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Una litigata col vescovo

Se quelli che non fanno ciò che dovrebbero facessero almeno quello che possono sarebbe già un bel passo avanti!
venerdì 1 febbraio 2013 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi


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La fontana della Minerva
La Sapienza - Università di Roma

In occasione della recente presentazione del volume autobiografico ‘In die illa’ scritto da Gian Piero Ferri, un docente di arti marziali che vuole introdurre la sua disciplina nella scuola pubblica per conferirle quel ruolo che deve avere di scuola di vita e forgia del carattere, nel corso di una piacevole conversazione con l’autore nella quale Ferri mi confidava come tra le sue tante esperienze di gioventù ci sia stata anche quella del seminario, e mi accennava alla malinconia, al gelo, allo squallore di quei giorni, mi è tornata in mente una curiosa circostanza nella quale proprio a proposito di quel seminario ho rischiato di far uscire dai gangheri l’ottimo vescovo di ……. del quale non è il caso di fare adesso il nome, sebbene mi riferisca a casi del 1952, e di testimoni dell’epoca ci sia rimasto a malapena io stesso.

E del resto i soggetti contano poco, si trae spunto da esperienze nostre e altrui per offrire l’opportunità a chi lo voglia di fare le sue riflessioni sul merito e non per mettere un croce le persone.

Ero allora iscritto fuori corso all’università, peraltro alla facoltà di giurisprudenza che è quella più diametralmente opposta alle mie attitudini naturali, ma la cosa non mi turbava più di tanto in quanto non potendo io pagarmi le tasse all’università ci andavo solo qualche mattina di bel tempo a prendere il sole alla fontana della Minerva e salutare qualche amico. A quei tempi l’università non consisteva principalmente nella consueta prateria per vitelle al pascolo, costantemente assediata da famelici predatori, e neppure tanto in un tempio del sapere quanto piuttosto in una arena per i Marco Pannella, i Pino Rauti, i Caradonna, i De Marsanich ed analoghi personaggi che vi prosperavano e gigioneggiavano senza tregua, ciascuno circondato e acclamato dai suoi bravi.

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Pino rauti
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Marco Pannella

Non mancava giorno od occasione che non recasse il suo corteo, il suo comizio o almeno almeno il suo volantinaggio, e lo spettacolo assieme al divertimento erano assicurati, dovevi solo mettere in conto l’elevata probabilità di prenderti un cazzotto in testa.

C’erano allora i fasci e i compagni, distinti e separati. La mia peculiarità era quella di vivere una fase transitoria: provenivo da un liceo, il ‘G. Cesare’, di tradizione nettamente neofascista ma vicende personali avevano contribuito a spingermi verso l’adesione al socialismo che ha segnato tutta la mia esistenza successiva. Trovandomi allora a metà del guado potevo contare su amicizie e complicità in entrambi gli schieramenti pagandole con la perpetua incertezza se la botta stesse per arrivarmi da destra o da sinistra.

Finalmente un conoscente mi offrì un posticino di lavoro molto modesto ma provvidenziale presso una Opera Pia. Sapete, una di quelle organizzazioni che cercano fondi per qualche istituzione benefica. Nella fattispecie quella raccoglieva offerte per sostenere un orfanotrofio in Umbria e se la cavava benino. Aveva una rete di sostenitori in tutta Italia e le offerte giungevano copiose non solo a Natale come usa adesso, ma per tutto il corso dell’anno. 10000000000001E0000001686AA0EDD1

Occupandomi dell’amministrazione mi resi presto conto che a svolgere entrambe le funzioni di dirigente e di controllore era di fatto il vescovo locale che sovraintendeva anche a tutta una serie di iniziative religiose e civili dislocate sul territorio, ivi compreso il seminario diocesano. Per farla breve il conto corrente era unico e da quello si attingeva anche per le necessità del seminario.

Mi si affacciarono presto alla mente un paio di quesiti. Allora mi succedeva regolarmente di complicarmi da solo la vita e mi ci è voluto parecchio per togliermi questo viziaccio.

Se i donatori fossero stati informati che parte delle loro offerte sarebbe finita al seminario le avrebbero poi versate? La risposta logica era che forse lo avrebbero fatto ugualmente, ma forse no, o non in eguale misura.

Da questa conclusione ovvia scaturiva, inevitabilmente, un problema etico. Ma era giusto nei loro confronti un simile comportamento da parte dell’opera pia e, maggiormente, del vescovo?

Chi avrebbe potuto secondo voi sciogliermi questo nodo? Ma il vescovo stesso, certamente, chi altri meglio di lui? Aveva lui tutte le carte in mano, dal libretto degli assegni all’autorità morale. Avanti Monsignore, glielo chiedo serenamente, non la sto accusando, vorrei solo capire. Mi spieghi: si può fare? Lei non ci trova niente di strano in questo andazzo?

Questo fu il senso e questi più o meno i termini nei quali volli esprimere i miei dubbi a Sua Eminenza appena se ne presentò l’occasione. Mi scrutò per qualche istante, con occhi indagatori, per capire bene che specie di pesce avesse nel piatto. Ci eravamo visti solo di sfuggita qualche volta e in realtà non mi conosceva. Appena un poco lo conoscevo io, e sapevo che era un tipo un po’ incazzoso, decisionista, di quelli che non stanno tanto a cincischiare, che concludono spesso: allora si fa come dico io e va bene così.

Sapevo pure che non era fesso. Credo che nessun prelato lo sia, l’istituzione della Chiesa romana è solida perché pone grande attenzione alla selezione: chi è promosso a quella scuola non lo è per raccomandazione, merita. La struttura ha vacillato in passato quando si è infettata col nepotismo ma superato il periodo cruciale vi è tornata la meritocrazia. E’ possibile che vi trovi spazio un delinquente, e infatti abbiamo visto Marcinkus, ma un cretino mai. Ne deriva purtroppo che se un cretino ha partecipato al dialogo che sto citando certo non era il vescovo, caso mai spetterebbe a me rivendicare orgogliosamente quel ruolo.

Quanto pericolosamente avessi ballato sul filo del rasoio l’ho compreso subito dopo. Se mi avesse considerato un infiltrato o solo un provocatore ne sarei uscito con le ossa rotte, non dico materialmente, ma di sicuro avrei perso pane e lavoro. La divisione all’epoca non c’era solo all’università. All’università esplodeva perché in realtà una frattura spaccava tutto il paese nel quale si avvertiva e si manifestava in tutti gli aspetti e le attività, senza risparmiare il mondo del lavoro. Il ministro Scelba aveva cacciato dai ministeri dell’Interno e della Difesa, per motivi di sicurezza, tutti i dipendenti iscritti al partito comunista, senza che vi fossero reali obiezioni nella maggioranza parlamentare. Ancora molto più tardi, negli anni settanta, uno dei miei figli in servizio militare fu escluso dal corso allievi sottufficiali perché l’informativa dei Carabinieri menzionava la mia militanza socialista. E questo al tempo in cui era Saragat presidente della Repubblica!

Era questa la temperie. Monsignore fece dunque trascorrere in silenzio un paio di minuti, scrutandomi e riflettendo, e per un uomo della sua esperienza non deve essere stato un problema farmi una T.A.C. alla mente per sondare quali fossero i corni del dilemma. Aveva scoperto una serpe che lui stesso si scaldava imprudentemente in seno o aveva di fronte un ragazzino petulante che sparava uno dei centomila ‘perché’ che i bimbi pongono ai grandi di fronte a una cosa nuova? Per fortuna, e probabilmente per saggezza, fece la scelta positiva, quella buona per me, e decise di darmi la sua spiegazione riconoscendo la mia buona fede.

Iniziò col chiedermi pacatamente se avessi mai visitato il seminario e alla mia risposta negativa concluse: - Ciò spiega perché la realtà del seminario a te appaia totalmente alternativa rispetto a quella dell’orfanotrofio, che tu immagini di dover difendere da chissà quale prevaricazione. Ciò che è dato al seminario è tolto all’orfanotrofio! Non è così! Vacci e vedrai che quei ragazzi non solo provengono dallo stesso ambiente e dagli stessi ceti, se non addirittura qualche volta dalle stesse famiglie di quegli altri, ma vivono una esperienza di sofferenza e di sacrificio ancora maggiore. Io non faccio alcuna differenza tra orfani e seminaristi, per me sono tutti figli allo stesso modo e per entrambi avverto tutta la responsabilità genitoriale.

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Anno 1959 con i seminaristi

Puoi pensarla come vuoi, naturalmente, come ciascuno di noi ha diritto di fare, ma io la vedo così. Un giorno forse qualche altra autorità o qualche anima bella come la tua si presenterà in seminario a spiegare che per superiori valutazioni etiche la cucina è stata spenta, ma sicuramente quel tale non sarò io. E’ chiaro? ll rigorismo luterano non appartiene alla mia concezione del divino che è solare, postula una Entità benefica, che conosce le nostre difficoltà e vuole aiutarci non opprimerci col timore delle sue punizioni. E’ essenziale per l’uomo l’operare in buona fede e poi … sarà quel che sarà. Credo che ognuno sarà giudicato per le sue azioni, non per le sue opinioni. Se qualcuno dispone di elementi tali, intendo di dati certi, che possano portare a conclusioni diverse, sono qui, pronto ad ascoltarlo.

Quel dialogo si è chiuso così, con una stretta di mano, e tuttavia mi ha lasciato in una situazione psicologica ancora più confusa di quella di prima. Potevo condividere in gran parte le cose che avevo ascoltato, eppure sul piano razionale il mio dubbio permaneva intero, mentre su quello pratico sentivo che io stesso al suo posto forse non avrei potuto fare diversamente da lui e che innegabilmente le sue ragioni avevano una consistenza reale non trascurabile. Eravamo entrambi in buona fede ma questo non ci impediva di viaggiare in direzioni opposte. Ma allora come si risolveva quel rebus?

10000000000000B8000000FACE975190Me lo sono posto anche in seguito tante volte senza mai trovare una chiave soddisfacente. Oggi ritengo che l’anelito alla giustizia che ogni uomo retto percepisce nella sua coscienza sia una presenza forte che tuttavia spazia in una dimensione altra rispetto a quelle nelle quali ci muoviamo noi, e non si misura col metro di Greenwich né su altre bilance materiali. Tra quella dimensione e la nostra non può esservi che una tendenza reciproca, un’attrazione magnetica, mai una identificazione o una sovrapposizione.

Sappiamo che c’è, lo sentiamo fortemente ma non possiamo realizzare una interazione con lei. Non a caso i credenti postulano la giustizia come uno degli attributi fondamentali, qualificanti, della divinità, mentre i laici non avendo un riferimento cui ancorarla la raffigurano coma una bella donna nuda di bronzo che sta su un piedistallo, casta e inaccessibile, da guardare ma non toccare. Il solo immaginare di possederla è follia pura.

Che possiamo concludere? Che dobbiamo metterci l’animo in pace, e almeno io l’ho fatto. Mi sembra che nessuno qui possa avere la presunzione di riuscire a far sempre ciò che sarebbe giusto fare, per la semplice ragione che in realtà nessuno sa con certezza che cosa sia giusto e che cosa non lo sia.

E’ già una bella fortuna incontrare ogni tanto, qua e là, magari dove meno te lo aspetti, qualcuno che sappia far bene ciò che deve, ossia niente di più e niente di meno che il suo dovere, le cose per cui è retribuito o di cui abbia preso l’impegno di fare. Quando mi capita di riscontrarlo mi chiedo se sia il caso di stappare una bottiglia o di comprare qualche fuocherello pirotecnico e accenderlo sul balcone per festeggiare l’evento.

Parliamo quindi di mosche bianche. Quanto a tutti quelli che restano, che sono la stragrande maggioranza di noi, della gente comune che non ha voglia di strapazzarsi troppo, di noi che aspettiamo sempre che siano gli altri a cominciare a bene operare, beh, se proprio non riusciamo a rassegnarci all’idea di fare quel che dovremmo potremmo almeno cercare di fare quel po’ che possiamo, e sarebbe già un bel miglioramento.