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LA STORIA DI ZIO TINU

E considerazioni che ne derivano
venerdì 1 dicembre 2017 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Racconti, Romanzi


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A suo tempo questa piccola storia mi fu narrata da mia moglie, che era nativa di un piccolo paese della provincia nuorese. Si tratta di un episodio accadutole in gioventù e si parla all’incirca del 1940 quando lei aveva diciassette anni e in quella estate fu invitata da una cugina, sua coetanea, a trascorrere qualche settimana ospite nella sua casa.

Il padre di questa ragazza era un funzionario di Polizia Penitenziaria e si trovava a quell’epoca a lavorare presso il carcere dell’Asinara dove risiedeva stabilmente con la sua numerosa famiglia. Quel distretto carcerario, che credo funzioni oggi solo per alcuni criminali particolarmente pericolosi sottoposti al trattamento stabilito dal famoso articolo 41/bis era, e penso sia ancora, una strana miscela di inferno e paradiso. Il paradiso lo fornisce la natura, all’inferno provvedono gli uomini.

Era strutturato allora nel seguente modo: una fila di piccole celle in muratura denominate se ben ricordo “I fornelli”, nelle quali un secchio d’acqua e un paio di forchettate di fieno rappresentavano i servizi igienici, accoglieva gli ergastolani ritenuti ancora pericolosi o rei di delitti efferati, mentre capanne sparse nel territorio ospitavano gli elementi più tranquilli o molto anziani che erano ormai desiderosi solo d’essere lasciati crepare in pace. Attorno a queste capanne c’era un orticello che costoro lavoravano sia per occupare il loro tempo sia per produrre frutta e verdura fresca destinate alla loro frugalissima tavola e a quella dei secondini.

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Casette all’Asinara

A quel piccolo gruppo di ragazze, figlie di dipendenti, che dopo il bagno a mare andavano liberamente a zonzo per scoprire gli angoli più belli dell’isola, era severamente proibito di intrattenersi coi detenuti, i quali peraltro in qualsiasi caso erano solo autorizzati a rispondere a domande ma non potevano rivolgere la parola ad alcuno.

Questa era la regola ma considerato che anche la Sardegna è situata in Italia, anzi se vogliamo il suo Regno ne rappresenta il nucleo originale attorno al quale si sono aggregate le altre regioni, quindi in un posto dove le regole non hanno vita facile, e tenuto conto che dappertutto la pretesa di far star zitte un gruppetto di ragazze cinguettanti vale quanto quella di tappare lo champagne infilando l’indice nella bottiglia, non ci si può meravigliare se in prossimità dei predetti capanni capitasse spesso che un cenno di saluto col braccio o addirittura un saluto cordiale alla voce venisse scambiato tra loro e gli occupanti.

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Foto 1 - Detenuto al lavoro
Collezione privata Lorenzo Spanu

Quel giorno a un certo punto una delle ragazze disse. Guarda, c’è ziu Tino che ci saluta. In effetti sulla soglia di una capanna s’era affacciato un vecchio che reggeva in una mano un cestino di pesche e con l’altra faceva segno di avvicinarsi. Vestiva una divisa vecchia e lacera ma la folta chioma e una lunga barba, entrambe candidissime, che incorniciavano un sorriso dolce e accattivante gli conferivano uno strano fascino. Una figura che ricordava un po’ Babbo Natale.

Le ragazze si accostarono sorridendo, lui porse loro il cestino e chiese con voce calda e gentile come ci si rivolge ai bambini: "Ho sentito una di voi chiamare Concetta. Chi è Concetta?"

"Sono io", rispose mia moglie.

Ziu Tino, sollevò lentamente e quasi timidamente una mano a farle una lieve carezza sulla guancia. Calò un silenzio che si protrasse per qualche istante. Fu lui stesso a romperlo e a togliere la ragazze dall’imbarazzo. Aggiunse lentamente guardando lontano; “Anche mia moglie si chiamava così. Era bella come te quando l’ho conosciuta”.

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Ergastolano

Concetta gli chiese cercando di cambiare argomento vedendolo commosso: "Avete figlie, ziu Tinu?"

"No", rispose. Era molto giovane quando è morta.

Inaspettatamente voltò le spalle e rientrò nella capanna accostandone la porta. Le ragazze ripresero la via e cadde fra loro un lungo silenzio pensieroso, che durò fino a che non furono in vista delle loro abitazioni.

Durante il pranzo Concetta non parlava, e non era novità di poco conto. A un certo punto non ce la fece più a reggere ed esplose; "zio, per favore, dimmi una cosa. Lo so che non avremmo dovuto ma…"

"Ma cosa?" chiese lo zio, che aveva mangiato la foglia e cominciava a rabbuiarsi.

"Ma insomma che ha fatto quel pover’uomo per meritare l’ergastolo?"

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Foto 2 - Al lavoro, con l’ausilio di alcuni animali da lavoro
Collezione privata Lorenzo Spanu

"Quale pover’uomo?" chiese stupito lo zio. "Ziu Tinu!" gridò Concetta.

"Ah, Costantino Sanna. Uxoricidio. Ha ucciso la moglie per gelosia. Pensate un po’, una ragazza di ventidue anni, incinta di pochi mesi!"

"Ma perché?" - "Perché questo è l’uomo. Ha cento modi per distruggere la sua felicità e non se ne perde uno. Casomai ne inventa di nuovi come ho visto nel mio lavoro, qui e altrove".

"Voi sapete che i pastori si assentano da casa con le bestie per periodi anche lunghi, e ciò è materia spesso di scherzi e di battute sulla fedeltà delle loro donne. Qualche idiota mise in giro la diceria che il bimbo in arrivo non fosse figlio di Costantino che, giovanissimo ed insicuro nel carattere, non resse alla pressione delle allusioni, delle battutine, dei sorrisetti ironici. Gli partì la brocca e fece quello che fece".

"Purtroppo le lacrime del giorno dopo o della vita successiva non fanno miracoli. Hanno funzionato solo con Lazzaro di Betania e con pochi altri, da contare sulle dita, ma per questi casi pare abbia operato il Primario in persona, gli aiuti e gli assistenti non servono, anzi possono fare altri danni. Bastano questi che ha prodotto la cattiveria e la stupidità della gente: due vite perse del tutto ed un’altra buttata qui a marcire. E’ passato mezzo secolo da quel giorno. Avrà fatto pace con sé stesso? Non lo credo".

"Hai ragione tu. Che peccato, però!"