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Un racconto breve fatto di cronaca quotidiana, piccole storie della grande città
venerdì 1 novembre 2013 di Michele Penza

Argomenti: Racconti, Romanzi


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Il signor Alfredo abbassò il finestrino, appena quel tanto che bastava a gettar fuori il mozzicone della sigaretta. Nel posacenere c’era ancora spazio a sufficienza ma, determinato com’era a tener chiusi i vetri, l’odore delle cicche spente lo disturbava. Era lì da due ore, in attesa, chiuso nella Punto parcheggiata nell’angolo più remoto del grande garage condominiale, deciso a restarci anche tutta la notte finché lei non fosse tornata.

Voleva capire finalmente, vederci chiaro una buona volta, entrare nella vita di Stefania quel tanto che bastava a capire se in quella esistenza potesse ritagliarsi un posticino per lui o se invece era meglio metterci una pietra sopra, andarsene a nanna e non pensarci più. Non ci si raccapezzava con quella donna che talvolta appariva ben disposta nei suoi confronti e si mostrava gentile con lui, ne accoglieva le avances con un sorriso benevolo e gliele dava buone anche se le sue battute, se ne rendeva conto lui per primo, erano piuttosto goffe, e tal altra gli rispondeva, se rispondeva, secca e dura con un’aria che a lui pareva sottintendere la domanda temuta: ma tu che vuoi?, in un atteggiamento che proprio scortese non si poteva dire ma d’una freddezza tale da gelare il povero Alfredo che concludeva le sue meste riflessioni con la considerazione amara che con quella là ci si capiva ben poco. Ed era proprio quel non capire che gli bruciava ancor più che l’esserne respinto.

Del resto della signora Stefania nessuno ne sapeva molto al di là del fatto che viveva sola fin da quando era venuta ad abitare, due anni prima, in quell’appartamento situato nella stessa scala di quello del signor Alfredo. Appariva persona riservata, che trattava gentilmente con tutti ma non dava confidenza a nessuno, badando sostanzialmente a farsi i fatti suoi. Regola santa, pensava Alfredo, che avrebbe voluto comportarsi presso a poco alla stessa maniera ma, vivendo da un discreto numero d’anni in quella casa, per forza di cosa conosceva tutti e trattava cordialmente con la generalità degli inquilini.

Alfredo era però anche lui persona discreta e misurata e ciò aveva contribuito a guadagnargli la fiducia e la simpatia della signora Stefania. Spesso s’incontravano a far due chiacchiere nel soggiorno della casa di lei per parlare di tante cose, leggere e piacevoli, di musica o di un libro letto di recente: poteva capitare che a uno di loro ne fosse piaciuto qualcuno in particolare e lo proponesse all’altro per poi ragionarne insieme.

Non era mai accaduto invece che fosse lei a recarsi a casa di lui che per delicatezza non aveva insistito troppo a invitarcela, mentre solo qualche volta nell’inverno trascorso lei aveva accettato di uscire insieme di sera in occasioni particolari, per assistere a un concerto all’Auditorium o per andare a vedere un bel film in prima visione. In tali occasioni s’era peraltro rivelata una compagnia gradevole e simpatica, una persona che non amava parlare molto ma possedeva oltre a un gusto affine a quello d’Alfredo per la buona musica anche una tendenza marcata all’ironia, che a lui invece mancava, e che per un verso le sgorgava spontaneamente dal carattere, e per l’altro lei usava talvolta come schermo da frapporre a difesa, fra sé e le intrusioni altrui.

Si era venuto così a stabilire fra loro un rapporto tranquillo d’amicizia che quei limiti così nettamente marcati consolidavano, conferendogli stabilità, ma che allo stato non preludeva certo, salvo il sopraggiungere di consistenti novità, a sviluppi d’una qualsiasi altra natura. Ma inizialmente ad Alfredo andava bene anche così, e nemmeno si era posto il problema di quel che ne pensasse Stefania sembrandogli implicito che andasse bene così anche a lei, soprattutto a lei, visto che in fondo era lei a condurre il gioco e a pilotare le cose in quel modo evitando saggiamente di scivolare fuori dai binari di una buona amicizia fra persone civili.

Intanto era passata la mezzanotte e Alfredo avvertì l’avvicinarsi d’un colpo di sonno. Aprì lo sportello della macchina e ne uscì, accostandolo soltanto senza sbatterlo per non far rumore. Sentiva l’aria umida e fresca della notte lambirgli il viso scuotendolo da quel senso di torpore che lo stava pervadendo. Ripresa lucidità tornarono ad affollarsi i pensieri nella mente. Ma come può accadere che quella che era prima una condizione piacevole e gratificante per entrambi si trasformi inaspettatamente in uno stato d’ansia che ti lascia dentro un senso di esclusione e ti fa sentire solo e scontento, come mai t’era capitato prima?

Quando ne aveva parlato con Stefania di questo suo nuovo stato d’animo, e di come quel quieto sentimento d’amicizia si andasse mutando quasi contro la sua volontà in qualcosa d’altro, qualcosa di più, gli era sembrato che la cosa non le suscitasse alcun entusiasmo ma piuttosto una reazione negativa che la induceva a chiudersi, a rendere più rare le occasioni d’incontro. Eludeva forse l’argomento nel timore d’andare incontro a situazioni spiacevoli o a prevenire richieste imbarazzanti? Sì, poteva darsi. Certo lei aveva tutto il diritto di vedere le cose in un modo diverso del suo, ma in tal caso era lui che non ce la faceva più a continuare come prima. Se l’incontrarsi e lo stare insieme non dovevano più costituire un piacevole diversivo ma un motivo di tensione… sì, di sofferenza, eccola la parola, fuori il rospo, coraggio! L’amore non porta indifferenza, o dà gioia o dà sofferenza, non trova vie di mezzo, è questa la sola scelta che pone. Quando ti ritrovi a sonnecchiare non è amore ma digestione lenta.

Basta, pensò Alfredo, qui occorre chiarire la situazione, in un modo o nell’altro. Non ha senso trascinarla alla lunga in questo modo, non siamo mica dei ragazzini! Fra persone mature, civili, si deve trovare la chiave! Si deve parlar chiaro, chiedere con franchezza: Non vuoi? Non mi vuoi? Non ti vado bene? Perché? Dimmene la ragione, se è buona l’accetterò! C’è forse un altro? Va bene, posso capirlo, ma ci sono anch’io sappilo! Ciò che ti chiedo è solo di fare una riflessione ponderata e quindi una scelta consapevole ed io la rispetterò, stai tranquilla.

Il discorso da farle ce l’aveva bello e pronto, finora gliene era solo mancata l’occasione. Si! Un discorso franco e sereno che avrebbe fatto chiarezza fra di loro! Già, facile a dirsi. Però l’idea che ci sia un altro di mezzo non è vero che ti lasci così equanime quanto il copione richiederebbe, anzi, diciamo la verità, ti fa incazzare un bel po’. Insomma, parliamoci chiaro, ma questa dove se ne va in giro di notte a quest’ora? Di questi tempi? E ci va da sola? Uhm, non credo proprio, e poi a far che? No, no, è chiaro che c’è qualcuno che la spupazza di qua e di là. Vogliamo dire che sono fatti suoi e soltanto suoi? Lo saranno senz’altro, ma voglio che sia lei a dirmelo e così la piantiamo di arrovellarci e ce ne stiamo quieti e contenti tutti quanti, pure io, che non è giusto che debba starci solo lei!

Il cigolio del cancello automatico del garage che si apriva distolse dalla concitazione dei pensieri il signor Alfredo che s’affrettò a risalire in macchina per non farsi notare dagli occupanti della vettura in arrivo. Ci mancava pure che mettessero in giro la voce che lui di notte trafficava nel garage, dopo i furti degli ultimi tempi. Si sedette comodo al posto di guida, incrociò le braccia sul volante, ci appoggiò sopra il mento e si rilasciò disponendosi a una lunga attesa. Non correva più il pericolo di addormentarsi con quel tarlo nella mente che lo teneva sveglio.

La macchina di Santina s’accostò lentamente al marciapiede e si fermò davanti al portone. Stefania abbracciò la sorella e la salutò: “Ciao Santina, buona notte e grazie del passaggio. Ti ho fatto fare tardi stanotte! Mi ci voleva pure l’incidente, oggi!” “Ciao cara! Non te la prendere, l’importante è che tu non ti sia fatta male, chi se ne frega del paraurti, le macchine si riparano. E poi non è nemmeno colpa tua, ti dovranno rifondere i danni. Poteva andar peggio! Buona notte, cara, un bacio!

Stefania entrò nel condominio dal portone di strada e salì in casa. Era ancora tesa. E’ strano come un contrattempo banale possa crearti uno stato di malessere così sproporzionato rispetto alla causa. Le contrarietà della giornata, prima lo spavento della botta, poi lo scambio vivace d’invettive col conducente dell’altra vettura, un coattello ignorante e volgare, sgradevole da trattare a prescindere dall’incidente, le avevano lasciato in animo un senso d’irritazione e di sconforto. Sentiva piombarle addosso, di colpo, il peso della sua condizione di donna sola in quegli aspetti più negativi, seppure minori, che evidenziano le circostanze banali quotidiane, affrontate senza la mediazione e lo schermo di un compagno. Avvertiva forte il desiderio di parlarne con qualcuno, di condividere per sentirseli più leggeri l’amarezza e lo scontento che le pesavano sul cuore.

Chissà perché le tornò pure in mente che da molto tempo non le accadeva più, nei risvegli notturni, d’ascoltare nel silenzio un altro respiro accanto al suo, di percepire un calore umano che persistesse accanto a lei, a rigenerarla, a darle sicurezza, a prolungare dolcemente nel tempo la fugace soddisfazione d’un breve rapporto fisico con un uomo. Già da tempo andava riflettendo anche sulla sua storia con Alfredo, ed era pervenuta a una conclusione. Quell’uomo non le dispiaceva. Vero! Non era il tipo d’uomo capace di indurre una donna a fare follie ma col frequentarlo ne aveva avuto modo di scoprire e apprezzare le qualità umane. Era costretta a riconoscerne anche nei piccoli gesti quotidiani l’intelligenza, la positività, la fondamentale bontà del suo animo ed aveva finito col convincersi che il dare una svolta alla sua vita in quella direzione sarebbe stata la decisione migliore per lei.

Questa convinzione s’era venuta maturando lentamente, poco a poco, sì da cancellarle pian piano tutti i dubbi e le esitazioni che l’avevano bloccata fino a quel momento. E poi, chi l’ha detto che una donna debba fare follie per essere felice? Il tempo delle follie era passato, se mai per lei c’era stato. Non si sentiva Rossella O’Hara, ma solo una donna normale che apprezzava e non voleva più negarsele quelle cose buone e vere che la vita può offrire, e che in realtà offre ogni giorno a chi le sappia riconoscere. Riscuotendosi dai suoi pensieri si ritrovò nell’ingresso di casa sua ed alzò gli occhi allo specchio. Ci vide riflessa la sua immagine e non si chiese perché non si decideva a sfilarsi l’abito, come faceva abitualmente appena rientrata in casa. Con la mano sistemò invece una ciocca di capelli che le scendeva sulla fronte, riprese dalla mensola le chiavi di casa che vi aveva appena posato, spense l’interruttore della luce e uscì di nuovo. Risalì silenziosamente le scale per due piani e si fermò esitante innanzi alla porta del signor Alfredo. Poi fece un passo avanti e premette risoluta il pulsante del campanello: una, due, tre volte.

Nessuno rispose. Strano, a quell’ora Alfredo doveva esserci, ma perché non apriva? Passò ancora un breve lasso di tempo che a lei parve interminabile, poi Stefania sentì che in basso sbatteva il cancello dell’ascensore e si affrettò a ridiscendere le scale prima che qualcuno potesse vederla lì, ferma sul pianerottolo a quell’ora di notte. Quando si dice una giornata storta! Al diavolo, imprecò Stefania, oggi mi va tutto male! Sai che ti dico? Se ne parla domani! Domani è un altro giorno, e su questo non c’è che dire: ha ragione Rossella!” E le scappò un sorriso un po’ tirato.

Ebbe ragione anche Stefania, perché se si vuole c’è sempre un domani. A loro due non capitò più di rientrare delusi e imbronciati nello stesso istante ciascuno in casa propria, perché in effetti il giorno dopo se ne parlò, e quello dopo ancora e per molti di quelli a seguire. Se ne parlò, e come!

P.S.

Immagini da www.e-core.it