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Cronache da Bisanzio.


lunedì 1 luglio 2013 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Racconti, Romanzi


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Oh Rome, my country, city of the soul! The orphans of the hearth must turn to Thou ! (Lord Byron)

Non è questo un bel periodo né per me nè per questa città. Il maltempo non ti invita ad andartene in giro e nessuno di quegli eventi che si stanno susseguendo da qualche mese attorno a noi ha la capacità non dico di suscitare entusiasmi di alcun genere ma neppure di mitigare le inquietudini per il futuro che ci attende.

Seduto al tavolino del mio solito bar, mi attengo puntualmente alla prassi del perfetto pensionato: prima centellino il caffè che Cristina, la padrona, mi porge con un sorriso affabile, poi inforco le lenti per la lettura sistematica del quotidiano completata la quale mi immergerò in una lunga meditazione che non esclude però l’attenta osservazione di tutto ciò che accade nella via, innanzi ai miei occhi, miopi e martoriati da vari chirurghi ma ancora vigili e curiosi.

Cristina ci ha messo un po’ di tempo per assimilare il concetto che io il caffè lo prendo col dolcificante e accompagnato da un bicchier d’acqua dimenticando quasi sempre o l’uno o l’altro. Se lo ricordava poi, giunta davanti a me, quando scoppiava ridere e tornava dentro a prenderlo, scusandosi. Suo marito invece tuttora non se lo ricorda mai se non glielo ripeto io ogni volta. Intendiamoci, non sono dei cretini, tutt’altro. Persone simpatiche e cordiali e pure sveglie. Lei ha lavorato molti anni alla segreteria dell’università dove lui, assistente, teneva corsi di ricerca di mercato. La verità è che quel che fanno ora non è il loro mestiere e che come tanti altri in questa città si sono cimentati nella ristorazione senza averne le attitudini.

Ci troviamo in una zona inserita tra il viale Marconi, l’ospedale di S.Camillo e la ferrovia, una piccola enclave dove una volta sorgeva una raffineria di petrolio, la Purfina, ora demolita. E’ un po’ defilata, incastrata com’è tra tre grosse arterie di traffico, un’area non grande per una comunità non molto numerosa, tale che di vista qua ci si conosce quasi tutti. Dai discorsi che mi capita di orecchiare in giro mi rendo conto di quanto, in questi grandi complessi costruiti da enti previdenziali o da grandi compagnie di assicurazioni che successivamente hanno venduto il loro patrimonio edilizio agli inquilini, sia simile la condizione del mio condominio, nel quale la presenza di un amministratore mediocre quanto rapace ha seminato discordia e liti giudiziarie a non finire, più o meno a quella di tutti gli altri.

Sembra che la razza degli amministratori sia unica e particolare: uomini del tipo celtico, conquistatori forgiati per l’avventura, squali voraci e determinati, dediti alla razzia, maestri nel maneggio del verbale e della citazione giudiziaria. Quelle dei condòmini sono invece categorie molteplici e molto variegate. Ce ne sono taluni che, proprietari di un bicamere, ritengono di poter imporre i loro diktat a tutto il fabbricato, ed altri che hanno per bandiera il motto: “a un palmo da me…” e nulla vogliono sapere di scale, ascensori, tetti, cortili, garage, giardini etc.

Nel mio ad esempio c’è un signore che quando piove per non andare in giro a bagnarsi fa fare la pipì al cane nell’androne dell’ingresso, certo com’è del suo buon diritto. Lo può fare, ci deve essere scritto pure nel codice civile. Non vi risulta? Strano! Siamo gente così, questo è solo un esempio. Pieni di pretese assurde e l’un contro l’altro aizzati da chi ne ha la convenienza.

Nel corso di una delle mie meditazioni a un tratto sussulto. Ho percepito una voce che dice - …ma sì, è molto bella. Si tratta una copia dell’opera di Rodin…. - E chi sarebbe ‘sto Rodin?.... chiede qualcun altro.

E chi saranno costoro che si occupano di siffatti argomenti? Me lo chiedo io. Nessuno, in zona, tra le persone di mia conoscenza, può conoscere Rodin, ci scommetterei più di un euro. Mi giro a guardare incuriosito, e infatti... a citare Rodin, esprimendosi in un perfetto italiano privo di influssi dialettali è lui, quel barbone che passa il suo tempo su una panchina del giardinetto pubblico, uno che ho visto sempre solitario e silente e che ho sempre evitato perché ritenevo il colore acceso del suo viso dovuto all’alcool. Chiedo discretamente al barista se lo conosce ed apprendo che si tratta di persona colta e perbene, un ex docente di fisica che ha avuto problemi psichiatrici in passato, trattati con elettroshock, che lo hanno portato praticamente sulla strada.

Peccato che non ami comunicare, ora so che ci perdiamo tutti qualcosa ad escluderlo. Scommetto che sarebbe apprezzato e farebbe concorrenza a Badoo (detto comunemente Badù) che è senza dubbio il personaggio più popolare della strada. Badù è un giovane senegalese che staziona quotidianamente dinanzi all’ingresso del supermercato e vende CD fasulli. Un vero signore che parla perfettamente l’italiano quanto l’inglese, è amico di tutti e dimostra grande cortesia e disponibilità accompagnando spesso fino al portone di casa donne anziane con una spesa pesante. Il giorno che vennero quelli della P.S. e lo volevano impacchettare per via dei CD c’è stata quasi una sollevazione popolare.

E’ uscito anche il farmacista a spiegar loro che quel ragazzo è una istituzione per il quartiere e praticamente l’unico, tra quel branco di sfaccendati che solitamente bivacca nel piazzale antistante il suo esercizio,tra i quali tempo fa c’è scappato anche il morto ammazzato, che non spacci e non acquisti siringhe. Non ci si crederebbe ma gli agenti se ne sono andati persuasi, dimostrando molto più buonsenso di quei loro colleghi di cui parla la cronaca di questi giorni arrestati per estorsione, furti, stupri, e quant’altro, degni emuli dei famosi carabinieri di Marrazzo, anch’essi ligi al dovere e fedeli alla consegna ‘perinde ac cadaver’ come si dice siano i gesuiti.

Che dire di codesti gentiluomini? Semplicemente mi auguro per loro che l’albergo che da ora in poi avrà l’onore di ospitarli sia dotato dei comfort tradizionali, compreso il vecchio, famigerato, famigliare bugliolo, affinché vi possano ritrovare e soprattutto conservare quell’aura, quel climax che è loro più congeniale.

Immerso nelle mie riflessioni osservo a qualche metro da me la fermata degli autobus. Noto che non ne passano da tempo e per curiosità mi metto a cronometrare il ritardo. Dopo sessanta minuti di inutile attesa decido di rinunciarvi e dedicarmi ad altro. Che ne parlo a fare? Il problema dei trasporti è una piaga purulenta della mia città, luogo dove da anni, dico da anni, un venerdì sì ed un altro no i mezzi pubblici sono in sciopero e questo nella più totale, assoluta, cosmica indifferenza delle autorità preposte.

Qui lo sciopero dei trasporti è una cosa scontata, prevista e inevitabile come possono esserlo il tramonto del sole, l’equinozio e il solstizio di primavera. Domenica si andrà a votare per il rinnovo del sindaco ma dell’argomento non si parla, nel merito è stato disteso da tutti i responsabili un velo discreto e pudico. Nessuno si sente in grado di farci nulla, quindi meglio non parlare di certe cosacce. Si fanno, ma non si dice, è come quando ci mettiamo le dita nel naso.

Tralascio di occuparmi dei trasporti e mi concentro sui cassonetti della spazzatura dislocati a un paio di metri dalla fermata. Osservo che sono stati vuotati da poco e me ne compiaccio, finalmente una nota positiva! Ma ecco avvicinarsi una fanciulla frettolosa e svolazzante. Senza nemmeno guardare se dentro c’è spazio posa a terra il fagottello ai piedi del cassonetto e scappa via. Spensierata gioventù, quando maturerai! Ma non faccio a tempo a pensarla questa patetica riflessione che arriva una signora in età e compie esattamente lo stesso gesto. Posa in terra e vola via. E che vuoi dire ancora?

Si, è vero, sto fotografando un microcosmo, un angolo della città, ma c’è qualcuno che pensi che per tutto il resto le cose vadano meglio? Non credo che, essendo noi ciò che siamo, e osservando come sia ridotta questa città possa esserci ancora qualche romantico che la consideri un punto di riferimento, e men che meno una patria dell’anima, se non lo è più nemmeno per me che ci sono nato e che l’amo da sempre e vorrei che il mio fosse un bene da vivere e non un bene da morire. E’ con rabbia e dolore che devo riconoscere che non è degna nemmeno più del suo nome tanto è scaduta al ruolo di Bisanzio, la città emblema di una civiltà morente.

Povero Byron [1], che tenerezza. Se parlasse adesso non credo che direbbe ancora di sé stesso: must turn to thou. Forse direbbe meglio: must escape from thou. -

[1] O forse si tratta di Shelley, ora mi sorge un dubbio, è da un bel po’ che ho smesso di andare a scuola! Ma tanto sarebbe la stessa cosa. Sempre due inglesi senza la puzza al naso, due cuori nobili, sinceri amici di Roma, che la pensavano nel merito esattamente allo stesso modo. M.P