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13 settembre 2017   e  
21 settembre 2017



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Alitalia mon amour. La maledizione del NO a prescindere, ha colpito ancora.

Quache ricordo e qualche commento sulla situazione attuale
lunedì 1 maggio 2017 di Michele Penza

Argomenti: Attualità
Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Ricordi


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In Alitalia, a 22 anni, è avvenuto nel lontano 1953 il mio primo vero incontro col mondo del lavoro. Fino allora avevo solo sperimentato lavoretti arrangiati per aiutare in qualche modo la famiglia in difficoltà, a causa della malattia di mio padre.

Determinante per l’assunzione fu la presentazione offerta da una amica di famiglia che vi lavorava, una vedova di guerra, moglie di un pilota militare caduto in combattimento.

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L’Alitalia che, come del resto anche la L.A.I. (linee aeree italiane) che venne ad essa unificata in tempi successivi, non era altro che la versione aggiornata della fascista Ala Littoria, fiore all’occhiello del regime mussoliniano, usava particolare deferenza a figure del genere, e fu quindi benevola con me chiudendo entrambi gli occhi sulla mia spettacolosa ignoranza in fatto di lingue straniere. Le due lettere commerciali in francese ed inglese che dovetti presentare alla prova mi furono praticamente dettate. Probabilmente non avrei saputo formularle neppure in italiano, con il mio liceo.

Trovai una azienda totalmente diversa dal pascolo per vacche grasse che in seguito è diventata. Era allora un’azienda molto parsimoniosa ove si lavorava a testa bassa per poche lire, si parlava poco e si badava al sodo. La vigna da zappare era piccola ma feconda. Gran parte della nostra attività proveniva più che dalle linee nazionali dalla gestione delle rotte per il Sudamerica (B.Aires e Rio) alimentate dai nostri emigranti, per le quali fatta eccezione da qualche volo della compagnia argentina non trovavamo concorrenza. La presiedeva Bruno Velani, un ingegnere capace e onesto che veniva dalle FF.SS.

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Ho conservato per molti anni la foto della grande festa a Ciampino dove con tutto il personale di Roma, chiusi gli uffici, ci recammo a salutare l’arrivo del primo DC-6, quadrimotore di dimensioni adeguate alla bisogna che apriva una prospettiva di concreto sviluppo alle nostre speranze. Fino allora si usavano per lo più cargo militari riadattati per il trasporto civile.

Le nostre vie si separarono quando un concorso di stato, questa volta superato con le mie sole forze, mi offrì la possibilità di opzione tra quel lavoro ed un altro, pure a tempo indeterminato e altrettanto dignitoso, retribuito in misura superiore del 25 %. Ero praticamente capofamiglia di un nucleo di otto persone e non ci pensai un secondo. Con grande rammarico salutai i colleghi dopo undici mesi di lavoro in Alitalia augurando loro tutta la fortuna che meritavano.

Per questa comprensibile ragione anche negli anni successivi ho sempre conservato un certo interesse per le vicende di questa azienda che pur alternando alti e bassi nella sua storia è da quel tempo molto cresciuta e si è anche molto trasformata.

Ciò che ritengo sia rimasto immutato è il criterio di assunzione del personale “ad libitum” di soggetti interni od esterni, costume malsano che è stato a suo tempo provvidenziale per me, ma che in una fase di sviluppo dell’azienda poteva incidere negativamente solo sulla qualità del servizio mentre ampiamente praticato in una fase di decrescita lungamente protratta nel tempo temo sia stata letale per la sua esistenza.

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Sono rimasto vivamente sorpreso dall’esito del referendum relativo agli accordi sindacali recentemente conclusi effettuato il 25 aprile u.s. Tutti o quasi ritenevamo scontata l’approvazione dell’accordo raggiunto dalle tre maggiori sigle sindacali con le controparti ma i fatti hanno totalmente smentito queste previsioni. La soluzione che agli osservatori esterni appariva come il male minore, e quindi occasione da non perdere, è stata respinta dai lavoratori.

Padroni di farlo, certo. Sento dire da varie parti che le scelte altrui vanno comunque rispettate. Rispettiamole pure ma sarà pure lecito chiedersi da quali fattori siano prodotte.

L’ipotesi che prospetto per spiegarmi la cosa è che abbiano pesato due fattori, il primo dei quali potrebbe essere la considerazione che, essendo la condizione del personale di terra ben diversa da quella del personale viaggiante, che gode di un trattamento accessorio molto superiore e al contempo ha maggiori possibilità di reimpiego in altra compagnia per la maggiore specializzazione del suo lavoro, sia mancata la solidarietà fra le due componenti.

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In secondo luogo temo abbia molto pesato l’influenza dei sindacati autonomi di base che hanno operato per ingenerare nel personale la errata convinzione che, come avvenuto in altre occasioni, il governo per non perdere voti e consenso avrebbe starnazzato un po’ ma alla fine si sarebbe sentito costretto ad aprire i cordoni della borsa. Non si è voluto credere agli avvertimenti ricevuti da varie parti né riflettere sul dato che nessun accanimento terapeutico possa essere protratto all’infinito.

Ritengo legittimo il dubbio che si sia giocato d’azzardo per porre il governo con le spalle al muro riservandosi, nel caso le cose fossero andate male, come sembra ormai debbano andare, loro se la sarebbero cavata scaricando la colpa sulle spalle dell’infame governo del P.D. che come è noto coccola i banchieri ma ammazza i lavoratori. In caso positivo ne sarebbero usciti come i salvatori della patria, presentando il conto della spesa alla collettività, cioè a tutti gli altri cittadini lavoratori o disoccupati che siano.

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Il poker non mi ha mai entusiasmato. E’ una delle pochissime cose cui dico no a prescindere: lo giochi chi vuole ma non è passatempo per chi vive di onesto lavoro per mantenere sé stesso e la sua famiglia. Pensare addirittura di usarlo come strumento per risolvere i problemi esistenziali di circa ventimila famiglie, tra dipendenti Alitalia e indotto, è materia di psichiatria.

Non ho nessuna autorità per condannare od assolvere alcuno. Ciascuno resti responsabile delle sue scelte e se ne accolli le implicazioni, però voglio farvi una confidenza. Dopo aver ascoltato in TV il portavoce dei sindacati di base (USB), sebbene io sia persona tutt’altro che pia, dal mio cuore è sgorgata una fervida preghiera: Signore perdona i sindacati di base. Lo sai che non è colpa loro se non sanno quello che fanno! Assumiti le tue responsabilità: Tu stesso hai voluto che fossero ciò che sono!

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In verità la brutta fine dell’Alitalia siamo in tanti ad averla sulla coscienza e metto me stesso a capofila di tutti quelli che ci sono entrati, senza merito, dalla porta di servizio. Ma sono tanti anche coloro che ci hanno in vari modi inzuppato il pane: i leader politici che l’hanno spesa nelle campagne elettorali, i leghisti che con la pretesa di realizzare un Hub a Malpensa, idea geniale quanto quella di aprire un ministero a Monza ma infinitamente più onerosa, hanno sprecato un mare di soldi così come hanno fatto vari manager che dopo essersi arricchiti se ne sono andati facendo ciao ciao con la manina. Il prossimo a farlo sarà probabilmente il liquidatore che oggi bussa alla porta.

Concludo segnalando uno splendido editoriale di Mario Aiello sul Messaggero del 27 aprile, titolato ‘Vizi di bandiera’. Ne cito solo una frase conclusiva “E così, si scrive Alitalia, ma si legge Italia. O almeno una certa Italia. Quella che, mentre scompare Alitalia, meriterebbe di scomparire più di lei.”