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Un diavoletto da quattro soldi

Sicuramente questo racconto a tanti non piacerà…
giovedì 1 dicembre 2011 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Racconti, Romanzi


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“Hai capito Valeriano? Questa è l’ultima chance che ti è concessa. Se stavolta, dopo tre secoli di tentativi, non ci porti l’anima di un uomo giusto sarai degradato per l’eternità, e annoverato tra gli esseri inutili, i peggiori del creato, tra gli umani.” Questa sentenza gli echeggiava ancora nelle orecchie, ossessionante come un refrain musicale. Mentre esaminava la cartella dei documenti con la sua nuova identità e il kit delle istruzioni da osservare per svolgere l’attività che gli era stata assegnata, Valeriano amaramente si chiedeva il perché di tanta sfiga che aveva preso a perseguitarlo fin dagli inizi, quando era partito pieno d’entusiasmo e di fiducia in se stesso.

Ricordava la delusione e le mortificazioni subite quando s’era presentato le prime volte allo sportello "Versamenti anime" mostrando il suo bottino, con un malcelato senso d’orgoglio, aspettandosi un cenno di lode o una parola buona d’incoraggiamento. In cambio riceveva invece delle risatacce, o dei sorrisi maligni di compatimento: - Ma che ci hai portato! T’abbiamo chiesto delle anime buone da rovinare, questi sono fetentoni che teniamo sotto contratto da sempre. Sicuramente qualcuno di loro è più in gamba di te. E tu ce li porti qua! Guarda un po’, ora mi tocca pure ripulire il banco con l’alcool.

Ultimamente glielo avevano detto papale papale che gli restava una sola carta da giocare, non la poteva sprecare e il compito si presentava piuttosto difficile, se non proprio disperato: trovare un uomo giusto in questo mondo di carogne, e tormentarlo fino al punto di farlo diventare malvagio, onde acquisirne l’anima al Patrimonio Aziendale. Con tutta la concorrenza che c’era in giro, e ammesso che qualche galantuomo potesse ancora essere reperito su piazza, oltrepassata l’età puberale! Quale era il contesto che il Superiore Consiglio aveva stabilito stavolta per la sua attività? Era ansioso di saperlo, Scrutò febbrilmente nella busta di cuoio nero che conteneva tutta la documentazione che lo riguardava e trasse un sospiro di sollievo. Beh, non sembrava poi così male come aveva temuto: disponeva stavolta, oggettivamente, di strumenti sufficienti a far dannare l’anima a più di qualcuno.

Un taxi, che non ricordava d’aver chiamato, lo caricò per scaricarlo di fronte all’entrata di un immenso cortile e l’autista ripartì immediatamente senza neppure chiedere il pagamento della corsa, incalzato com’era dalle altre macchine, lasciandolo sulla porta di un enorme bar dal quale entrava ed usciva un fiume di gente. Una di quelle persone, incurante degli altri avventori che s’affollavano al banco, gli rivolse la parola a voce alta come per seguitare un discorso interrotto un momento prima: - Dobbiamo parlare di quel ricorso della Comit, Valeriano, ti vengo a trovare. Ignorava di cosa quello parlasse ma rispose ugualmente con un cenno affermativo del capo, poi ingollò quanto restava del cappuccino e uscì dal bar per andare a infilare la borsa nel rilevatore di metalli posto nell’androne. La recuperò, un cenno di risposta al saluto del carabiniere di servizio e finalmente poté avviarsi alle scale per andare a prendere possesso del suo nuovo ufficio di magistrato nella Città Giudiziaria di Roma.

Stinco rientrò in cella sbattendo la porta e crollò giù, seduto in terra di schiena alla parete e rimase così, il capo stretto fra le mani, gli occhi socchiusi e i gomiti puntati alle ginocchia.
- Che c’è Stinco, che t’ha detto l’avvocato?
- La solita scarogna mia. Chi poteva capitare a me? Il più schifoso di tutti: Valeriano.
- Hai ragione, peggio non ti poteva andare! Sono cavoli tuoi! Quello ci gode a massacrare la gente. Per uno scippo da tre mesi, fra aggravanti, precedenti, oltraggio al giudice e resistenza alla forza pubblica, solo per aver detto al maresciallo che le catenelle mi stringevano, è riuscito a farmi fare un anno di gabbio.
- Mamma mia! L’avvocato dice che è un uomo tutto d’un pezzo: sì, di merda, dico io!

E infatti Valeriano s’era ormai calato perfettamente nel suo personaggio. Il potere di cui disponeva e aveva appreso a esercitare con sempre maggiore sicurezza non cessava d’entusiasmarlo e al tempo stesso gli appariva divertente come un gioco. Aveva un dominio praticamente assoluto su uomini e cose. Se avesse deciso di togliere la libertà a una persona qualsiasi, sbatterla in un carcere, tenerla lontano per anni dalla famiglia e dagli amici, privarla dell’uso dei suoi beni senza dovergli una parola di spiegazione, senza dover renderne conto ad alcuno, ebbene poteva farlo: altri lo avevano fatto e lo facevano, si trattava di cosa esperita e collaudata.

Ma un potere esercitato in un modo così arbitrario, infantile e capriccioso poteva eccitare solo la vanità di un essere umano, nella sua meschinità, e Valeriano non lo era.
Per lui quel gioco diveniva esaltante solo se condotto nel rispetto di regole più rigorose. Troppo facile tormentare gli uomini abusando delle leggi, operando al di là delle norme! Un artista, un professionista quale lui aspirava ad essere, sapeva farlo restando nell’ambito del contesto giuridico, utilizzandolo al meglio e sfruttandone tutte le potenzialità distruttive.

E poi analizzandole meglio quelle leggi, quei codici, sviscerandone con attenzione scrupolosa gli articoli e i commi, così prolissi, pleonastici, contraddittori, formulati in un linguaggio esoterico per iniziati, non appariva forse evidente che erano stati pensati per torturare gli uomini, ispirati com’erano da una ratio espressa da minoranze prevaricatrici per il proprio vantaggio?
No, non occorreva affatto violarle, bastava invece applicarle alla lettera e le forze degli inferi avrebbero trionfato. Persino taluni umani lo avevano compreso ed era accaduto per esempio che addetti alle dogane invece di scioperare avevano bloccato tutta l’attività semplicemente applicando alla lettera le norme, ostentando ipocritamente di fare null’altro che il proprio dovere.

Il cuore di Valeriano cominciava a schiudersi alla speranza. Questa volta il successo non poteva sfuggirgli, lo sentiva. Finalmente gli era toccato un ruolo da magistrato, il più congeniale alla lucida protervia di un demonio. Era giunto il suo momento di gloria!
Il cancelliere che gli annunciò la visita aveva un’espressione solenne
- E’ il dottor Neri - disse - e viene da parte della Procura Generale.
Un signore di poche parole, alto, asciutto, distinto, calvo con folte sopracciglia nere e occhi profondamente incavati nelle orbite. Entrò salutando urbanamente, si sedette, aprì una cartella e venne subito al dunque.
- Mi mandano Loro, naturalmente. Che stai combinando, Valeriano?
- Perché, che ho fatto? Sto lavorando bene, mi sembra.
- Ti sembra? Stinco è morto, si è impiccato ieri mattina. Perché non ce l’hai consegnato? Sono trascorse le ventiquattrore, non lo abbiamo reclamato e per noi ormai è perso! Dici che stai lavorando bene?
- Stinco? Ma chi, De Luca, quel coattello di Tor Bella Monaca? Non è un caso di mia competenza, non ho nemmeno più il suo fascicolo, l’ho passato a una collega più giovane. Non mi sarei mai occupato personalmente di una simile immondizia, mi era stato assegnato per errore.

- Per errore, già. Ma perché, dimmi, tu di che ti occupi abitualmente? Reati commessi nell’ambito d’attività bancarie, assicurative, finanziarie.
- Ho da fare con certi soggetti! Te li raccomando.
- Valeriano, devi trovare un giusto da traviare e lo cerchi nel consiglio d’amministrazione d’una banca o di una finanziaria?
- Dovrei andarlo a cercare in una di quelle macchine che la notte circolano a fari spenti nei viali di Tor Bella Monaca?
- Senti Valeriano - sospirò il povero Neri abbassando gli occhi a terra come se vi cercasse i brandelli della pazienza sotto al tavolo - ma tu un uomo giusto come te lo figuri, chi credi che sia, una verginella col velo bianco? Non ce ne sono più così, anzi non ce ne sono mai stati, dovresti saperlo.
- E allora?
- Allora un disgraziato come Stinco che è nato in borgata, non sa nemmeno lui da chi, che è andato a scuola fino alla seconda elementare, ha cominciato a farsi le canne a tredici anni, è arrivato a trenta senza sparare a nessuno, è riuscito a far mangiare quasi tutti i giorni per tre anni quel bimbo che ha fatto venire al mondo, e tutto il male che ha fatto nei ventisette reati commessi in vita non era mai punibile con pene superiori ai novanta giorni di reclusione, non sembra anche a te abbastanza vicino al concetto di uomo giusto? Stinco ha lottato come un leone. Altro che immondizia, un avversario di rispetto, leviamoci il cappello!
- Giuro che non ti capisco!
- Ma è possibile, coi tuoi precedenti, che t’abbiano affidato il compito di cercare di rovinarne uno senza prima dirti chi esso sia? Un giusto è uno che malgrado tutte le carognate che riceve non è mai riuscito a fare del male a qualcuno così, gratuitamente, solo per il gusto di farlo, per amore dell’arte come piace a noi. Ce ne sono in giro migliaia di questi disgraziati. E’ chiaro?
- Ora che ci penso, sì veramente quello era un povero cri ...
- Sss. Silenzio! Non facciamo nomi! Ma proprio tu che frequenti il mondo della finanza non hai visto che nell’ambiente i giovani cominciano la carriera facendo i promoters, ossia dimostrando di saper acquisire clienti nuovi? Solo in seguito sarà affidata loro la gestione dei grandi patrimoni. Tu invece hai agito al contrario, cominciando dalle grandi fetecchie: banchieri, affaristi, mascalzoni emeriti. Troppo comodo!

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Tribunale penale Roma piazzale Clodio

- Ho fallito, lo vedo. Che ne sarà di me adesso?
- Sono venuto anche per dirti questo. La tua carriera di magistrato-demonio è finita, ammesso che sia mai incominciata! Finché eri un membro del Club si poteva anche sperare da te, in teoria, un colpo d’ala, qualcosa di brillante, di originale. Ma ora! Sei declassato. Vivrai una vita da uomo seguitando a fare quello che stai facendo, il giudice, ma operando il male senza genio, senza grandezza, in modo miserabile, a misura della tua persona: ricatterai le detenute più carine durante gli interrogatori, nasconderai in fondo, ma molto in fondo all’archivio taluni fascicoli, ti dimenticherai al momento giusto di consultare taluni documenti, e soprattutto ricordati che la spada della giustizia deve più minacciare che colpire quindi spenditi con parsimonia Valeriano, lavora poco, le cause devono decantare. Intanto il tempo passa, gli avvocati guadagnano, le passioni si raffreddano e gli imputati possono anche crepare nel frattempo e la gente si danna da sola. I fascicoli falli stagionare, tu dedicati piuttosto agli arbitrati, vai a fare il presidente di commissione agli esami di concorsi pubblici: ti farai tanti amici e un bel pacco di soldi.

Non ti devi inventare niente, hai dietro le spalle secoli di prassi giudiziaria cui ispirarti. Tieni gli occhi fissi alla stella polare dei giudici d’ogni tempo: la difesa del diritto del più forte dalle pretese del più debole. Se farai questo sarai in credito col potente e in armonia con le leggi della natura, con quelle dello stato (di qualunque stato!) e, quel che più conta, con le direttive del Principale.
- Una parola ancora, ti prego. Chi sono veramente i miei colleghi?
- Te ne accorgerai immediatamente. Più di quel che non pensi sono uomini della tua specie. Del resto loro stessi si affrettano a qualificarsi, se qualcuno li sorprende col sorcio in bocca. Che volete da noi? - dicono - In fondo siamo uomini!. Ciò li pone al coperto da ogni vendetta. Nei casi speciali, per certe condanne e ancor più per certe assoluzioni per le quali occorrono polso e grinta, è ovvio che interveniamo noi, membri del Club.

Ora basta, devo andare. Benvenuto fra gli uomini, giudice Valeriano, e buon lavoro. I migliori auguri per la tua carriera.

P.S.

Sicuramente questo testo a tanti non piacerà ma non lo ritengo un problema. Lo troveranno eccessivo e posso immaginare le obiezioni del tipo più scontato, quale ad esempio: ma i magistrati mica sono tutti come tu dici. E ci mancherebbe pure! Lo so perfettamente, tutte le generalizzazioni sono cretine ed io cretino non sono. La mia intenzione non è quella di offendere i galantuomini ma di evidenziare un problema che c’è e non può essere ulteriormente ignorato: quelli che così operano, e sappiamo quanti ce ne siano, gettano un’ombra malefica su tutta la categoria che avendo grandi privilegi ha anche enormi responsabilità.

Esempio. Ultimamente la vita del nostro paese è stata inquinata da una turpe vicenda di corruzione della quale si è parlato per anni quotidianamente. Il nome del corruttore è sbandierato migliaia di volte al giorno in tutte le sedi e in tutte le occasioni, quello dell’ambasciatore che ha portato la letterina lo conoscono tutti: si chiama Mills e fa l’avvocato, ma il nome del terzo, del peggiore di tutti, il traditore, colui che svolgeva il ruolo istituzionale, quello che doveva fare giustizia e ha fatto il business, ve lo ricordate voi?
Io no. Non lo indica mai nessuno, meno che mai la cosiddetta libera stampa.
Perché? E’ un trattamento di favore che dobbiamo alla lobby o un particolare riguardo considerato i meriti del personaggio? Ma non gli bastano i quattrocento milioni? -