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Mustafà boccia la scuola italiana!

Non stancarsi mai di battere su questo tasto. Forse qualcuno si sveglierà prima o poi!
martedì 1 luglio 2014 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Racconti, Romanzi


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Mustafà ha bocciato senza appello la scuola italiana. Ho ascoltato ahimè a capo chino la sentenza con cui la ha definita senza mezzi termini ‘una cosa inutile’, sforzandomi invano di trovare un solo argomento per confutarla..

Al dicastero di Viale Trastevere si devono agitare o preoccupare per questo? Tranquilli, assolutamente no. In fondo chi è Mustafà? Solo un simpaticone egiziano che possiede un chiosco di fiori in periferia romana, al Tuscolano. E’ immigrato da nove anni a Roma dove sembra che ci si trovi a meraviglia visto che oggi, avendolo estratto dal chiosco come il genio dalla lampada, possiede anche un alberghetto al suo paese, Alessandria d’Egitto, gestito dalla moglie. La crisi sembra che non lo abbia scalfito più di tanto, “certo non è come i primi anni quando coi fiori potevi fare i soldi, mentre ora puoi solo galleggiare, ma in verità non posso lamentarmi.” così mi confida. Ha un sorriso cordiale perennemente stampato sul viso questo giovialone sempre pronto a offrirti il caffè, ma la sensazione che emana dai suoi occhietti socchiusi e ammiccanti è che tutto può essere quest’uomo tranne che un fessacchiotto.

All’argomento scuola siamo arrivati quando gli ho chiesto dei marmocchi. La bimba è piccolina e va ancora all’asilo e il maschio ha finito quest’anno le medie. “Che farà Alì l’anno prossimo Mustafà? Lo ha già deciso?” “Ha deciso? Ho deciso io. Lo mando a studiare a casa, ad Alessandria. Così imparerà bene l’inglese, la matematica e magari anche il francese. Assieme all’arabo e all’italiano gli potranno aprire una porta anche qui, se ci vuol tornare e non gli dovesse piacere la vita che faccio io. La verità è che qui non ha imparato nulla che gli possa servire in futuro, neppure l’italiano. Se lo senti parlare ti vengono i brividi, annamo, famo, jò detto, jò fatto… noooo amico mio, no! Questo può andar bene per giocare a pallone al campetto, certo non per lavorare.”

Vorrei tanto dar torto a Mustafà ma onestamente non ci riesco proprio. Come non riconoscere che il ragionamento non fa una grinza? Mi torna in mente un altro colloquio, ancora più sconfortante di questo, con una funzionaria del ministero della Pubblica Istruzione. Avevamo constatato in casa che Albertino, uno dei miei nipoti, dopo tre anni di inglese alle elementari combatteva ancora con i numeri fino a venti, coi giorni della settimana e i mesi dell’anno. Pochissimo più di questo. Il padre aveva provato a rivolgere la parola in inglese all’insegnante e quella non aveva capito una breccola come direbbe, appunto, il piccolo Alì.

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Mi chiedevo perciò se esistano dei programmi di insegnamento che il docente sia tenuto ad osservare ed ho battuto tutti i corridoi del Ministero fiutando la preda come un cane da caccia. Non mi è stato facile individuare una persona in grado di darmi una risposta, lì non c’è mai un responsabile di alcuna cosa e se c’è si fa negare o si chiude a riccio. Finalmente ho stanato una professoressa che conosco da anni e mi ha spiegato che non esistono programmi di insegnamento della lingua ben distinti per i vari corsi e che tutto è praticamente affidato alla iniziativa dell’insegnante.

La verità che mi ha soffiato nell’orecchio guardandosi intorno preoccupata è che non esistono neppure tutti quegli insegnanti di inglese che servirebbero. Quasi sempre si tampona questa carenza con maestri giovani che hanno fatto magari un corso accelerato per conseguire un pezzo di carta che consente loro di trasmettere ai loro alunni quel poco o nulla che sanno.

Ammetto di essere uscito dai due colloqui che ho citato alquanto depresso, pertanto nel timore di aver comunicato la mia tristezza a chi mi legge sono felice di fornirvene un terzo, che sebbene nella sostanza sia anche peggio di quelli già esposti almeno non manca di un risvolto comico.

Devo premettere un accenno a un’altra piccola piaga che affligge la scuola in tutti i suoi ordini, minima se vogliamo rispetto al quadro generale ma brutta perché emana cattivo odore. Parlo delle assicurazioni contro eventuali infortuni all’interno degli istituti o nelle gite scolastiche. Si tratta di polizze che non costano molto ma non garantiscono praticamente nulla. Servono solo, trattandosi di grandi numeri, a rastrellare denaro e a far felici agenti di compagnie assicurative e presidi.

Lo so perché l’ho sperimentato quando uno dei miei ragazzi si è fratturato il collo dell’omero in palestra. Tre mesi di gesso col braccio ad aeroplano, la perdita dell’anno scolastico e non ho preso una lira. Tutti lo sanno come queste assicurazioni funzionino ma tutti le fanno lo stesso perché i presidi ci tengono tanto.

Accadde una volta che alcune classi dell’Istituto alberghiero di Roma essendosi rifiutate di sottoscrivere la polizza furono escluse dalla partecipazione a gite e attività varie. Quei ragazzi viaggiano talvolta fuori sede per gare con altri istituti e competizioni di carattere professionale, come ad esempio campionati per sommelier e baristi.

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Mustafà e l’autore dell’articolo

“Ce li ho voluti portare io con la mia macchina” mi ha raccontato un professore che conosco perché è stato l’istruttore di uno dei miei figli quando frequentava l’alberghiero . “Avevo due allievi bravissimi che infatti hanno vinto il titolo italiano ed europeo della categoria. Sai come è andata a finire? Noi non lo avevamo previsto e infatti al ritorno non ne abbiamo fatto parola a nessuno ma la commissione ha trasmesso una comunicazione ufficiale all’istituto, manifestando il suo compiacimento per un risultato così brillante.

Il preside prima ha risposto che si trattava certo di un errore ma quando gli hanno comunicato i nomi dei vincitori ha mangiato la foglia ed è andato in bestia. Ha convocato il consiglio di istituto e ha sospeso i ragazzi per aver mentito sulla motivazione dell’assenza dalle lezioni. Non era vero che fossero malati quei bugiardi! Andavano puniti, non premiati!”

Questi sono il concetto di meritocrazia e il livello di efficacia perseguito che ho personalmente riscontrato tuttora vigenti nella scuola di base italiana. Sono un disfattista? Non spetta a me giudicarlo e nemmeno voglio far pesare ad altri l’umiliazione che provo davanti a chi, come Mustafà, mi pone innanzi agli occhi la realtà italiana di un settore che è fondamentale per la vita degli individui e degli stati.

Mi dispiace solo per Albertino, per Alì, e per tutti quegli altri ragazzi, che sento miei, cui sono negate delle chance che potrebbero avere, ai quali vorrei tanto fosse riservato qualcosa di meglio.