INFORMAZIONE
CULTURALE
Gennaio 2019



HOME PAGE

ARCHIVI RIVISTA

Articoli on-line 4702
Articoli visitati
3997880
Connessi 199

INDICE GENERALE
INDICE MENSILE
EDITORIALE
RUBRICHE
PASSATO E PRESENTE
EVENTI
ITINERARI E VIAGGI
PARERI LEGALI
COSTUME E SPETTACOLI
QUADRIFOGLIO
TERZA PAGINA
LETTURE CONSIGLIATE
CULTURA
SCIENZA E DINTORNI
FILATELIA
LIBRI RECENSITI
AUTORI
Argomenti

Monitorare l'attività del sito RSS 2.0
SITI AMICI

a cura di
Silvana Carletti (Dir.Resp.)
Carlo Vallauri
Giovanna D'Arbitrio
Odino Grubessi
Luciano De Vita (Editore)
On line copyright
2005-2018 by LDVRoma

Ultimo aggiornamento
18 gennaio 2019   e  



Sito realizzato con il sistema
di pubblicazione Spip
sotto licenza GPL
JPEG - 43.8 Kb
FRANCA RAME la passionaria

La loro umanità…..

Una storia delicata … e non per tutti !
domenica 1 dicembre 2013 di Michele Penza

Argomenti: Racconti, Romanzi


Segnala l'articolo ad un amico

Non lasciare che il tuo passato decida per te, ma fa che diventi una parte di ciò che sarai. La tua storia non sia la tua prigione ma una pietra su cui costruire il tuo futuro. (Nazim Ukmet)

Quando lo dicevo nel primo testo che ho scritto sul medesimo argomento (Il sessantotto e le libere donne di Magliana) che mi sarebbe piaciuto incontrarne una oggi e parlare con lei di quei tempi non ci speravo molto, ma infine l’ho trovata per davvero una ex sessantottina, reduce da quel passato così discusso e pure partecipato da tanti, ragazzi e adulti, intenso e palpitante. Per l’esattezza è stata lei a contattarmi dopo aver letto i miei racconti qui sulla nostra rivista Scena Illustrata Web, per parlarne un po’ con me, ed è stata lei a confidarmi una sua vicenda personale così particolare che credo meriti d’essere conosciuta.

Si tratta di una professoressa di liceo in pensione vedova di un vecchio amico nella quale oggi non riconosceresti mai, osservandola quale oggi si presenta, una dolce signora minuta e tranquilla, l’intrepida e irrequieta militante extraparlamentare che ai tempi suoi ha dato parecchio filo da torcere a genitori, insegnanti e agenti della Celere.

Il provenire da una famiglia molto agiata la rendeva ancora più dura e sprezzante verso il suo stesso ambiente borghese, connotato da cameriere con la crestina bianca, vetrine inglesi dell’ottocento in salotto e il tè alle cinque nelle chicchere di Limoges, un mondo che la disgustava e che rinnegava in toto proprio perché diceva di conoscerlo dal di dentro.

JPEG - 10.9 Kb

Quale poteva essere all’epoca il rapporto di una ragazza del genere con i suoi diretti interlocutori, ossia genitori, insegnanti, autorità? Beh, ce lo possiamo immaginare: i genitori sono sempre i genitori e uno sforzo per sopportarli magari lo può fare chiunque, e del resto i conflitti generazionali sono prassi consolidata, ci sono stati sempre non solo nel sessantotto. E poi i genitori non serve mica ucciderli, allora come oggi bastava lasciarli cantare e girarsi dall’altra parte, e su questo punto scagli la prima pietra chi si sente senza peccato. Qual è la ragazza che non ha mai mandato a quel paese la mamma che non vuole che faccia tardi la sera, o le proibisca questo e quest’altro? E quale mamma se l’è mai presa per questo, memore dei propri trascorsi giovanili? Diciamo che nei rapporti familiari eravamo allora più o meno al medesimo punto di sempre.

JPEG - 7 Kb

E’ coi professori che cominciano le dolenti note, ma occorre distinguere perché i professori non sono assolutamente tutti uguali. Non erano tutti ostili al cambiamento, ce n’era pure qualcuno che si poneva dalla parte dei giovani, anzi, era ancora più estremista di loro, mentre la gran parte del corpo insegnante, per lo più costituito da donne di estrazione cattolica, pur comprendendo i motivi della protesta ne era spaventata per la violenza di cui la vedeva pervasa e ne paventava la possibile strumentazione politica. I docenti si chiusero quindi a riccio perdendo completamente il contatto con quei ragazzi che ritenevano persi dietro a un’idea vaga di rivoluzione che incuteva loro terrore e vedevano sedotti da quella ‘prospettiva di lotta’, non meglio identificata e delineata, che il movimentismo spargeva a piene mani.

Tranne quindi rare eccezioni nei loro confronti non poteva esserci che o contestazione aperta o noncuranza. Docenti e allievi giunsero a detestarsi reciprocamente. Tranne rare eccezioni la regola era l’incomprensione e la non comunicazione.

E con la polizia? Coi poliziotti no! (E da questo punto lascio la parola alla mia gentile amica). Con loro non ci potevano essere eccezioni o compromessi, era guerra senza quartiere e coi feriti, talvolta persino i morti, da una parte e dall’altra. Si, lo so, facevano il loro mestiere, ma la verità è questa: semplicemente li odiavo. L’epiteto più gentile che gridavo loro era “servi del potere” e quelli reagivano ancora più incattiviti di me. Ne ho fatte di corse col celerino dietro, col manganello alzato, e più di qualche volta le ho prese. Fortuna che a quel tempo ero veloce come una scheggia, magari adesso fossi così svelta. E’ ovvio che in seguito a quei fatti un certo residuo di antipatia nei confronti degli agenti, immotivata se vuoi, ce l’ho sempre avuto ed è persistito nel mio animo, lo confesso, fino a poco tempo fa, diciamo un paio d’anni!

Perché fino ad allora? Ora non più? Davvero hai cambiato idea? Perché? A questo punto la mia amica sorride.

Si. Ora ho cambiato idea. Naturalmente l’ho sempre saputo che gli uomini non sono tutti uguali, che il meglio e il peggio li trovi dappertutto, ma quello che allora non perdonavo a quei poliziotti che riuscivo a concepire solo come nemici non era tanto il trovarmeli ogni giorno di fronte e il dovermici scornare fisicamente, quanto un deficit di umanità che mi sembrava di riscontrare nelle loro azioni e nei loro comportamenti. Sai, con un nemico ci si potrebbe anche rispettare, scontrarsi ed averne al contempo stima ma noi, forse sbagliando, perché lo riconosco che eravamo estremamente faziosi, di quella gente stima non riuscivamo ad averne neppure un po’, del resto ricambiati della stessa moneta. Solo ora ho perso questa convinzione interiore perdurata per tanti anni e vuoi sapere il perché? Te lo devo spiegare. Da solo non ci arriveresti mai.

Tu conosci mia figlia e sai pure che di recente ha avuto una bambina dal suo compagno: bene, però non sai che prima di questa ne aspettava un’altra che è morta improvvisamente proprio qualche giorno prima di compiere il nono mese di gestazione. In ospedale riscontrato che la creatura aveva perso il battito si sono adoperati per farla nascere e questa operazione è risultata estremamente dolorosa e stressante per la madre sul piano fisico ma anche su quello psicologico, perché la creatura era molto attesa e già molto amata. Vedendola stremata gli addetti riservarono tutte le attenzioni alla madre che in stato di semi incoscienza necessitava di cure. A nessuno venne in mente di mostrarle la creatura prima di portargliela via ma io, che ero presente, non resistetti alla tentazione di darle un’occhiata, le scoprii il volto e fu una emozione brevissima ma intensa e dolorosa come non puoi immaginare.

Cos’è che ti spinse a vederla, semplice curiosità?

No. Avevo una motivazione precisa, forse non del tutto razionale. Avevo perso da poco mio marito Fernando, il tuo amico. Tu sai cos’era per me, e la mia segreta speranza era di riconoscere nel volto della bimba qualche elemento che me lo ricordasse, ma non ce lo trovai. Era il ritratto di suo padre.

Sinceramente credevo che il non aver visto la creatura aiutasse mia figlia a superare quella vicenda, a distaccarsi meglio da un ricordo doloroso, ma mi sbagliavo completamente. Me ne convinsi ascoltando per caso una conversazione telefonica con una amica nella quale le sentii dire con la disperazione nella voce: Pensa, l’ho aspettata con tanto amore, ci parlavo tutti i giorni e la sentivo, toccandomi il ventre, che mi rispondeva coi palpiti, e alla fine… non l’ho neppure vista!

Un’amarezza che mi struggeva, ma che potevo fare per aiutarla? L’attimo fuggente per mostrargliela era svanito e non avevo avuto la opportunità e nemmeno l’intuizione di coglierlo. A quel punto non mi restava che condividere con lei quel dolore in silenzio, senza parlarne per non rinfocolarlo. Poi un giorno ebbi come una illuminazione. Sì, forse poteva esserci un modo per lenirlo, ne intravidi una possibilità, anche se remota, e mi covai dentro per un bel po’ quella pazza idea studiando il come realizzarla e dove trovare le persone giuste cui rivolgermi, pur frenata com’ero da tante perplessità. Avrei preferito qualsiasi altra soluzione a quell’unica che mi si profilava, l’accettarla mi bruciava e mi sembrava una vendetta del destino, un calice amaro da bere. Mi sforzavo di escogitare una qualsiasi altra via d’uscita ma non ne trovai e così alla fine mi decisi. Scrissi a loro, ai miei antichi nemici, a quelli della P.S.

Solo loro avrebbero potuto darmi una mano. Lo vedi com’è la vita? E’ proprio vero, mai dire mai. Dapprima non ricevetti risposta e ti dirò non ne fui nemmeno delusa, mi parve una conferma ai miei vecchi pregiudizi. - Figurati se … - mi dissi - Carogne come sono!

Ma mi sbagliavo. Per fartela breve la questura dopo sei mesi mi rispose, e ora mi sembra pure normale considerato che in Italia i tempi dei burocrati sono questi. Inaspettatamente si dichiararono disponibili ad aiutarmi e mi convocarono. La persona che ricostruì l’identikit della bambina sulla base delle mie indicazioni lavorò meravigliosamente e coi programmi sofisticati di cui disponeva riuscì a compiere il miracolo. Alla fine di un lungo, attento, paziente lavoro guidato da me che quella immagine l’avevo stampata nel cervello mi pose sotto gli occhi il perfetto ritratto di mia nipote. Eccola qua Amalia: te la posso mostrare!

JPEG - 8.3 Kb
AMALIA

Oggi la madre non dico che ne sia felice perché quando perdi un figlio i motivi di gioia spariscono, ma l’averne conosciuto la fisionomia le ha permesso di averne una idea concreta, di connettersi ad una identità che prima le era sconosciuta. Anche l’arrivo della seconda figlia ha contribuito molto a ridarle serenità.

E dei tuoi nuovi sentimenti nei confronti della polizia, quella entità che per una vita intera ha rappresentato nel tuo immaginario l’antagonista, lo scoglio, il pericolo da evitare, cosa mi dici?

Cosa vuoi che ti dica. Non penso di avere sbagliato sempre: allora la realtà che vivevo era quella, che altro potevo pensare? Certo l’aver scoperto oggi l’umanità di quegli uomini, che mi hanno capito e aiutata, non può lasciarmi indifferente. Probabilmente anche loro non saranno più gli stessi e con loro sarò cresciuta anch’io! No. Ora mi sento pacificata. E’ passato.-


Si è verificato che quando ho parlato a qualcuno di questa vicenda e gli ho mostrato la foto della piccola Amalia la reazione suscitata poteva essere di due tipi, non solo diversi ma contrastanti. Gli uni hanno espresso consenso rilevando che tutta la vicenda seppure in sé piuttosto banale si risolve positivamente in un esito che parla di riflessione meno superficiale, di sforzo di comprensione reciproca, di una presa di coscienza più matura e responsabile, tutte cose delle quali Dio sa quanto abbiamo bisogno. Altri hanno dichiarato di trovarla non solo banale e scontata ma anche piuttosto macabra nella sua conclusione. E poi, hanno osservato, serve davvero a qualcosa seguitare a rimestare nel rancore e nel dolore?

A me pare tutt’altro che brutta e assumendomi la responsabilità di render nota la storia di Amalia non solo ho inteso porre nel giusto risalto il positivo atteggiamento tenuto, nella circostanza, dalla P.S. ma anche dare a questa bimba, che non ha mai vissuto, una piccola chance: che almeno nella sfera del ricordo e della pietà di qualcuno possa ella avere un minimo di esistenza e di continuità nel tempo. Lei che non ha avuto né passato né presente abbia almeno un futuro non troppo dissimile dal nostro!

E tu che leggi cosa ne pensi?

 



  • La loro umanità…..
    2 dicembre 2013, di GiovannaDA

    Le parole di N. Ukmet mi son sembrate davvero appropriate al tema dell’articolo: ” Non lasciare che il tuo passato decida per te, ma fa che diventi una parte di ciò che sarai. La tua storia non sia la tua prigione ma una pietra su cui costruire il tuo futuro”. Il mio primo figlio, Alessandro, è morto dopo il parto mentre avevo perso i sensi: avrei tanto voluto conoscerne il volto. Per anni ho cercato di immaginare come fosse. Ora sono diventata nonna e il mio nipotino, Alessandro, con il suo sorriso ha cancellato l’antica pena. La vita continua. E’ Bene tutto ciò che si fa con amore. Giovanna D’Arbitrio