equità, democrazia, libertà, pace, ora mi tocca ascoltare vari opinionisti che in tv per ore parlano della III guerra mondiale, di bombe atomiche e quant’altro, come se fossero imminenti e inevitabili disastri... Ma siamo impazziti?! E continuando a pensare, ho ricordato gli anni ’50, gli anni del dopoguerra, quelli della ricostruzione, quando veramente abbiamo tutti sperato nella pace e la Pasqua era divenuta una realtà profondamente sentita, tra riti religiosi e tradizioni che nelle famiglie creavano atmosfere gioiose e incidevano negli animi indelebili sentimenti di unione e affetto, come ho già raccontato in un mio articolo tempo fa. Eccolo:

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reggia_e_bosco_di_capodimonte

“La vecchia casa dei miei nonni si ergeva su verdi pendii: semplice eppur maestosa appariva ai miei occhi di bambina, come una tranquilla oasi, nei pressi del grande Bosco di Capodimonte in Via Bellaria, dove l’aria era davvero ”bella” e salubre, l’acqua del fiume Serino sgorgava fresca dalle fontane e i cibi erano saporiti e genuini. L’arrivo della primavera si percepiva nell’aria all’improvviso spalancando le finestre al mattino: un venticello lieve e gentile ti carezzava il viso portando con sé il profumo dei fiori e sembrava che la campagna cantasse un inno di gioia tra peschi dalle delicate sfumature di rosa alternate al bianco di ciliegi e mandorli, vibranti di nuova vita tra le foglie di un verde brillante bagnate di rugiada.

La Natura ci attirava con i suoi infiniti incanti e si correva allora nel vicino bosco, tenuti per mano dagli adulti, papà, mamma o nonni e in particolare da zio Edoardo. Come un ragazzo egli amava tanto giocare con noi bambini e sapeva scoprire sempre nuovi sentieri tra il verde; noi lo seguivamo con fiducia, come se fosse il pifferaio magico dell’antica favola che sicuro di sé ci guidava verso grandi prati erbosi pieni di margheritine bianche e gialle, tra alberi secolari ed intricate siepi. Talvolta ci spingevamo fino alla Reggia di Capodimonte, ai suoi favolosi giardini e sontuosi saloni in cui all’epoca aleggiava ancora un passato non lontano di re e regine, principi e principesse. Tornavamo a casa sudati, ansanti ed infinitamente felici tra i rimproveri di mamma e nonna che minacciavano mio zio di non dargli più il permesso di farci uscire con lui. Poi si rabbonivano alla vista di violette e ciclamini colti per loro e il sorriso tornava sui loro volti mentre mettevano i fiori davanti ad una statuina della Madonna.

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La primavera ci regalava un altro importante evento: Pasqua. Tutto avveniva secondo precisi riti che si ripetevano ogni anno. Si andava per qualche giorno in centro a fare acquisti e per partecipare al cosiddetto “struscio”, cioè la rituale visita ai “sepolcri” allestiti nelle chiese per commemorare la Passione di Cristo. Almeno tre se ne dovevano visitare e comunque sempre in numero dispari. Lungo i marciapiedi affollati la gente camminava lentamente “strusciando”, cioè strisciando i piedi, guardando le vetrine dei negozi e sfoggiando i nuovi eleganti abiti primaverili. All’imbrunire si tornava a casa dove allettanti odori uscivano dalle cucine nelle quali le donne erano indaffarate a preparare la pasta all’uovo per le lasagne pasquali, pastiere (dolci di pasta frolla con ricotta, uova, grano, frutta candita e acqua di millefiori) e i tradizionali “casatielli” (rustici pieni di salumi, formaggi, sugna e pepe). Purtroppo nessuno poteva toccare niente, nemmeno assaggiarne un pezzetto (una vera tortura!) poiché, come ci spiegavano sempre dandoci una botta sulle mani che si allungavano verso quei cibi, non si potevano mangiare prima che “si sciogliesse la gloria”, cioè prima che suonassero le campane che celebravano la Resurrezione di Cristo. Nemmeno le uova di cioccolato si potevano sfiorare prima della domenica di Pasqua, così esse troneggiavano in bella mostra nei loro coloratissimi involucri infiocchettati su un mobile in camera da pranzo, allineate in ordine di grandezza, tra vasi pieni di rami di pesco regalati da don Giovanni, il contadino che ci vendeva frutta, ortaggi, latte e uova fresche.

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A Pasqua tutti a messa! Poi si andava a tavola e là, tra battute allegre e motti di spirito, si alzava in piedi nonno Mario imponendo il silenzio per benedirci con un ramoscello di ulivo bagnato nell’acqua santa, passandolo subito dopo a mio padre che ripeteva l’operazione come se fosse un “comandante in seconda” per il rispetto che allora si aveva verso gli anziani. Il giorno dopo, cioè lunedì in albis o Pasquetta, non ci veniva consentito di uscire per unirci a coloro che andavano a fare un picnic nel bosco armati di cestini pieni di cibi e vini, palloni da football, chitarre e mandolini. Troppa confusione secondo gli adulti. Ci dovevamo accontentare di guardare dalla terrazza di casa l’allegra e pittoresca sfilata di centinaia di persone, sfilata che verso sera spesso si trasformava in un improvviso e divertente fuggi-fuggi sotto il rituale acquazzone primaverile!”.

Quanto tempo è passato dai quei lontani anni ’50! Anni duri, anni del dopoguerra, eppure pieni di speranza nel futuro. Eravamo circondati da persone coraggiose che erano uscite miracolosamente “intatte” da un’orrenda guerra, intatte non solo fisicamente ma anche moralmente, umili e fiere allo stesso tempo, sicure dei loro principi e ideali. Saremo capaci anche noi di fare altrettanto per tramandare tradizioni e valori ai nostri figli e nipoti in questa nostra difficile epoca? Forse ci stiamo provando, nuotando contro corrente e animati solo di buona volontà. Allora auguriamoci ancora una volta una “Buona Pasqua” in Pace, con il profumo di primavera!

Giovanna D’Arbitrio

 

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