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Può essere l’art. 18 una bandiera di libertà?

Opinioni in merito, sulla base della propria esperienza di vita
giovedì 1 gennaio 2015 di Michele Penza

Argomenti: Attualità
Argomenti: Politica


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Fino all’ultimo giorno di quest’anno durante il quale la vicenda politica ha dilaniato la sinistra, per quel che oggi questo termine può ancora rappresentare, l’art. 18 dello statuto dei lavoratori è stato motivo, occasione, pretesto, pietra d’inciampo o, comunque lo definiamo, elemento di divisione che ha reso incandescente il clima politico mutando coloro che una volta si sentivano e si appellavano fraternamente ‘compagni’ in guelfi e ghibellini, secondo le peggiori tradizioni italiche.

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Susanna Camusso CGIL

Questa divisione è stata purtroppo così aspramente alimentata e insistentemente pompata da taluni da suscitare in me non solo grande amarezza ma anche la consapevolezza per chi lungo una vita nella sinistra ha militato e conserva ancora nel cassetto trentacinque tessere annuali di iscrizione alla C.G.I.L. il dovere di rendere pubblica testimonianza della sua opinione nel merito della questione. Non mi sento depositario di alcuna verità ma una opinione sull’art. 18 ce l’ho, ed è chiarissima e basata non su pregiudiziali ideologiche ma esclusivamente sulla mia esperienza personale di sindacalista.

Tempo fa ha fatto notizia la scoperta di una banda di ladroni che saccheggiavano sistematicamente i bagagli dei passeggeri in transito all’aeroporto di Fiumicino. Nessun dubbio sulla loro colpevolezza, perché individuati uno per uno dalle telecamere. Non posso dire come si comportino oggi ma so che stanno ancora lì, fra i bagagli, grazie alla stupidità delle leggi di questo paese e di chi le applica, ma sopratutto grazie all’art.18 che li ha tutelati. Dipendesse da me non ci starebbero.

Per alcuni anni ho fatto parte della commissione di disciplina di una P.A. in qualità di rappresentante del personale per la C.G.I.L. Ne ho viste di tutti colori e e mi capitò una volta di dover intervenire per difendere un delinquente che soleva minacciare col coltello i suoi compagni di lavoro. Mi sono battuto come una iena per farlo cacciar via, al fine di tutelare i veri lavoratori, coloro che veramente necessitavano di difesa, ossia i compagni che dovevano sopportare quotidianamente la sua prepotenza, la qual cosa ho spiegato agli altri membri della commissione che mi guardavano sorridendo ironicamente e mi chiedevano: ma tu non rappresenti il lavoratore? JPEG

Purtroppo non sono riuscito a cacciarlo, mi ha bloccato l’art. 18. Un avvocato gli avrebbe suggerito il ricorso al TAR che intanto avrebbe concesso la sospensione cautelativa del provvedimento in attesa della sentenza definitiva che magari dopo anni avrebbe imposto la riassunzione con la beffa di dovergli liquidare le competenze di anni di lavoro mai svolto.

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Esistono anche soggetti così fatti nel mondo del lavoro, facciamocene una ragione, non siamo tutti galantuomini e se mettessimo un esemplare del genere a lavorare nella stanza di qualcuno di coloro che oggi si stracciano le vesti e urlano al massacro degli innocenti compiuto da chiunque osi toccare l’art. 18, forse costui si calmerebbe un po’ e ammetterebbe lealmente che non si tratta di un sacramento ma di una norma come tante altre che viene enormemente e strumentalmente enfatizzata al di là dei suoi limiti e della sua portata reale.

Cosa voglio dire? Che non stiamo parlando della linea del Piave sulla quale si giocano le sorti della Patria, della discriminante che spartisce gli eroi della Resistenza dai servi del capitale, i martiri dell’idea sindacale dai sicari della finanza lussemburghese, come qualcuno sostiene. Che è solo uno strumento normativo che non va sacralizzato né demonizzato in sé ma che, ove lo si voglia utilizzare, necessita solo di grande discernimento ed equilibrio da parte di chi deve applicarlo.

Se in Italia avessimo potuto in passato disporre di una magistratura capace di intervenire sul problema specifico unendo oculatezza a tempestività forse l’art. 18 neppure esisterebbe, non sarebbe mai stato scritto. Generalizzarlo come panacea estremizzandone l’incidenza come parlassimo di acqua di vita indispensabile a milioni di lavoratori o farne una bandiera di libertà all’ombra della quale è bello affrontare il martirio, come dice Cuperlo alzando gli occhioni dolci al cielo, è una macroscopica esagerazione e soprattutto una operazione puramente politica, legittima quanto si vuole, ma che tanti come me non condividono affatto.

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Cuperlo

Strumentalizzare quanto attiene esclusivamente al dirimento di vertenze sindacali solo per cogliere obiettivi politici di piccolo cabotaggio, quali quello di ritagliarsi un ruolo politico di comprimario come, sia pure legittimamente, stanno facendo i leaders sindacali, o quell’altro di recuperare un rango un tempo posseduto ed ora perduto, come nel caso di D’Alema, comunque non penso porti vantaggi ai lavoratori. La lotta sindacale anche in tempi di magra come questi che stiamo vivendo è giusto sia fatta dai lavoratori perché può sempre recar loro qualche frutto, ma della rissa politica non può dirsi la stessa cosa perché se, come in ogni rissa può accadere, vola un ceffone è sempre i lavoratori che finisce col colpire: i fuochisti restano al caldo. Penso di essere sufficientemente chiaro.

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D’Alema

Mi auguro sinceramente che il compromesso raggiunto in parlamento sulle norme attuative del Jobs Act possa in primis realizzare una soluzione soddisfacente per i lavoratori che vi ricorrano e, secondariamente, contribuisca alla fine di questa guerra di religione fasulla che qualcuno vorrebbe portata all’infinito, che se non si conclude presto col disarmo di quella lupara costantemente puntata alla schiena della segreteria del PD qualunque sia il progetto o la proposta che quella si accinga a intraprendere o a sostenere, porterà danni enormi non solo alla sinistra ma a tutto il paese.