INFORMAZIONE
CULTURALE
Novembre 2018



HOME PAGE

ARCHIVI RIVISTA

Articoli on-line 4621
Articoli visitati
3954786
Connessi 2

INDICE GENERALE
INDICE MENSILE
EDITORIALE
RUBRICHE
PASSATO E PRESENTE
EVENTI
ITINERARI E VIAGGI
PARERI LEGALI
COSTUME E SPETTACOLI
QUADRIFOGLIO
TERZA PAGINA
LETTURE CONSIGLIATE
CULTURA
SCIENZA E DINTORNI
FILATELIA
LIBRI RECENSITI
AUTORI
Argomenti

Monitorare l'attività del sito RSS 2.0
SITI AMICI

a cura di
Silvana Carletti (Dir.Resp.)
Carlo Vallauri
Giovanna D'Arbitrio
Odino Grubessi
Luciano De Vita (Editore)
On line copyright
2005-2018 by LDVRoma

Ultimo aggiornamento
10 novembre 2018   e  



Sito realizzato con il sistema
di pubblicazione Spip
sotto licenza GPL

Il lavoro stabile è diventato un sogno

Un’esperienza personale in un mondo globalizzato
domenica 4 novembre 2018 di Savino De Rosa

Argomenti: Vita Vissuta


Segnala l'articolo ad un amico

Era il 1968 quando, appena laureato in ingegneria, cercavo di orientare le mie scelte lavorative tra le varie opportunità che si presentavano a quei tempi. Potevo iniziare un percorso nell’ambito universitario o nella libera professione, ma scelsi il mondo dell’industria che più si confaceva al mio carattere tendente alla realizzazione di obiettivi tangibili in tempi brevi. Allora il lavoro dava sicurezza, stabilità, identità, soddisfazioni e consentiva di programmare il tuo futuro, crearti una famiglia, acquistare una casa e anche mettere da parte dei risparmi, sempre garantiti.

In passato cambiare azienda era una libera scelta per un laureato, non un obbligo imposto da strategie politico-economiche e pertanto, per migliorare a livello professionale ed economico, a metà anni 70 approdai ad una multinazionale che aveva ambiziosi programmi d’investimento non solo nella ricerca per lo sviluppo di nuovi prodotti e nell’evoluzione di tecnologie di produzione, ma anche nella formazione delle persone a tutti i livelli, con corsi articolati nelle diverse discipline, allora prioritari sugli interessi del business.

Nei primi anni ‘90 lo scenario cambia:: si sviluppa la logica del profitto massimo con gli slogan “lean and mean”(snello ed essenziale) e “less is more” (meno siamo meglio facciamo). Le aziende si attrezzano per perseguire questi obiettivi e iniziano processi di ristrutturazione dei siti produttivi, con concentrazioni di attività in un minor numero di siti e armonizzazione dei prodotti per ottimizzare le varie componenti, ridurne i costi e incrementare i profitti. Si incominciano a delocalizzare le attività in nazioni con manodopera a basso costo dando inizio così ad un processo di globalizzazione mirante al massimo profitto, incurante non solo dei consequenziali squilibri socio-economici, ma anche spesso poco centrato su alte competenze e abilità di un personale più qualificato, favorendo nelle posizioni chiave personaggi ambiziosi e competitivi con competenze limitate, ma pronti ad accettare i piani delle holding guidate dal potere finanziario. E così il lavoro stabile e sicuro di un tempo è diventato un sogno e “da nobile è diventato mobile”.

Per dar valore a ciò che scrivo, mi sembra giusto raccontare in questo scritto una mia esperienza personale. Era l’autunno 2002 e in pieno processo di globalizzazione, avendo già raggiunto una posizione dirigenziale di livello elevato, fui invitato a partecipare ad un corso di formazione di tre giorni, organizzato a livello internazionale. Fu creata ad hoc un’atmosfera di suspense: la località non veniva indicata (ci sarebbe stata precisata durante il viaggio), si consigliava di portare un abbigliamento leggero, qualche protezione solare e occhiali da sole. Incominciai a fantasticare pensando a qualche località di mare, come Le Canarie o le Mauritius, scambiai considerazioni con qualche collega per cercare di avere informazioni sull’argomento del corso che non era indicato, come di solito avveniva.

Nel giorno della partenza, noi dirigenti delle aziende italiane ci incontrammo all’aeroporto di Fiumicino (Roma): qualcuno indossava shorts, altri camice variopinte e quant’altro, in tenuta estiva. Fummo imbarcati poi su un volo con prima destinazione Barcellona, mentre nell’aria aleggiava la massima suspense. Sull’aereo, su ciascun posto c’era un libricino dal titolo “Who moved my cheese?” (Chi ha spostato il mio formaggio?) di Spencer Johnson, pubblicato nel 1998, con l’invito di leggerlo prima della fine del viaggio.

In sintesi esso raccontava la storia di due topi e due gnomi che, non trovando il formaggio nel solito posto, sono costretti a cercarlo altrove per non morire di fame. Guidati dallo stomaco vuoto, i topi sono più rapidi nel decidere di partire alla ricerca del formaggio, mentre gli gnomi incominciano a discutere, perdendo tempo prezioso. Uno dei due alla fine decide di mettersi alla ricerca di cibo e lungo il suo percorso lascia incoraggianti messaggi al compagno rimasto a casa, per indicargli il cammino nel caso si decidesse finalmente a muoversi.

L’allegorico messaggio che l’autore voleva dare risultò chiaro per noi che operavamo in una multinazionale: le situazioni cambiano, bisogna capire e subito attivarsi per gestire il cambiamento ovunque esso porti, soprattutto in campo lavorativo, per continuare a vivere.

.

JPEG - 11.1 Kb

Arrivati all’aeroporto di Barcellona sotto un diluvio incredibile, fummo imbarcati su un volo per Almeria (Andalusia, in Spagna) dove tra distese rocciose e canyon si trova un noto villaggio con set cinematografici dove si girano film western, in particolare quelli un tempo denominati “spaghetti western”, come “Per un pugno di dollari” e tanti altri. Purtroppo di sole neanche a parlarne! Solo pioggia e nei giorni seguenti vento e freddo! E qui iniziò un’esperienza unica, ma veramente significativa per gli obiettivi del corso di formazione e della multinazionale.

Fummo divisi in gruppi formati da persone di nazionalità diversa e a ogni gruppo fu assegnato un copione in base al quale ciascun partecipante doveva scegliere la sua parte. Il copione del nostro gruppo era centrato sul tema di una rapina ad una banca in un villaggio del far west. Dopo ampia discussione, scelsi il ruolo dello sceriffo che mi fu concesso solo in ossequio alla mia età.

JPEG - 24.7 Kb

Fummo truccati da esperti nel campo e mi fu disegnato uno sfregio sul viso che accentuava l’aspetto truce, poi ognuno di noi scelse il proprio abbigliamento. Indossai gli abiti da sceriffo con un pastrano di pelle nera (che mi salvò dalle folate di vento freddo), un cappello scuro e imbracciai un prestigioso fucile Winchester.

JPEG - 12.8 Kb

Addobbati di tutto punto, venimmo trasferiti sul set dove ci aspettava una vera troupe cinematografica con macchina da ripresa, riflettori e regista…Ciack si gira: ero davanti all’ufficio dello sceriffo, vicino alla banca, dove il direttore era indaffarato nella conta dei soldi, mentre più in là c’era il bar con i suoi avventori. Dal fondo della stradina arrivarono i banditi a cavallo e, mentre cercavo di usare il winchester, due di essi mi legarono a un palo e dopo la rapina, all’uscita dalla banca, un bandito (donna!) mi passò accanto e mi sferrò un ceffone (finto)…poi tutti rimontarono a cavallo e scapparono via.. Fine. Anche gli altri gruppi realizzarono il loro filmato, mentre il numero uno della multinazionale, vestito da capo indiano, girava tra i set cavalcando un sauro andaluso bianco.

JPEG - 9.6 Kb
Il sottoscritto, nelle vesti di sceriffo

Nella giornata conclusiva ci trovammo tutti in una grande sala dove vennero proiettati tutti i filmati che erano di buon livello. A questo punto lo scopo del corso e l’insegnamento ricevuto furono chiari: la storia dei due topi e dei due gnomi ci aveva già preparati al tema del cambiamento che va affrontato attivandosi subito per avere un posto di lavoro ovunque esso si trovi. Girare un film tra persone che non si conoscono, svolgere un ruolo nuovo e conseguire obiettivi positivi metteva in rilievo che le qualità individuali, ben stimolate, possono portare a risultati inaspettati. Senza dubbio con i tre giorni in Almeria la multinazionale ci dimostrò che l’immobilismo è deleterio in un mondo globalizzato. Insomma il cosiddetto “posto fisso” era tramontato e con esso le libere scelte, il senso di appartenenza ad un’azienda e alle proprie radici.

Personalmente non condivido questa impostazione del mondo del lavoro che ha creato insicurezza, riduzione di posti, perdita di identità e professionalità.