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La coda del coccodrillo

Chi ha mandato quel povero ragazzo a fare una ricerca che sul piano del rischio equivale ad alzare la coda di un coccodrillo per metterci il pepe?
domenica 1 maggio 2016 di Michele Penza

Argomenti: Attualità
Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Italia


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La triste vicenda di Regeni, il ricercatore italiano assassinato in Egitto, sembra essere giunta a un punto morto. Le diplomazie di entrambi i paesi sembrano essersi incartate in un balletto di gesti rituali che sul piano pratico non portano da nessuna parte e trova serie difficoltà anche qualsiasi tentativo di cavarne fuori i piedi con un minimo di dignità.

Questa a mio parere è una prova ulteriore che questo ragazzo non era una spia degli italiani perché episodi del genere, ossia la individuazione di un informatore, è un fatto relativamente normale che può accadere frequentemente e dappertutto ed esistono protocolli ben precisi per risolvere questi casi senza fracassi e senza procurare troppi imbarazzi ai governi di competenza

Chi fa questo lavoro pericoloso sa quello che rischia, è ben retribuito, riceve dal mandante anche una certa copertura e in genere se la cava. Scoperto difficilmente ci rimette la pelle, perché in questa situazione prima o poi si può venire a trovare qualsiasi delle parti in causa per cui le cose conviene a tutti risolverle con uno scambio o comunque con un risarcimento che riequilibri la situazione e raffreddi i bollori.

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Nella fattispecie invece accade che il governo italiano, pressato dal dolore della famiglia, dal clamore della stampa e dal cancan inscenato dalle opposizioni che cavalcano la vicenda per predicarne la incapacità, la inadeguatezza e tutte le infinite altre sue scelleratezze, si è trovato costretto ad alzare la voce per chieder conto di questa morte al governo egiziano, con il quale peraltro è opportuno restare in buoni rapporti per tutta una serie di buone ragioni che tutti conosciamo.

Il ministro Gentiloni sembra ritenga non poter fare altro oggi se non reiterare una domanda alla quale però credo sia inutile aspettarsi una risposta. Ma come pretendiamo che un governo proclami ufficialmente urbi et orbi che il suo apparato di sicurezza ha torturato sino ad ucciderlo un ragazzo, cittadino straniero ospite nel suo paese, per carpirgli dei segreti, solo perché gli sbirri non hanno compreso che quel poveretto segreti non ne aveva?

A cose fatte il governo egiziano si è trovato spiazzato, ha perso la tramontana ed al primo, che è stato il più drammatico ma forse il più comprensibile dei suoi errori ne ha fatto seguire una serie di altri che hanno peggiorato, se possibile, la situazione. I suoi portavoce hanno snocciolato una serie di bugie una più smaccata ed inverosimile dell’altra e poi, verificando che non stavano in piedi, nel tentativo di placare in qualche modo le acque si è arrivati addirittura al punto di offrire un sacrificio umano: hanno preso cinque delinquenti comuni che comunque con Regeni non c’entravano nulla e li hanno massacrati dichiarando al mondo intero “ecco, sono stati loro, li abbiamo puniti!”.

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Ministro Gentiloni

Questo gesto nel linguaggio dei segni significava “Smettetela! Abbiamo capito, ci siamo sbagliati e ci dispiace ma adesso che è morto non possiamo risuscitarlo. Per darvi soddisfazione siamo disposti ad ammazzare qualcuno dei nostri, di più non possiamo fare!”. Ovviamente si tratta di un gesto estraneo alla nostra cultura ed alla nostra mentalità che non è stato né capito né apprezzato.

A questo punto seguitare a chiedere cosa sia accaduto mi sembra non abbia più alcun senso. La risposta sta scritta sul corpo martoriato di quel povero ragazzo. Sappiamo tutto, e quel che c’è da capire lo abbiamo capito benissimo. Quel che io mi chiedo invece, non disponendo di elementi sufficienti da valutare, è il perché tutto ciò sia accaduto. Che stava facendo Regeni in realtà? Ci dicono si trattasse di una ricerca sui sindacati egiziani per motivi di studio. Ma a chi mai sarà venuto in mente di fare scopertamente una ricerca simile in Egitto? Può avere un interesse per qualcuno una ricerca del genere?

L’Egitto si sforza di somigliare almeno nelle esteriorità ad una nazione europea ma nella realtà sta, e non può che stare, ancora saldamente radicato nella realtà africana e non solo perché passeggiando sulle rive del suo fiume puoi incontrare un coccodrillo ma perché lì più che altrove il potere si può ottenere e, maggiormente, conservare solo con la forza. Non esistono altre vie.

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Al Sisi

Mentre in occidente il suo esercizio è parzialmente moderato da un minimo di attenzione agli umori popolari e i rapporti sono ispirati alla ipocrisia diplomatica in medio oriente come altrove di queste vaseline non c’è alcun bisogno. Si spara e basta. E la partita è chiusa. La vita di una persona ha un valore bassissimo, vicino a zero, e i diritti umani non sono proprio quotati in borsa. Così è. Il menù offre o il fondamentalismo religioso, che è il peggio del peggio, o un regime autoritario, che a noi è più familiare perché ne abbiamo avuti, prendere o lasciare! Chi ci va è bene che lo tenga sempre presente.

Quanto al sindacato in uno stato a regime militare, o comunque autoritario, i casi sono due. O risulta uno strumento del potere, come lo erano le corporazioni di Mussolini o i soviet di Stalin in Russia, oppure si pone come suo antagonista. Le potenzialità di un sindacato che se funziona può manovrare masse di uomini inevitabilmente calpestano un terreno e un ambito dove il potere non può che guardare alla sua parte con sospetto e timore, quale concorrente pericoloso.

Pietro Nenni, vecchio galantuomo che chiamava pane il pane, fotografava la funzione del sindacato con la definizione di “cinghia di trasmissione”. Trasmissione di che? I dittatori se lo chiedono preoccupati e non ci dormono sopra. Non è un mistero che nel caso egiziano il sindacato attiene alla seconda ipotesi e per capirlo basta ascoltare le voci della strada… Sono centinaia le persone ugualmente scomparse o ritrovate conciate in modo simile a quello di Regeni. Non hanno orecchio per la musica i professori dell’Università?

Con queste premesse che volete che pensasse l’apparato di sicurezza del Cairo se non che Regeni, che dialogava costantemente con personaggi rigorosamente schedati e controllati nei movimenti e nelle telefonate, altro non fosse che uno spione che veniva a ruspare nelle loro questioni più delicate, ossia la repressione del governo di Al-Sisi nei confronti dei suoi oppositori?

Oppositori che peraltro non sono teneri. Si tratta di estremisti e radicali che non risparmiano sanguinosi attentati e gli fanno guerra senza quartiere ove appena si apra loro uno spiraglio di possibilità. E’ così che si vive là, nessuno sta giocando ed è esattamente questa la realtà quotidiana che vive il popolo egiziano. Vi sembra il caso di ficcarci il dito?

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E tuttavia sono del parere che un profilo più basso e una maggiore prudenza, se di timore non vogliamo parlare, avrebbero probabilmente proiettato in coloro che lo osservavano una immagine di Regeni e della sua attività meno distorta ed esagerata e magari suscitato un meccanismo automatico di espulsione e non di eliminazione.

Come è potuto accadere che di tutte queste riflessioni così elementari non ci sia stata neanche l’ombra e che taluni incoscienti abbiano mandato quel povero ragazzo a compiere una ricerca che nel rischio equivale ad alzare la coda di un coccodrillo per metterci sotto il pepe?

Confesso di aver avuto il sospetto qualcuno abbia consapevolmente mandato allo sbaraglio un ricercatore strumentalizzando il suo entusiasmo giovanile a fini diversi dallo studio.

In realtà non ho elementi che possano confermare questo sospetto per cui menziono questa come una delle varie ipotesi possibili. Certo che brucia! E’ capitato a Regeni e poteva capitare a qualunque altro dei nostri ragazzi che lodevolmente cercano di intraprendere attività di studio e di lavoro all’estero che li aiutino a costruirsi un futuro.

Non si ha tuttavia il diritto di accusare nessuno senza elementi di prova anche se, devo dire la verità, mi infastidisce pure il silenzio assordante del rettorato di questa università che non ha sprecato un fiato per questa morte e sembra che solo adesso avverta la pericolosità di una protesta per la uccisione di uno dei loro ricercatori. Non potevano pensarci prima? Sono anni che sono presenti in Egitto, davvero non hanno ancora capito come funziona? Saranno stati sicuramente in buona fede ma anche a loro debbono attribuirsi pesanti responsabilità per l’esito di questa brutta vicenda.

Quanto alla tortura possiamo anche fingere di scandalizzarci ma si tratta purtroppo di una barbarie sempre presente sulla scena in qualsiasi epoca e su ogni teatro, in oriente come in occidente. Una barbarie che non attiene a una specifica cultura ma nasce dal lato oscuro della natura umana.

Per conoscere il suo passato si può facilmente visitare l’apposito locale, adiacente alle celle, che le guide aprono ai turisti in quasi tutti i castelli medioevali che sono aperti e visitabili nel nostro paese. Per un passato meno remoto consiglio di visitare la sede di Cordoba del Tribunale del cosiddetto Santo Uffizio. Un posto dove ho visto degli strumenti orrendi, usati per macellare carne umana nel nome di Gesù e di Maria, che mi hanno fatto star male solo a vederli. Roba da vergognarsi di appartenere al genere umano. Per un passato ancor più recente si possono chiedere maggiori ragguagli a Buenos Aires presso la caserma dell’aeronautica o direttamente ai famigliari dei desaparecidos

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Torture dell’inquisizione

Per il presente si consiglia invece una visita alla Lubianka di Mosca, o al carcere americano di Guantanamo, nell’isola di Cuba, che sono i luoghi di cura più rinomati. Sembra che ora al trattamento alberghiero l’amico Putin abbia sommato un trattamento farmacologico al polonio che fa tanto bene alla salute. Informazioni più dettagliate le fornisce a richiesta Amnesty International che è una agenzia specializzata.

E’ triste riconoscerlo ma dobbiamo riscontrarlo continuamente. La natura umana è portata alla socialità ma al contempo è marcata da un feroce egoismo. Colui che ha esortato l’uomo ad amare l’altro come se stesso ha centrato senz’altro il nucleo del problema e ci ha proposto un traguardo semplice e chiaro, ma estremamente difficile da raggiungere. Almeno per noi.

Ci sono pochissimi eroi capaci di arrivarci e andare anche oltre, e pochi sono quelli che sanno spendere la loro esistenza per gli altri ma la maggioranza di noi nemmeno si sogna di provarci. Poi conosciamo l’orrore di esempi di personaggi che nel timore di essere abbandonati dai due demoni che hanno divorato la loro anima, il potere e il denaro, due mostri che hanno la capacità di rigenerarsi reciprocamente, sono capaci di calpestare la loro stessa umanità.

Fra i due picchi contrapposti, quello positivo rappresentato da Francesco d’Assisi e Teresa di Calcutta e quello negativo di Ivan il Terribile riusciremo mai a stabilizzarci su un comportamento medio decente, uno standard accettabile? Non lo so. Certo che è dura!-