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Ma che fa Antonietta?


venerdì 1 gennaio 2016 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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È stupefacente come sembra che la gente voglia rimuovere un fatto che è ormai di una evidenza solare!

‘Sto andando a trovare Peppe’, mi dice l’amico che incontro al portone nell’uscire di casa. ‘Bravo! Vengo anch’io’ gli rispondo, e già mentalmente mi predispongo all‘angoscia che m’aspetta stasera. L’ospedale è vicino e dieci minuti dopo siamo già alla Piastra, il più moderno complesso ospedaliero del S. Camillo. Entriamo e ci avviamo a chirurgia angiologica che è l’ultimo reparto in fondo al corridoio. E’ da settembre che il nostro comune amico Peppe vi soggiorna con brevi e deludenti intermezzi di dimissioni durante i quali non si è potuto che verificare la inefficacia delle terapie.

Non è coi guai personali miei e dei miei amici che intendo annoiarvi ma piuttosto riflettere su un grosso problema che riguarda tanta, e direi forse meglio troppa, gente. Come tanti altri di noi abbiamo fatto prima di lui anche Peppe ha fumato troppo e per troppo tempo, e quando finalmente lo ha capito era tardi. L’arterite obliterante ha compromesso la pervietà delle sue arterie ed ora si trova di fronte all’imminente probabile necessità di una amputazione dato che il by-pass innestato sulla sua gamba sinistra si è occluso già tre volte nel giro di due mesi ed è impossibile ripeterlo.

Fra le cose che abbiamo in comune io e lui ci è capitata in sorte una estrema esilità dei vasi sanguigni che davvero non ci aiuta in queste circostanze. Quando ha voglia di scherzare, adesso raramente, Peppe dice che per contrappasso a questa esiguità non può non corrispondere una eccezionale grandezza del cuore e del cervello, ma in verità solo della prima siamo in grado di esibire straripanti prove scientifiche.

Trovo Peppe molto abbattuto e cerco di incoraggiarlo con risultati molto magri. Mi giro a guardare sua moglie per capirne di più e lei resta muta, mi fissa negli occhi e scuote appena il capo per farmi comprendere che le cose non vanno. Il suo dramma mi tocca direttamente in quanto allorché cinque anni fa io stesso ho dovuto vedermela col mio carcinoma alle corde vocali Peppe mi è stato non solo molto vicino moralmente ma anche di grande aiuto nel disbrigo di tante complicazioni burocratiche che non mancano mai in queste situazioni già di per sé sgradevoli all’infinito. Ora mi punge anche il rammarico di non poter fare nulla per lui.

Un’altra ragione per cui la vicenda del mio amico m’arreca malessere e dispiacere consiste nel fatto che avverto una vaga sensazione di colpa, il peso di condividere una sia pur minima quota di responsabilità per il suo stato, e per tante altre simili tragedie, per aver io lavorato quarantatre anni nel Monopolio di Stato che fabbricava non solo chinino, che era un farmaco salvavita per i malati di malaria, non solo cloruro di sodio, un sale che nella giusta quantità costituisce un alimento e un condimento di primaria importanza ma anche purtroppo, e solo a venalissimi fini tributari, sigarette e prodotti vari da fumo.

La consapevolezza dei danni che produce l’uso protratto del tabacco è penetrata nella nostra mente assai lentamente, in sordina, a piccoli passi, quasi timidamente. Agli inizi del mio lavoro, parlo della metà degli anni cinquanta, un po’ per scetticismo un po’ per interesse erano in pochi a volerci credere. Molti degli anziani che vedevamo in giro si erano tranquillamente invecchiati con il loro sigaro fra le labbra o la loro pipa tra i denti senza grossi problemi che andassero al di là di una bronchite cronica o al più di una tosse fastidiosa.

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Sigaraie nella Manifattura 1955 (*)

Era purtroppo solo una grande illusione che tale si è rivelata non tanto perché le considerazioni ottimistiche fondate sui dati di cui allora si disponeva sugli effetti del consumo di tabacco fossero fallaci ma perché il quadro generale è cambiato molto rapidamente e ben presto a quei fattori oggettivi se ne sono aggiunti altri che sommati ai primi hanno travolto le nostre naturali difese organiche che non ce la fanno a resistere al loro assalto congiunto e simultaneo.

In realtà non è la combustione del tabacco sommata alla nicotina l’unico cannone a sparare bitume sui nostri polmoni ma è tutta una batteria di grossi calibri che ci martella, rappresentata da inquinamenti provocati da gas diffusi nell’aria, dall’acqua di falde inquinate, dall’accumulo di conservanti di alimenti che introduciamo nell’organismo. Il nostro nemico è una coalizione di killer di cui noi stessi siamo mandanti ed al quale noi medesimi paghiamo l’ingaggio.

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Sigaraie fabbricano Toscani (*)

La grande industria che opera in modo impersonale, gelido, spietato, è come un rullo compressore che passa sopra ad ogni cosa pur di realizzare il profitto. Non v’è scrupolo etico che possa trattenerne l’avidità di guadagno e spesso nemmeno leggi severe riescono a frenarne gli abusi.

Fino a che punto questo sia vero io stesso l’ho appreso pienamente solo poco tempo prima di andare in pensione quando per elevarne l’importo, la cui entità dipendeva allora più dalla componente retributiva che da quella contributiva, ho deciso la partecipazione a un concorso per il livello superiore al mio, la qual cosa mi ha obbligato a studiare per aggiornare tutte le mie conoscenze tecniche relative alle lavorazioni del tabacco.

La scoperta che ho fatto è stata per me sconvolgente: i danni ben noti legati alla materia e alla combustione son poca cosa rispetto a quelli provocati da taluni additivi che vengono usati deliberatamente e coscientemente sia per creare dipendenza dal fumo sia per la disinfestazione della foglia conservata nei magazzini dai parassiti che ne sono ghiotti, il Lasioderma serricorne e la Efestia opercolella.

Il risultato che si vuole ottenere è una mutazione genetica degli insetti che diventano sterili e cessano di riprodursi. Alla mia domanda se per caso qualche effetto del genere possa estendersi anche a chi poi fumerà quel tabacco il chimico cui lo chiedevo ha spalancato le braccia, mi ha fissato un attimo in modo significativo e poi ha soggiunto a bassa voce: ‘E chi lo sa! Ci si guarda bene dal fare ricerche per scoprirlo!’

Se l’aver più o meno consapevolmente contribuito a perpetrare questi crimini con la propria attività lavorativa è una colpa spero che la mia pena debba consistere in ciò che ho già scontato e m’auguro fervidamente che non debba avere sviluppi ulteriori considerato che un paio di infarti, due pesanti interventi finalizzati a cinque by-pass ed infine, per dessert, anche la perdita di una corda vocale mi autorizzano a ritenere di aver già dato. Mi dispiace molto che ora sia un caro amico a fare siffatte esperienze le cui sole eventualità dovrebbero terrorizzare chiunque ed invece, incredibilmente, vengono accettate con una sorta di inspiegabile fatalismo.

Chi compra un pacchetto di sigarette vi legge sull’involucro che il fumo nuoce gravemente alla salute ma si ha l’impressione che non ci si creda per davvero, che la si consideri una giaculatoria, una specie di mantra, di scongiuro fatto per scaramanzia. Non è così! Anche se non lo sai, anche se non ci vuoi credere, anche se non te ne accorgi subito il fumo segna il tuo corpo come lo scalpello incide la pietra. E’ stupefacente come sembri che la gente si sforzi di rimuovere questo dato che è pure di una evidenza solare.

Ne ho avuto una prova ulteriore questa sera. Dopo aver abbracciato il mio amico in lacrime e cercato di confortarlo e di incutergli un po’ di speranza al momento di congedarmi mi giro per salutare anche Antonietta, sua moglie, ma non la vedo più, è appena uscita dalla stanza. La ritrovo solo quando esco all’aperto, appena fuori dalla corsia. E che sta facendo Antonietta? Mi dice che è molto tesa e per rilassarsi, è ovvio, che c’è di meglio che fumare una sigaretta?

P.S.

(*) Foto da FINCATO “La casa del habano”