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Fate due mucchi!

Don Zeno e la fondazione di Filadelfia
martedì 1 marzo 2016 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Religione
Argomenti: Etica


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La tua scelta sia netta e chiara: il bene o il male, il pulito o lo sporco, l’onestà o il suo contrario, le cose che contano veramente o le cazzate. Non indulgere ai compromessi, ai distinguo, alle scappatoie degli ipocriti”.

Il dibattito in corso sulla proposta di legge relativa al diritto di famiglia che è giunto in questi giorni a un punto di svolta cruciale è quanto mai suscitatore di spunti e di riflessioni su tutte le questioni che ruotano attorno alle diverse possibili varianti della famiglia.

Me ne torna in mente una del tutto particolare che ho conosciuto e mi ha entusiasmato tanti anni fa, un’esperienza che oggi ritengo impossibile immaginare possa essere ripetuta e tanto meno condivisa dai più, sebbene scaturisse da un’iniziativa di segno autenticamente cristiano, che allora ho trovato bella, senza confronto.

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don Zeno

Pochissimi oggi conoscono, neppure a Carpi dove è nata, cosa abbia rappresentato per tutti gli italiani l’esperienza di Nomadelfia, promossa nell’immediato dopoguerra da un sacerdote illuminato, che aveva nome don Zeno Saltini.

Nella intenzione dei fondatori questo nome voleva caratterizzare una comunità la cui legge è ispirata a un principio di fraternità, cioè l’incarnazione di una lettura integrale e concreta della lezione di Cristo. Per una generazione alla quale era stato imposto il dilemma uccidere o essere uccisi non era una novità da poco ma rappresentava un autentico shock.

Personalmente ne fui sedotto ed entusiasmato e la ricordo oggi come potrei ricordare un piccolo grande amore, ahimè troppo presto deluso e svanito.

Rammento i fatti. Nel marasma provocato dal perdurare della guerra che si era accanita particolarmente nel territorio dell’appennino tosco-emiliano sul quale insisteva la cosiddetta linea gotica vagavano ancora tra le macerie materiali uomini, donne e bambini senza più casa né famiglia.

Don Zeno ebbe un’idea incredibilmente semplice ma folle nella sua genialità: raccogliere alcuni vagabondi, qualche ragazza sbandata che rischiava di finire, come per tante altre era capitato, prostituta e qualche altro giovane contagiato dalla sua medesima generosa follia per proporre uno scopo alla loro vita offrendo loro pure l’occasione d’una famiglia nuova.

Raccolto un certo numero di orfani di cui nessuno si faceva carico li affidò a loro, si formarono spontaneamente delle coppie che lui sposò, benedisse e ne assunse la guida materiale e spirituale, e tutti insieme andarono a vivere nelle baracche ormai vuote del campo di concentramento di Fossoli, una frazione di Carpi, nel modenese.

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La Chiesa per un po’ stette a guardare cosa combinavano questi fedeli così bizzarri e diversi dallo standard delle pecorelle che lei pascolava nelle parrocchie, poi qualcuno cominciò ad arricciare il naso. Quel don Zeno esagerava! Doveva essersi esaltato. Pensate che alla fine della Messa per dare la benedizione afferrava il bimbo più vicino, lo sollevava in aria e tracciava col suo corpo un gran segno di croce. Sosteneva che la benedizione di un bimbo sarebbe stata certamente più efficace di quella delle manacce di un vecchio peccatore come lui. Eh, qui la cosa cominciava a puzzare di eresia!

Di più. Come definire quel tipo di economia adottato dalla comunità? Tutto era di tutti e apparteneva a nessuno. Le donne prelevavano allo spaccio quanto serviva in casa, gli uomini lavoravano senza paga e il prodotto raccolto si vendeva per affrontare le spese in comune. Tutto ciò odorava di comunismo quanto un caseificio puzza di formaggio rancido. Ma il pretesto ufficiale per colpirli fu la sospetta eresia, e don Zeno fu sospeso a divinis in via cautelare in attesa di chiarimenti.

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Nomadeflia lavoro campi

I fornitori che avevano fino allora concesso crediti generosi e dilazioni a tempi lunghi si preoccuparono e si affollarono a chiedere il pagamento mandando in crisi tutta la baracca che si trovò sul punto di chiudere, ma l’eco suscitata da quegli avvenimenti era cosi grande che suscitò in tutto il Paese una ventata forte di solidarietà che si manifestò non solo a parole.

Collette, conferenze, articoli sui giornali più autorevoli ma l’intervento più generoso ed efficace fu quello di una gentildonna della famiglia Pirelli che teneva incolta una grossa tenuta agricola nella maremma grossetana e l’offrì alla comunità di Nomadelfia che vi si trasferì stabilmente trasformandosi in cooperativa agricola. Restarono a guidarla due sacerdoti, i collaboratori di don Zeno, che ufficialmente si ritirò in disparte per ubbidienza conservando un ruolo di consigliere e di guida spirituale. Ho letto su Internet che esiste ancora in loco qualcosa che porta con fierezza questo nome.

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don Zeno Saltini, apostolo degli ultim

Sarà stato il 1953 quando ebbi l’occasione di visitarla unendomi assieme a un amico insegnante a una comitiva di professori di pedagogia guidati da Luigi Volpicelli, che allora dirigeva la facoltà di magistero alla Sapienza. Ricordo bene quel giorno. L’attività di Nomadelfia era prevalentemente quella di coltivazione e di allevamento di piccoli animali e traeva le necessarie risorse finanziarie dalla vendita di calce viva prodotta con metodi primitivi, ossia la cottura di pietre nelle fornaci. Un lavoro bestiale per la fatica che comportava il movimento della pietra senza adeguate attrezzature e la sofferenza dello scavo coi badili nel materiale incandescente per la raccolta della calce cui partecipavano tutti, uomini e donne assieme ai sacerdoti..

Vi incontrammo uomini di pochissime parole e donne sfiorite precocemente dalla fatica che si muovevano lentamente ma senza fermarsi mai. Magre come un chiodo lavoravano con un solo braccio libero perennemente in movimento mentre con l’altro reggevano un marmocchio. Erano trascurate nel vestire ma avevano testa alta e occhi vigili che pur guardando vicino sembravano vedere lontano e risplendere di luce. Allestirono per noi con quattro assi una tavolata dove condivisi brodo, lesso e cicoria con una coppia di genitori che allineavano ai due lati un flotta di ventidue figli sommando quelli generati a quelli adottati. Lo stesso mestolo riempiva i piatti degli uni e degli altri. Parlavano calmi a bassa voce e la parola che più di frequente percepivo era “mama…”:

Colpiva la serenità dell’atmosfera che regnava e più tardi lo commentammo con Volpicelli che confermò quanto già cominciavo ad intuire da solo. Il segreto di don Zeno, quel prete di campagna con la faccia cotta dal sole e le braccia robuste da contadino consisteva nella capacità di responsabilizzare gli altri. Affidando loro dei figli aveva responsabilizzato uomini e donne che a suo tempo avevano camminato sul borderline della strada e della galera, e gli adulti avevano poi a loro volta responsabilizzato quei bambini dei quali, come si poteva benissimo notare, i più grandi aiutavano costantemente i più piccoli, perché solo così le cose potevano filare lisce.

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Nomadelfia

C’incuriosì un certo numero di cartelli, diffusi un po’ dappertutto, che portavano una scritta in dialetto modenese che ci tradussero in qualcosa come “fate due mucchi” e chiedemmo come ne andasse interpretato il senso. Il riferimento letterale era fatto al mondo agricolo e l’immagine di un mucchio delle erbacce ben distinto dal covone del raccolto, era connessa a questo intendimento: la tua scelta sia netta e chiara: il bene o il male, il pulito o lo sporco, l’onestà o il suo contrario, le cose che contano veramente o le cazzate. Non indulgere ai compromessi, ai distinguo, alle scappatoie ipocrite, non barare con te stesso.

Fate due mucchi! Tre parole d’oro, non c’è che dire! Una formula magica con la quale un uomo che non era un professore né uno psicologo né un teologo ma solo un povero prete di campagna con le maniche unte sempre rimboccate seppe fare il miracolo di ridare autostima, voglia di vivere e di vivere degnamente a un gruppo di persone che a loro volta furono capaci di rinascere dalle proprie ceneri.

A quel tempo ero un ragazzo di ventitre anni che cercava la sua strada e anelava di arricchire il suo bagaglio di esperienze. Oggi, che ho vissuto, quando sento trinciare giudizi e condanne su persone e fatti che nella sostanza neppure veramente conosciamo mi viene da ridere e in cuor mio ringrazio don Zeno per la grande lezione che mi ha dato.

Io non so se i suoi pupilli potessero essere definiti comunisti o eretici e sicuramente non lo sapevano neppure loro. Quello che so è che qualunque fosse la risposta, che lo fossero o no, non importa un fico secco e che con certe definizioni si tende talvolta a squalificare gente che riconosciamo in cuor nostro migliore di noi. Non conta quello che erano, conta ciò che hanno fatto ed a me sembra che abbiano fatto una cosa meravigliosa. Se penso a loro e li confronto con certi commendatori della repubblica conosciuti poi mi viene voglia di sghignazzare come una iena.

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Nomadelfia dal Papa

I figli non debbono essere usati come strumento di ricatto, come talvolta avviene, o di lotta politica. Vanno rispettati e considerati per ciò che sono o possono rappresentare: un tesoro inestimabile per chi li ama e li desidera, per cui riesce ad allevarne venti, e un onere insostenibile per chi li ha solo subiti e non ne sopporta uno.

Intervenire sul diritto ignorando questa realtà oltre che insensato è anche criminogeno, perché certe imposizioni e certi divieti non saranno mai rispettati. Certo che le regole di convivenza civile possono comprendere sia prescrizioni che divieti, ma questi non possono essere quelli dettati dalla presunzione o dalla cattiveria nostra e attenzione al mestolo, che sia lo stesso per tutti!

Don Zeno di Nomadelfia racconta: Perchè una nuova civiltà