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VITA DULCIS

La mostra di Francesco Vezzoli al Palaexpo di Roma
mercoledì 3 maggio 2023 di Nica Fiori

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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“Se non mi domando chi eravamo, io non mi ricordo chi siamo”. Con questa citazione tratta dalla canzone “Un briciolo di allegria” di Mina e Blanco, Francesco Vezzoli (classe 1971) ha manifestato il suo interesse per le sculture antiche, che egli riesce a rielaborare in una visione contemporanea con raffinatezza e senso dell’humour.

Lo ha ampiamente dimostrato nella mostra “Vita dulcis. Paura e desiderio nell’impero romano”, da lui curata insieme a Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano, presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma.

La mostra è stata fortemente voluta dal presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo Marco Delogu, che con questa esposizione autoprodotta e completamente sostenibile (di fatto a km 0) intende riportare Roma al linguaggio della grande arte, che è stata la prima vocazione del Palazzo, mettendo insieme capolavori del Museo Nazionale Romano (tra cui il celebre Ermafrodito, statue di divinità e vari ritratti) e materiali sconosciuti dei suoi magazzini con la creatività di Vezzoli e con il cinema: il tutto esposto in maniera provocatoria e ludica, giocando con le emozioni e con l’eros. Nel corso della presentazione Vezzoli ha spiegato che il suo ruolo è proprio quello di riattivare una connessione tra il reperto antico e l’emozione contemporanea.

Quando ha avuto accesso ai depositi del MNR, accompagnato da Verger, che gli ha fatto da guida come il Virgilio della Divina Commedia, ha pensato che quelli erano “i depositi della bellezza dimenticata” e ha cercato di guardare l’antico senza filtri, senza timori, inventando ogni volta una strategia per raccontare questo patrimonio di oggetti che raccontano anche la vita quotidiana, come per esempio i cippi funerari in marmo o gli uteri in terracotta (ex voto donati alla divinità), che lui ha riproposto in installazioni che vogliono dare una dimensione umana alla storia antica. Alcune statue e frammenti figurati sono stati, invece, in parte colorati, con un effetto non propriamente antico, anche se gli archeologi hanno ormai ampiamente dimostrato che i Romani coloravano le loro sculture.

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Ermafrodito del MNR

Il risultato delle sue ibridazioni e reinterpretazioni può essere talvolta scioccante, ma può scatenare un interesse nei confronti di reperti che altrimenti sarebbero sfuggiti ai nostri sguardi e che ora vivono una nuova giovinezza, un po’ come successe nel passato ad alcune statue romane, che vennero ribattezzate con nomi e nomignoli contemporanei e divennero le voci del popolo. Pensiamo in particolare a Pasquino, Marforio, Madama Lucrezia, l’Abate Luigi, che per secoli hanno “firmato” molti versi satirici contro personaggi pubblici dell’Urbe.

Il titolo “Vita dulcis” richiama “La dolce vita” di Federico Fellini e sembra alludere al fatto che la mostra si muove tra epoche e contesti differenti, accompagnati da scene di film d’autore, a partire da Cabiria, il primo colossal italiano datato 1914, diretto da Giovanni Pastrone e sceneggiato da Gabriele D’Annunzio. Il cinema, in effetti, è stato il mezzo visivo che ha maggiormente utilizzato e celebrato il periodo storico dell’antica Roma, cercando di restituirne la realtà, la passione, le storie, le atmosfere e i colori.

E Vezzoli, fin dagli inizi della sua carriera artistica, lo ha usato come potente riferimento emotivo e narrativo al passato e all’attualità. Non è un caso che una delle sue opere più note, Trailer for a Remake of Gore Vidal’s Caligula, presentata alla Biennale di Venezia del 2005, unisca in una citazione irriverente dei “peplum” il cinema e l’antico per offrire una rappresentazione della degenerazione contemporanea del potere.

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F.Vezzoli. Installazione nella Rotonda

Questa compresenza di livelli semantici è già evidente all’ingresso della mostra, nella “Rotonda” del Palazzo delle Esposizioni, dove i visitatori sono accolti da una serie di opere provenienti dal progetto 24 Hours Museum, che Francesco Vezzoli ha prodotto nel 2012 in collaborazione con Prada ed esposto - per un solo giorno - nello storico Palais d’Iéna a Parigi. Sono in mostra sei grandi opere luminose raffiguranti le sculture antiche dell’Afrodite Sosandra, della Menade danzante, della Venere de’ Medici, di Vibia Sabina, della Venere Callipigia e dell’Afrodite Cnidia, le cui teste sono sostituite da quelle di sei dive contemporanee (Sharon Stone, Michelle Williams, Anita Ekberg, Valentina Cortese, Jeanne Moreau, la Principessa Caroline di Hannover), ma tutte con gli occhi della madre dell’artista. Intorno alla Sala Rotonda si sviluppano sette sale tematiche, ognuna dedicata a un aspetto particolare della storia dell’impero romano, senza alcuna pretesa di realizzare un’analisi scientifica completa, ma semmai con l’intento di suggerire una visione alternativa, trasversale, dei temi più vivi e appassionanti che i reperti archeologici in qualche modo rievocano.

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F.Vezzoli: Adriano davanti ad Antinoo

La prima sala, intitolata “PARA BELLUM” (prepara la guerra), è dedicata al tema della guerra e al culto del corpo virile, inteso nella sua duplice accezione di difensore armato e di modello di riferimento dei valori estetico-morali della società romana. Diversi basamenti dalle forme eterogenee accolgono, in un crescendo d’intensità, la figura di Marte, dio della guerra, il volto di Alessandro Magno e il busto mutilato di un generale in marmo, manipolato da Vezzoli con un casco da ciclista in bronzo. Prima di raggiungere il culmine della tensione emotiva con il busto dell’imperatore Domiziano nei panni di un combattente, collocato su una struttura piramidale, al centro della sala la scultura Achille! (2021), un busto settecentesco dell’eroe omerico truccato in chiave pop contemporanea, dialoga con il gruppo scultoreo frammentario di Achille e Pentesilea, proveniente dalle Terme di Diocleziano.

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Installazione con Achille e Pentesilea

Ricordiamo che la regina delle Amazzoni Pentesilea viene trafitta da Achille nel corso della guerra di Troia ed è vittima, secondo una versione del mito, di necrofilia da parte dell’eroe greco, colto da un improvviso raptus amoroso verso la morta. Offrono un contrappunto emotivo ai reperti archeologici le proiezioni di alcune scene tratte da La calata dei barbari (1968), lungometraggio di genere storico del regista tedesco Robert Siodmak, e dal celebre colossal Il gladiatore (2000), diretto da Ridley Scott.

La seconda sala, “ANIMULA VAGULA BLANDULA” (piccola anima che andrai vagando languida), trae spunto dall’incipit di una poesia di Adriano, pronunciata in punto di morte, per parlare della sua attrazione verso Antinoo, un fanciullo che, morto precocemente in Egitto, viene divinizzato dall’imperatore e diventa, grazie a una quantità impressionante di suoi ritratti, un’icona di bellezza e un simbolo di passione amorosa che trascende la morte.

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F. Vezzoli:Testa di Antinoo resa contemporanea

Il bellissimo busto di Antinoo, proveniente da Palazzo Altemps, è al centro di un’installazione di Vezzoli. Oltre a una schiera di sei busti in fila, riproducenti il volto di Antinoo truccato come David Bowie sull’iconica copertina dell’album Alladin Sane (1973), Self-Portrait as Emperor Hadrian Loving Antinous (2012) presenta Vezzoli nelle sembianze dell’imperatore intento a guardare con gli occhi dell’amore il compagno.

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Testa antica ridipinta

Tra gli spezzoni di film proiettati in questa sala ricordiamo Spartacus (1960) con la regia di un giovane Stanley Kubrick e il controverso Sebastiane (1976), diretto dal regista inglese Derek Jarman e girato in lingua latina, che presenta le gesta di un piccolo gruppo di soldati abbandonati al piacere omosessuale.

La terza sala “DUX FEMINA FACTI” (donna guida dell’impresa, ovvero la donna governa gli avvenimenti) vuole evidenziare come la figura femminile fosse fondamentale all’interno della dimensione quotidiana e rituale della società romana, pur non avendo ruoli apparenti di comando. Con l’intento di renderle contemporanee, nella sala vengono rappresentate varie raffigurazioni femminili in epoca classica, dal virginale torso di Kore all’aggressiva Medusa, alle dee Venere e Diana, al corpo danneggiato di una matrona. Ci colpisce in particolare il richiamo alla Venere paleolitica di Willendorf, ingrandita e replicata in bronzo, con una testa marmorea romana del III secolo d.C. La rappresentazione della dimensione rituale, che nell’antichità permea ogni aspetto del quotidiano, viene affrontata nell’altare piramidale composto da 69 reperti fittili di utero. Nel cinema è ricordata la regina Cleopatra nei due film diretti da Cecil B. DeMille (1934) e da Joseph L. Mankiewicz (1964): quest’ultimo con Elizabeth Taylor come protagonista.

“CERTA OMNIBUS” (certa per tutti) è il titolo della sala dedicata alla morte, ovvero al culto dei defunti, che si manifestò in varie forme nell’arte antica e che qui viene rappresentato con un’imponente installazione di 47 lapidi funerarie provenienti dai depositi delle Terme di Diocleziano e con la proiezione della celebre sequenza del sacrificio umano nel tempio di Moloch dal film muto Cabiria.

L’arguzia, l’erotismo e la carnalità del film Fellini Satyricon (1969), ispirato al testo latino di Petronio Arbitro, dà lo spunto per il tema della quinta sala “RIDENTEM DICERE VERUM” (dire la verità ridendo), comprendente teste e busti di personaggi allestiti intorno al celebre Ermafrodito del II secolo d.C. di Palazzo Massimo. Traiano, Platone ed Euripide, ma anche Satyricon (Portrait of a Priest) (2023), la testa di un Giano bifronte dal titolo BI (2015), o la Musa della Satira (2023), opere realizzate da Vezzoli, sembrano dialogare tra loro davanti al corpo disteso dell’Ermafrodito dormiente.

Due imponenti installazioni illustrano il tema delle ultime sale: la celebrazione del potere imperiale e la forza distruttiva della sua degenerazione. “UBI POTENTIA REGNAT” (dove regna la potenza) ospita una sequenza di ritratti di imperatori romani della collezione del MNR, disposti su una struttura a forma di ziggurat. Essi rappresentano la storia di Roma dal 27 a.C. al 476 d.C., ma - si domanda Vezzoli - fino a che limite giunge il potere? Il tema è affrontato dall’artista scardinandone la dimensione storica per favorire la produzione di un modello a-storico: un alterabile e continuo sistema di valori pronti a diventare universali, senza limiti di tempo e luogo. In questo contesto le teste di Domiziano e Marco Aurelio vengono innestate dall’artista nel busto di un corpo femminile, a sua volta integrato su una colonna in marmo. Il gesto artistico visualizza una domanda aperta che riecheggia anche nelle altre sale: “quali sono le risposte estetiche a interrogativi ancora attuali che ci vengono offerte da queste immagini?” A fare da sfondo a questi diversi stadi di potenza, e ad abbassarne ironicamente la portata, sono alcuni frammenti del film Mio figlio Nerone (1956), una commedia diretta da Steno e interpretata da Alberto Sordi, Gloria Swanson, Brigitte Bardot e Vittorio De Sica. Riconduce al retroscena umano di questi uomini di potere dell’epoca romana anche il film Nel segno di Roma (1959) diretto da Guido Brignone e Michelangelo Antonioni.

“MIXTURA DEMENTIAE” (un insieme di follia) è il titolo dell’ultima sala, che introduce all’estetica del frammento, della mutilazione e del danneggiamento dei reperti archeologici, con l’intento di generare interesse verso tutti quei pezzi attualmente conservati nei depositi museali. La selezione diversificata di soggetti presenta parrucche, volti con occhi cavi, capitelli e colonne, rilievi e leoni. Vezzoli colloca tra questi reperti le sue opere che si camuffano nel discorso espositivo. Tra queste ricordiamo Ai tuoi piedi (Pedicure) (2020), un piede votivo in argilla del III secolo a.C. ritoccato con dello smalto per unghie, Love and Sex in Ancient Rome (2019), frammento di scultura in tufo di un pene, Lacrime di coccodrillo (2023), un enorme rettile in bronzo che divora una testa in marmo di Palmira del III d.C. e le opere realizzate con il ricamo metallico Caligula Killed Tiberius (Peter O’Toole) (2005) e Charea Killed Caligula (Paolo Bonacelli) (2005).

Chiude la mostra il già citato Trailer for a Remake of Gore Vidal’s Caligula, l’opera forse più nota di Francesco Vezzoli, che fa riferimento al film Caligola del 1979, sceneggiato dallo scrittore e drammaturgo americano Gore Vidal (che ne disconobbe il risultato finale) e diretto e riscritto da Tinto Brass. All’interno di una villa decadente di Beverly Hills, attrici e attori del film originale si uniscono a un cast internazionale selezionato ad hoc da Vezzoli. Ciascuno interpreta un personaggio storico, esponendo le stratificazioni e manipolazioni del potere e costruendo in contemporanea una parodia del cinema hollywoodiano e del suo interesse per Roma.

“VITA DULCIS. PAURA E DESIDERIO NELL’IMPERO ROMANO”
Palazzo delle Esposizioni di Roma
22 aprile – 27 agosto 2023

Orari: dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 20.00, lunedì chiuso. L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura www.palazzoesposizioni.it