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RIFLESSIONI TRA PASSATO E PRESENTE

Tra II guerra mondiale e attuale pandemia
sabato 25 aprile 2020 di Savino De Rosa

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Sono giorni diversi, mai vissuti in tempi moderni, siamo chiusi in casa, quasi tutto è fermo. Non per una calamità naturale, un conflitto, no, siamo tutti fermi per una nanoparticella, un virus. Si è diffuso rapidamente nel mondo, causando morti, disperazioni e ingenti danni economici.

Aspettiamo con ansia la ripartenza e non sappiamo ancora come e quando, nè quali saranno gli effetti di questa crisi su economia e reale capacità a ripartire.

Pensavo a questo e ho percorso all’indietro la mia vita, ritornando ai ricordi e ai racconti del periodo bellico che ascoltavo in famiglia da piccolo, le distruzioni, la ripartenza anche se in tempi diversi, benché il soggetto sia sempre lo stesso: l’individuo.

E’ l’individuo che deve trovare tutta la forza, l’entusiasmo, la volontà di ripartire come fecero i nostri genitori e voglio proporre tutto ciò alle nuove generazioni.

Era il 1942, di pomeriggio verso le ore 15 di un giorno di febbraio, in una casetta a Pozzuoli in via Solfatara, 23, nasceva il sottoscritto. Mi chiamarono Savino all’anagrafe, in ricordo di un fratello di mamma Filomena, morto poco prima durante il periodo bellico, ancora in corso, e come lui venni chiamato Savio, forse come auspicio dei genitori, chissà.

Come dicevo era in corso la guerra ed erano i giorni più duri per il Sud Italia, quando gli alleati risalivano la penisola e aerei Inglesi ed Americani, spianavano la strada all’avanzata delle truppe con bombardamenti mirati quelli degli Inglesi, più estesi quelli degli Americani.

Queste cose le sentivo raccontare, più grandicello, in famiglia perché alle spalle della nostra casetta, a circa un chilometro di distanza, c’erano dei grossi serbatoi di carburante e io risento ancora nei racconti, simulare il ronzio della ricognizione inglese che non sprecava una bomba, ma girava girava, fino a quando non era certa di aver individuato l’obiettivo.

Ricordo ancora le corse nel ricovero poco distante, in braccio ai miei genitori, con i miei due fratellini gemelli più grandi, mentre la più piccola non era ancora nata. Anche se piccolo, il fragore delle bombe mi è rimasto ancora dentro, come la paura sul volto dei miei genitori. Mi è rimasto anche il ricordo del passaggio delle truppe americane che in fila indiana lungo il bordo del marciapiede andavano verso nord. Da bambino vedere quelle armi, i carrarmati, i camion militari mi davano meraviglia e sorridevo, così qualche soldato mi lanciava le caramelle.

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i fondatori

Ascoltavo i discorsi dei miei genitori e quelli di nonna Maria Carmela e di zia Vincenzina che abitavano in casa nostra e raccontavano come si viveva prima della guerra, i sacrifici, gli sforzi per portare avanti la famiglia e per cercare di migliorare la loro condizione.

Mio padre Giovanni aveva fatto il servizio militare in marina, imbarcato su un cacciatorpediniere; ricordo i suoi racconti quando attraversavano lo stretto dei Dardanelli per entrare nel Mar Nero, o la navigazione con mare agitato e la paura di non farcela. Finito il periodo di ferma entrò come operaio nei cantieri Ansaldo di Pozzuoli che a quei tempi era una industria di meccanica pesante, destinata alla costruzione di materiale bellico e dopo la guerra fu convertita per la costruzione di materiale ferroviario.

Ci raccontava che dopo il lavoro frequentava il corso serale di perito industriale all’Alessandro Volta di Napoli, e a volte la sera veniva fermato dalla milizia fascista, che controllava il contenuto dei libri per verificare se corrispondessero a quanto da lui dichiarato.

Ricordo la sua emozione quando, conseguito il diploma, fu nominato impiegato e il suo nuovo capo Ing. Corvetto si complimentò per il perseguimento e gli diede l’incarico di metodista nell’ufficio tempi e metodi. Conservo ancora il cronometro che gli fu assegnato in dotazione, con su stampigliato ANSALDO, ed è ancora funzionante.

Arrivò la guerra, le attività lavorative si fermarono per i bombardamenti e gli uomini dovevano nascondersi per non essere presi durante la feroce rappresaglia germanica. Allora mio padre e suo fratello zio Peppino passarono dei momenti molto difficili, nascosti in un pollaio, rischiando di essere catturati perché alcuni militari italiani si tolsero le divise e le poggiarono lì per terra, col rischio che la Gestapo di passaggio scoprisse il nascondiglio.

La guerra finì, gli opifici industriali erano semi distrutti e tutti cercavano di arrangiarsi per trovare fonti di sostentamento e….. qui nasce la nuova Italia perché le distruzioni, la disperazione, la paura, le privazioni generarono una forza interiore, un entusiasmo, una perseveranza e anche una forte solidarietà, fondamentali per la rinascita… e sono orgoglioso nel ricordare che mio padre e suo fratello rappresentarono con la loro storia una piccola parte della rinascita italiana.

Il loro nuovo percorso nel periodo della rinascita parte da alcune necessità impellenti, visto il quasi totale blocco delle attività industriali. In quel periodo circolavano prevalentemente mezzi militari, ma incominciavano a circolare anche mezzi civili, che a volte si fermavano per problemi tecnici, riparabili facilmente, ma se mancavano parti di ricambio, il problema era serio. Tra le parti di ricambio più importanti c’erano le guarnizioni e in particolare quelle della testata dei motori. Loro due capirono l’importanza di questi ricambi e realizzarono in un piccolo spazio, un banco di lavoro, con pochi attrezzi per ricostruire la guarnizione che veniva portata come campione. Siamo a metà degli anni 40 e l’attività cominciò ad incrementarsi e ad essere conosciuta localmente, a quei tempi tutto procedeva con il passa parola, che era anche una forma di garanzia.

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I genitori

La prima mini fabbrica la realizzarono in un cantinato a Napoli, zona Vomero, adiacente alla chiesa di San Gennaro ad Antignano. Sulla destra c’era un cancelletto e si accedeva ad un vialetto e lì, in un ambiente sotto una costruzione, installarono banchi da lavoro, qualche pressa, pochi operai e si incominciarono a realizzare quantità in serie e per diversi modelli di automezzi, non solo camion ma anche autovetture. L’attività andava bene, il prodotto era di qualità, incominciò ad essere conosciuto oltre la Campania e anche nel Nord Italia. Era il momento di riorganizzarsi sia come tecnologia di produzione che come società, e l’azienda fu trasferita in un locale più grande, in Via Sacchini, sempre al Vomero e con uffici in un palazzo adiacente in Via Solimena

La produzione diventò di serie, le macchine di capacità superiore, si incrementò la forza lavoro e si creò la società Effedì s.r.l. nella quale mio padre seguiva la parte commerciale e amministrativa e mio zio quella tecnica. Si svilupparono nuove combinazioni di materiali, che resistevano meglio alle temperature e alcune soluzioni furono anche brevettate. I clienti diventarono aziende importanti come Lancia, Ferrovie dello Stato e successivamente anche Fiat.

Era giunto il momento di costruire la fabbrica, la loro fabbrica che venne realizzata nella zona di Cavalleggeri Aosta, sempre a Napoli. Noi figli e cugini abbiamo vissuto in questo ambiente operoso di impegno e sacrifici e di estate , finite le scuole passavamo un periodo in fabbrica a capire, osservare, conoscere la realtà lavorativa e a rispettarla e ad apprezzarla. I dipendenti operai ed impiegati erano, per noi ragazzi, amici, e piano piano capivamo cosa significa il lavoro, la dedizione, e il senso di appartenenza.

Il mio racconto si ferma qui, perché da questo punto inizia un’altra storia che è quella personale, non so se un giorno la racconterò, ma quello che tengo a dire è che i valori che ho appreso da ragazzo li ho portati dentro di me e per quello che ho fatto, questi valori sono stati la mia guida e spero anche della mia famiglia.