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Fuori gli zingari

IL POPOLO ROM NON ESISTE

Dalla razza alla cultura: il razzismo differenzialista
venerdì 19 gennaio 2018 di Marcella Delle Donne

Argomenti: Società
Argomenti: Storia
Argomenti: Popoli
Argomenti: Saggio


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Questa è il secondo capitolo del lavoro “ROM: DAL PORRAJMOS A MAFIA CAPITALE”.
Il primo capitolo “Un’orda di artisti si aggira per Europa”, si trova qui

Dalla razza alla cultura

Ci sono voluti gli orrori del sistema nazista per mettere l’Europa e l’Occidente di fronte alla contraddizione tra gli astratti principi di uguaglianza e libertà, di cui sono portatori e la pratica della disuguaglianza, legittimata attraverso teorizzazioni razziali pseudo-scientifiche. Sono stati necessari più genocidi perché le dottrine sulla razza apparissero per quello che sono:

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Arte preistorica rupestre

Una concezione (ideologica) che si discosta da una base scientifica e/o oggettiva di valutazione della razza e delle presunte ineguaglianze dei gruppi umani, una teoria che mette insieme, in un’amalgama indistinto, fattori etnici, linguistici, religiosi e razziali di alcuni gruppi, decretandone l’inferiorità per principio assoluto, come sancisce d’autorità la superiorità di una sola razza. (Comas J., The Race Question in Modern Science, 1956).

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Attivita degli aborigen

Rispetto alle teorie sulla razza, le attuali scoperte della genetica mostrano una sostanziale identità originaria. Tra gruppi umani apparentemente tanto diversi, non ci sono differenze genetiche significative. Il genetista Luigi Cavalli Sforza, attraverso lo studio dei dati biologici delle popolazioni dei vari continenti, comparati con i dati forniti dagli antropologi e dai linguisti, ha dimostrato che tutte le cosiddette “razze”, o più precisamente, tutti i gruppi etnici attualmente esistenti sulla terra discendono dallo stesso progenitore, l’Homo Sapiens, comparso 100.000 anni fa nel continente africano.

Da lì, per successive migrazioni, gli uomini si sono distribuiti nelle diverse parti della terra, dove fattori ambientali hanno determinato quelle differenze che appaiono così profonde da avvalorare l’ipotesi di diversità genetiche tra i gruppi; tali differenze, legate al colore della pelle, alla forma degli occhi, dei capelli, ed ad altri aspetti secondari, sono soltanto superficiali.
Il tempo che ci separa dai nostri comuni progenitori è troppo breve, in termini di evoluzione biologica, per consentire significative mutazioni di ordine genetico (Cavalli Sforza L.F., Chi siamo. Storia della diversità umana, 1993).

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Cavalli Sforza

E’ importante a questo punto soffermarci sul significato di etnico e di cultura. Il concetto di etnico si è modificato con il tempo, l’idea di razza si è affievolita, lasciando il posto a quella di cultura.

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Mappa genetica di Cavalli Sforza

Dal punto di vista etnologico, la conoscenza dei modi di vita delle popolazioni “selvagge” ha posto gli studiosi europei di fronte alla complessità culturale dei gruppi che andavano classificando.

L’osservazione ha messo in luce una correlazione necessaria tra gruppi umani e cultura. I viaggiatori e gli etnologi che si sono trovati a descrivere il sistema di vita (abitazione, vestiario, alimentazione, utensili e tecniche di lavoro, riti, cerimonie, costumi matrimoniali, credenze religiose, ecc.) dei “primitivi”, si sono resi conto che nessuna popolazione vive mai allo “stato di natura”. Ciò che contraddistingue biologicamente la specie umana è proprio la capacità di creare la cultura (Magli I., Voce Cultura in Enciclopedia di Filosofia, 1981) anche se viene tramandata socialmente e non per mezzo di geni (Tax S., The Evolution of Man-Mind, Culture e Society, 1960).

Rispetto agli organismi vegetali e animali, i gruppi umani sono contraddistinti per natura dalla cultura, in quanto la cultura è il modo materiale dell’essere e dell’esistere dell’uomo nel gruppo (Taylor E. B., Primitive Culture, 1971).

In tal senso si esprime Lèvi Strauss nella celebre conferenza pronunciata all’ONU nel 1971:

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Claude Levi-Strauss

“Sono i sistemi culturali che gli uomini adottano qui e là, i loro modi di vivere tradizionali ancora vivi nel presente, che determinano in larghissima misura il ritmo della loro evoluzione biologica e il suo orientamento. Lontano dall’errare nel chiederci se la cultura è o no una dimensione della razza, scopriamo che la razza, o quello che noi intendiamo generalmente con questo termine, è una dimensione, tra le altre, della cultura”. (Lèvi Strauss C., Lo sguardo da lontano. Antropologia, cultura, scienza a raffronto, 1984).

Da questo punto di vista, qualsiasi paragone tra le culture, riferito a giudizi di valore o condotto attraverso categorie estrapolate da una specifica cultura e considerate universali, è privo di senso, e/o rinvia a un atteggiamento di ingiustificata dominanza di un gruppo sull’altro.

Rom, uno sterminio dimenticato

Con l’approccio culturalista, si riabilitano gli ebrei come membri della società civile e si giudica il genocidio, nella vulgata e nelle istituzioni internazionali, come la tragedia relativa agli Ebrei, a cominciare dal termine con cui si identifica: Shoah (ebrei vittime sacrificali), o Olocausto (Sterminio degli Ebrei).

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Il clan familiare è il cardine su cui si regge il sistema sociale romnì.

Del genocidio dei Rom non si ha traccia, non si ha memoria. Come ha evidenziato Luca Bravi (2002, Altre tracce sul sentiero per Auschwitz) “le voci del campo zingari del lager di Birkenau scomparvero nella notte della sua liquidazione e sul genocidio degli zingari cadde l’imbarazzante silenzio che si è conservato per decenni fino ad oggi”.

La cultura come barriera allo sviluppo e allo scambio

La presa di coscienza delle conseguenze delle teorie sulla razza, e le scoperte scientifiche sulla comune origine dovrebbero aver vanificato le teorie razziali, ma, come mette in evidenza Michel Wieviorka, (Lo spazio del razzismo, 1993), il concetto di razza, antico di secoli, è stato destituito di fondamento scientifico, mentre il termine razzismo (nel quale viene sussunto l’altro, quello di razza), apparso nell’ultimo secolo, è ben vivo. La questione si sposta semplicemente dal piano biologico a quello culturale, dal piano razziale a quello etnico, ponendo le basi del razzismo differenzialista (Le differenze tra culture sono intese come barriere che impediscono l’integrazione e lo scambio tra il gruppo del NOI; Maggioranza e gli ALTRI; Minoranze).

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Michel Wieviorka, Lo spazio del razzismo, 199

Il culturalismo antropologico di Lèvi Strauss e di altri studiosi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, caratterizzato dall’impegno umanistico di garantire l’unicità come la dimensione metastorica di ogni cultura, è stato in seguito strumentalizzato.
Hanno preso il sopravvento le interpretazioni volte a usare la diversità culturale come barriera insuperabile, metafisica, rispetto alla validità di teorie sull’interscambio culturale (Wallerstein L., Balibar E., Razza, nazione, classe, 1991), senza tener conto che la cultura di ogni gruppo è una categoria dinamica, viva, che si evolve e non fissata una volta per tutte, ab aeterno, come appare nel dibattito differenzialista in merito alla cultura e all’etnicità.

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Rom, la disperata allegria

L’impostazione differenzialista ha condotto alla riaffermazione e alla difesa di irriducibili differenze tra culture ed etnie, ma ciò è discutibile tanto sul piano conoscitivo, quanto su quello morale. Nella prospettiva differenzialista, ogni tentativo di apertura del gruppo alla diversità e al cambiamento, per integrazione di elementi di culture altre, è interpretato come un pericolo per l’integrità e quindi per la sopravvivenza del gruppo dominante.

Per fare un esempio tratto dall’attualità riportiamo il grido d’allarme sulla “razza bianca a rischio” di cui si è fatto portavoce il Sindaco di Varese, Attilio Fontana, in una trasmissione televisiva (14 gennaio 2018), e la rettifica fatta da Matteo Salvini, segretario della Lega.

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Rifiuto dei rom

La dichiarazione del Sindaco di Varese sul rischio di estinzione della razza bianca, per l’invasione di altre razze, di cui sono portatori gli immigrati, ha destato sollevazioni generali di indignazione. L’intervento di Matteo Salvini, segretario della Lega, ha riportato il discorso sui binari delle interpretazioni maggiormente diffuse, le quali fanno della cultura il cavallo di battaglia delle teorie sul razzismo differenzialista: “Sono a rischio la nostra cultura, la nostra società, le nostre tradizioni, e il nostro modo di vivere. E’ in corso un’invasione, il colore della pelle non c’entra.” (la Repubblica 16/01/2018)

Stigmatizzazione dei Rom: dalla teoria alla pratica

Al di là del secondo conflitto, nel 1946 le autorità tedesche dichiaravano ancora che “per quanto riguarda gli zingari, si richiede l’adozione di provvedimenti speciali essendo noto, sulla base della passata esperienza, che il tasso di criminalità di questa popolazione è estremamente elevato”. Nel 1956 la Suprema Corte della Repubblica Federale ha stabilito che il comportamento asociale di Rom e Sinti aveva determinato la promulgazione di leggi intese a garantire la sicurezza, già prima del periodo nazista.

Mentre ai Rom viene negato lo status di vittime dello sterminio, i “medici”, che li hanno utilizzati come cavie per esperimenti, continuano ad agire indisturbati anche nel dopoguerra, anzi, si accreditano nel mondo accademico e politico come esperti di zingari. (Bontempelli S. L’invenzione degli zingari, 2005).

Dopo il ventennio fascista e il tragico epilogo della dittatura nazista, i Rom scompaiono per anni dai libri di storia, mimetizzati fra le popolazioni maggioritarie. Ci sono rom partigiani, rom artisti e rom artigiani, ma preferiscono, comprensibilmente, essere individuati solo come partigiani, artisti o artigiani, e non sottolineare il loro essere rom.
Nessuno di loro è presente al processo di Norimberga, dopo l’internamento e lo sterminio i Rom ritornano invisibili, rimangono in silenzio, si nascondono in mezzo alle popolazioni maggioritarie con la tecnica che Piasere chiama di dispersione “a polvere”. Le politiche repressive e discriminatorie, infatti, non sono morte con il Porrajmos (Piasere L., Un mondo di mondi, 1999).

Se nel 1933 gli zingari furono vittime delle leggi sulla sterilizzazione, ancora nel 1991 in Cecoslovacchia moltissime donne rom sono state sottoposte a sterilizzazione coatta, e i bambini sono spesso allontanati dalle loro famiglie. (Bravi L., Rom e non zingari, CISU, Roma 2007).

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Petruzzelli P., in Non chiamarmi zingaro, 2008

La Svizzera arriva a sottrarre i bambini alle famiglie per sottoporli a “misure educative sistematiche e coerenti […] perché il vagabondaggio andava estirpato, piantando i bambini nella terra buona”. (Mehr M., intervista rilasciata a Petruzzelli P., in Non chiamarmi zingaro, 2008).

Ancora nel 2005, sessant’anni dopo l’apertura dei cancelli di Auschwitz, l’assemblea generale dell’ONU approva una risoluzione che proclama il 27 gennaio giorno dedicato alla commemorazione dell’Olocausto, (ovvero sterminio degli Ebrei).

La Francia di Sarkozy caccia dal territorio francese comunità rom, avvalendosi della Direttiva Europea del 2006 che recita “I cittadini dell’Unione beneficiano del diritto di soggiorno finché non diventano un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale”. Naturalmente sono i governi nazionali a stabilire quando l’“onere” diventa eccessivo.
Con lo stesso criterio, all’avvicinarsi del Giubileo 2000, a Roma furono prelevate dai campi 67 persone, tra loro bambini, donne incinte, anziani e malati. In dodici ore furono portati all’aeroporto e rispediti a Sarajevo, nonostante la maggior parte di loro fosse fuggita dalla guerra e i bambini fossero nati in Italia.

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Emarginazione del popolo rom

Le famiglie espulse vennero rintracciate in seguito dal fotografo Stefano Montesi a Llizda, un sobborgo di Sarajevo: “vivevano in case diroccate, intorno c’erano cartelli con scritto “Attenti alle mine” (Vassallo F., Discriminazione di gruppo ed odio razziale, 2010).

Nel 1999 è passata la legge che riconosce e protegge le minoranze linguistiche presenti in Italia (articolo 6 della Costituzione Italiana).
La legge è passata quando è stata stralciata la minoranza rom, benché sia un gruppo etnico che parla una lingua con la quale comunicano i rom, sparsi nei cinque continenti.

L’associazione Aizo, ogni anno, tiene un convegno all’interno dei campi rom, nel quale intervengono esperti, amministratori e gli stessi rom. Ad uno dei convegni, in cui era stato invitato un rappresentante del Governo, un rom interviene chiedendogli: “Cosa fa lo Stato italiano per il popolo rom?”. Risposta: “Per lo Stato italiano il popolo rom non esiste”.

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Rom, la fatica di esistere

I Rom in Europa

Oggi la popolazione Rom in Europa è composta tra i 12 e i 15 milioni, di cui 9-10 milioni nell’Unione Europea (dati Consiglio d’Europa). Lo scarto di tre milioni, nel caso dell’intera Europa, e di un milione all’interno dell’Unione mostra la vaga conoscenza del Governo e del Parlamento dell’Unione Europea nei confronti dei rom.

Nazione

Stima popolazione RSC

Percentuale sulla popolazione totale

Romania 2000000 9,00%
Bulgaria 750000 9,30%
Spagna 700000 1,70%
Ungheria 600000 6,00%
Slovacchia 500000 9,20%
Russia 450000 0,40%
Serbia - Montenegro 400000 3,80%
Francia 350000 0,50%
Repubblica Ceca 250000 2,60%
Macedonia 230000 11,50%
Grecia 190000 1,80%
Germania 150000 0,10%
Italia1400000,20%

Come si evince dalla tabella si tratta della più numerosa minoranza che vive in Europa, all’interno dei diversi paesi europei. È singolare come, nei confronti di alcuni dei paesi europei, i Rom siano una maggioranza. Sono quasi il doppio degli Austriaci (8.747.000); più del doppio dei Danesi (5.731.000); più dei Greci, degli Svedesi, dei Portoghesi, eppure vengono disconosciuti.

P.S.

Questo articolo è il secondo capitolo di un lavoro della Prof. Marcella Delle Donne, che ha come titolo provvisorio: “ROM: DAL PORRAJMOS A MAFIA CAPITALE”