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Cos’è la felicità?

Dopo aver vissuto ritengo di poter dire che, con buona pace di J. J. Rousseau, non mi pare che l’uomo sia poi, di natura, così buono come qualcuno dice…
martedì 1 novembre 2011 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Racconti, Romanzi


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Si parla spesso di felicità e non solo nelle canzoni ma, in fin dei conti, di che stiamo parlando? Concretamente cos’è la felicità? Di che è sostanziata? E’la soddisfazione di tutte le nostre aspettative materiali o la somma di relazioni gratificanti con tutti coloro che amiamo oppure solo un fuggevole stato dell’animo? E’ felicità essere accolti dal sorriso di tua moglie al risveglio da una anestesia problematica oppure lo è trovare la fontanella dell’acqua fresca dopo venti chilometri di marcia nel deserto? Oggi sono convinto che un tale concetto sia così vago che coloro che ne parlano non intendano tutti la stessa cosa, che ciascuno ne abbia un’idea diversa e tenda a dare questo nome all’idea che se ne è fatta, ovviamente riferendosi a qualche particolare esperienza personale. Sembra perciò che cento fiori possano splendere, come diceva la buonanima di Mao, e questa storia che l’amico Francesco Sartori, detto Ciccio, ebbe una volta a raccontarci sembra avvalorare questa ipotesi. Di che parlo?

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J. J. Rousseau

Si era in un piccolo gruppo di amici, all’incirca sulla trentina, giovani quindi ma già tutti avevamo un buon impiego, famiglia, figli, le cose che poi veramente contano, e perciò anche una base minima d’esperienza di vita che ci dava se non il diritto la presunzione di poter esprimere un’opinione su ogni cosa. Ciccio fra tutti noi era una persona particolare. Aveva un handicap motorio, una vistosa malformazione dei piedi (non poggiava sulle piante ma sul lato esterno delle caviglie) che ne ostacolava molto la deambulazione e normalmente a quel tempo (anni ’60) si muoveva solo su una Vespa con la quale faceva corpo unico per gran parte della giornata, come una specie di centauro meccanico.

Appena gli riuscì di mettere insieme i soldi per l’anticipo al salone fu il primo di noi a comprarsi la macchina, che se per altri poteva essere un hobby o una comodità per lui era bene di primaria necessità. Ciccio era un ragazzo molto sensibile e intelligente ma da bambino era stato così viziato dalla famiglia per i suoi problemi fisici che talvolta poteva apparire prepotente e capriccioso. La Vespa l’aveva comprata appena incominciato a lavorare ma nell’adolescenza e nell’infanzia, quando ancora non l’aveva, doveva aver sofferto molto per le sue limitazioni. Faccio questa premessa per evidenziare quanto fondamentale fosse per lui l’autonomia nei movimenti.

Ci stavamo dunque chiedendo, quel giorno, se ci fosse stato per qualcuno di noi un istante nella vita, se uno di noi avesse mai vissuto una particolare circostanza, una esperienza o una situazione che gli avesse fatto provare la sensazione di aver raggiunto la felicità assoluta, o almeno che gli fosse sembrato di intravederla, di sentirsi sul punto di poterla stringere fra le mani.

Può sembrare una ricerca semplice ma se provate a farla con rigore vi accorgerete che non lo è poi tanto. Nel mentre tutti ci sforzavamo di pensare a qualcosa di speciale, di ricordare un momento così fatto, e raschiavamo il barile della memoria senza però raccogliere gran che vedemmo a un tratto il volto di Ciccio illuminarsi, accendersi di una luce intensa ma fredda e lo sentimmo ghignare con l’espressione inquietante che assumeva nei suoi momenti peggiori: - Sì, ce l’ho avuto un momento di felicità assoluta! Ah, se l’ho avuto! E chi se lo scorda!

Coro di applausi e risate. Davvero? Forza Ciccio, che aspetti? Racconta! E lui prese a raccontare, ma quando ebbe finito nessuno di noi aveva più voglia di ridere. Alla sua conclusione, che aveva il sapore di una sfida, nessuno replicò né per far commenti alla sua storia né per farsi avanti a raccontare la propria. La sua esperienza di felicità non ci aveva messo voglia di parlare o di confrontarci ma induceva piuttosto a tacere e riflettere. Ma eccolo, paro paro, il racconto di Ciccio:

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Cava dei Tirreni

“Avrò avuto dodici o tredici anni, perché stavo ancora alle medie, ed ero così canaglia che la mia povera nonna non ce la faceva più a starmi dietro. Era lei che ci perdeva la vita appresso a me perché i miei genitori in casa non ci stavano quasi mai. Mio padre, lo sapete, aveva bottega di falegname e mia madre chiusa in fabbrica dalle sette alle cinque del pomeriggio. Quanto a me non avevo ancora accettato la mia condizione, e in realtà non mi ci sono mai rassegnato, ma allora proprio…e il vivere in un piccolo paese crescendo per la strada, praticamente escluso dagli altri bambini che potevano scorrazzare liberamente, mi aveva maggiormente incattivito.

Loro mi beffavano e mi chiamavano lo storpio e io ero scatenato e facevo impazzire i miei, e più quelli cercavano di accontentarmi in tutto più sembrava che peggiorasse il mio comportamento. Decisero per disperazione di mettermi in collegio a Vietri e a me sembrò che m’avessero assassinato. Mi sentii tradito, pensai che volessero liberarsi di me e vissi il collegio come una galera. Ci resistetti solo due mesi, due mesi di botte prese e date e di punizioni continue, e alla fine decisi di scappare o, in alternativa, di ammazzarmi. Alla prima occasione scivolai da una finestra al piano terra e mi misi per via senza un minimo di pensiero, la classica fuga di protesta.

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Sbandieratori di Cava dei Tirreni

Non avevo una lira in tasca e non mi restava che incamminarmi a piedi verso casa, a Pregiato, una frazione di Cava dei Tirreni. Nemmeno dieci chilometri da Vietri, una passeggiata, per voi. Per me la strada dell’inferno. Ohè, sia chiaro, non voglio fare pietà a nessuno, vi sto solo raccontando cosa mi accadde. Piangevo e imprecavo ma stringevo i denti e cercavo di andare avanti. Non saprei dire da quanto tempo mi trascinassi so solo che mi trovavo sulla costiera amalfitana ancora in prossimità di Vietri quando mi venne un’idea. Perché non puntare sulla solidarietà e chiedere aiuto a qualcuno? Ma sì, pensai, in fondo la gente di queste parti é la mia gente, la conosco, abitualmente é cordiale e disponibile.

Provai a far cenni con la mano ma nessuno mi curava. Mi fermai allora a riposarmi accanto a una stazione di servizio e alla prima macchina che s’accostò a far benzina mi feci coraggio e chiesi un passaggio. Erano due giovani che guidavano una grossa vettura dove sarebbero entrate comodamente sei persone. Mi guardarono come un verme e nemmeno risposero, fecero come se non avessero sentito.

Ripresi a camminare ma non soffrivo più solo dolore e stanchezza, adesso sentivo pure d’avere come un riccio di mare nello stomaco. Come si può essere così carogne, mi domandavo, arrovellandomi senza requie. Provavo un autentico sentimento di odio. Vedete, io non ho mai pensato che la gente debba essere buona come ti insegnano da piccolo dalle suore, ossia melensa, disposta a lasciarsi fregare. Anche perché, almeno da noi, gente così non ce n’è mai stata ed è inutile cercarla, anzi stanno tutti cogli occhi spalancati, pronti a fregare gli altri se appena appena ci riescono. Lo sapete, da noi l’espressione figli’ i’ zoccola se la rivolgi sorridendo fa piacere, è un bel complimento. Significa che apprezzi l’intelligenza di qualcuno. Però è anche vero che se non ti costa nulla il dare una mano, in genere lo fai. Esiste anche la vanità, il piacere di mostrarsi

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Mao

generosi, specie se non spendi moneta e puoi fare bella figura con niente. Quei due stronzi si erano mostrati con me gretti e miserabili, e io li detestavo con tutte le mie forze e arrivai ad augurare loro tutto il male possibile. Se avessi potuto buttarli fuori strada col pensiero non avrei esitato un attimo. Esageravo, voi dite? Certo, esageravo, ma perché nessuno si mette mai nelle mie scarpe?

Bene. Sarà trascorso non so dire quanto tempo perché non avevo smesso un secondo di rimuginare i miei pensieri senza misurare la strada e poi credo nemmeno avessi l’orologio. Sarò stato forse sì e no a metà del cammino quando a una svolta della via che, voi la costiera la conoscete, è molto tortuosa, che ti vedo una ventina di metri avanti a me? Ma quella non è una macchinona nera lì ferma, col cofano alzato che fuma e due stronzi a me noti che ci stanno boccheggiando sopra come se sperassero di riattaccare la testata del motore con lo sputo? No, non è un sogno, non è la fata morgana! Alleluiah! Sono loro! Beh, ragazzi, quei venti metri che mancavano non li ho fatti coi piedi miei ma volavo leggero perché mi portavano gli angeli. Sono passato lentamente, molto lentamente accanto a loro, li ho sfiorati appena col gomito, ho sfoggiato il più dolce dei miei sorrisi, no, non quello mio solito da figlio di puttana, quell’altro, quello speciale all’acido muriatico, e ho chiesto loro con un filo di voce: - Problemi? Qualcosa non va? Serve una mano a spingere?

Ora voi che mi vorreste dire? Me l’immagino! Ciccio, ma che è stata questa la tua felicità? La loro disgrazia? E sì, Cristo! Sì! È stata questa! E più ancora che felice, mi sentivo onnipotente. Quale forza soprannaturale poteva aver agito? Qualcuno sarà intervenuto a mio favore o il mio stesso desiderio avrà bruciato quel motore in una strada dove si cammina al più a sessanta all’ora? Io non lo so, ma mi sono sentito nelle mani la forza di un dio vendicatore. Sono arrivato a casa mia che era notte, anzi quasi mattina ormai. Fisicamente ero distrutto, potei alzarmi dal letto solo una settimana dopo, ma la mia anima cantava e vi dico pure cosa cantava. Sapete il salmo di Davide, quello che dice: Tu apparecchi un banchetto per me davanti ai miei nemici? Beh, quello, sulla musica della marcia dell’Aida. A quel tempo veramente io quel salmo neppure lo conoscevo, però ce l’avevo dentro senza saperlo e mi sgorgava gioioso naturalmente, come una eiaculazione, e sapete che vi dico? Che quel ricordo ancora oggi mi gratifica, mi scalda il cuore. Ah, che gioia!Che avete da guardare? Qualcuno di lor signori vuole dirmi che trova comica l’idea di un dio che si diletti a bruciare il motore a tutti gli stronzi di questo mondo? Obietta che non gli resterebbe tempo per fare altro? Ma sì, lo so, fa ridere anche me, però so pure che qualcuno ha detto: ‘Beati gli ultimi perché saranno i primi, beati coloro che soffrono perché saranno consolati.’ E che voleva dire? Ha scherzato? E secondo voi sempre al solito posto deve finire il cetriolo? Ma dov’è che sta scritto? E adesso, ditemi di voi…cos’è per voi felicità? Vi ascolto.”

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Vietri sul mare

Nessuno di noi, come ho già detto, volle rispondere. Provateci voi che leggete!