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La febbre è passata!


domenica 9 ottobre 2011 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi


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E’ tornata di attualità la TBC, un flagello che in Italia sembrava debellato. Non è un buon segno perché è legato a fattori di disagio e di povertà. Qui voglio ricordare una esperienza personale (del 1946) che considero, a posteriori, tutto sommato molto positiva perché allora mi ha sconvolto parecchio l’esistenza ma ancor più mi ha fatto crescere.

- Termometri. Prendete la temperatura. L’infermiera del pomeriggio porge un barattolo di vetro che contiene un mazzo di termometri con la punta immersa nell’alcool. Tutti i giorni, alla stessa ora, Marcella attraversa la veranda fra le due file di brande dove stanno distesi per il riposo pomeridiano i ricoverati del terzo reparto uomini del sanatorio INPS di Cremona. (Quello di Roma, il Forlanini, era stracolmo e mi hanno sbattuto qua). 10000000000000D2000000CAEA13C433- Mi raccomando ragazzi, non lo rompete che ve lo fanno pagare. Completa la consueta giaculatoria rinnovando l’invito a tenerlo bene stretto sotto l’ascella, almeno per tre minuti. La sua voce mi scuote dal torpore nel quale giaccio, tra veglia e sonno, uno stato nel quale cerco rifugio per buona parte della giornata. L’occupazione principale della mia mente in questi mesi in cui combatto con la malattia è quella di compensare le limitazioni cui è sottoposto il corpo, costretto alla stasi, spaziando in assoluta libertà tra passato e futuro. Al presente è preferibile non pensare per non scivolare nell’autocommiserazione che istintivamente sento pericolosa.

Il lato buono della tubercolosi è che di solito non infligge sofferenze fisiche di rilievo se non proprio nelle fasi terminali, e ti aiuta, anzi, ti costringe a pensare. Certo nessuno si diverte con l’ago del pneumotorace tra le costole ma quello non dipende tanto dal male quanto dalla professionalità del medico. In se è un male subdolo che lavora sotto sotto, in silenzio, e che in vari modi qui si tenta di contrastare rafforzando le difese naturali con le cure mediche, l’ipernutrizione, e tanto riposo fisico. Per molte ore del giorno giaccio quindi disteso sulla brandina, completamente vestito e avvolto in questo gelido inverno padano da due coperte di lana per difendermi dall’aria fredda che circola liberamente nella veranda prospiciente la camerata.

Le brandine sono disposte abbastanza vicino le une alle altre da consentire il colloquio, ma nessuno di noi ha molta voglia di parlare. Stiamo insieme da mesi e sappiamo praticamente tutto l’uno dell’altro, le cose che avevamo da dirci ormai ce le siamo dette e adesso in queste lunghe ore di meditazione quotidiana ciascuno vaga lontano con la mente, ritorna al luogo dal quale proviene o cerca d’immaginare 10000000000000D2000000C4E544C181quale potrà essere il suo domani. Forse perché sono il più giovane del gruppo, io non riesco a credere che la mia vita debba terminare in questo luogo. Ho sedici anni e qua mi trovo circondato da persone mediamente di poco più grandi di me ma, in realtà, da loro mi divide un abisso. La bufera che ha scosso il mondo per cinque anni ha lasciato sul terreno molti detriti che una scopa pietosa ha poi raccolto e convogliato nei sanatori, a leccarsi le ferite. Gran parte degli ospiti sono perciò reduci di guerra e di prigionia ed hanno vissuto esperienze tali da renderli, rispetto agli altri, cittadini d’un altro pianeta. Gli stessi anni che hanno trasformato me da bambino in adolescente, hanno trasformato loro in vecchi da quei ragazzi che erano.

Nella branda vicina alla mia ce n’è uno di ventitré anni che non comunica con nessuno e resta disteso per delle ore con gli occhi chiusi, senza dire una parola, né qui né altrove. Io lo osservo, e mi sono accorto che non dorme ma ogni tanto socchiude gli occhi e si guarda il polso della mano destra, che non ha più. Penso che, se fosse capitato a me, di certo anch’io, svegliandomi, ogni volta tornerei a guardarmi il polso nella speranza che la Russia sia stata solo un brutto sogno e che la mano stia ancora al posto suo. - Quel ‘bagai’ (ragazzo) l’ha presa proprio male! Così sento borbottare in giro dai suoi compagni. E lo credo, penso io! Ma perché c’era anche la eventualità che la prendesse bene?

Dall’altro lato c’è la branda d’Antonio, un allegrone che è convinto di svolgere una missione rompendo le scatole a tutti. Se proprio non trova nulla di meglio cerca di animare l’ambiente con grandi rumoracci del ventre, e non si può dire che fallisca lo scopo, perché presto cominciano a volare i moccoli e gli zoccoli di legno. E’ capitato un giorno in cui Antonio, insolitamente, non fiatava. Ce ne siamo accorti presto e qualcuno gli ha urlato: - Antonio, quando sei morto? - ma subito è stato zittito. Sorpreso, ho guardato meglio dalla sua parte: Antonio si era coperta la faccia e dal sussulto delle spalle si capiva che stava piangendo. Capita ogni tanto che qualcuno riceva cattive notizie dai medici o magari colga un’espressione dal loro viso foriera di guai, non sarebbe stata certo una novità, la novità era che uno come Antonio reagisse in quel modo. Poi ho saputo: Antonio stava come di solito ma era la sua donna che, temendo il contagio, si rifiutava di stargli vicino quanto lui avrebbe desiderato. E’ chiaro che noi eravamo tutti dalla sua parte ma, onestamente, aveva davvero torto la ragazza? Chi può dirlo? Anche questo è uno dei problemi che ci porta la malattia, la reazione che provoca nei circostanti un male per il quale non esiste ancora l’antidoto specifico e di cui, diciamo la verità, tranne i medici tutti provano un certo disagio solo nel pronunciarne il nome. Si usa una sigla, TBC, quasi nel desiderio inconscio, se non di esorcizzarlo, di ridurlo a una cosa più piccola. 10000000000000C80000009DD03120ACLa febbre è il suo messaggio, il suo biglietto da visita, il ditino con cui ci batte sulla spalla per ricordarci che c’è, che non ci ha dimenticati, sta sempre lì e ci tiene in ostaggio. Il verdetto del termometro, specie quello pomeridiano, è una sentenza quotidiana che aspettiamo trepidando, con indifferenza simulata. E’ consigliato di frenare gli entusiasmi anche quando è positivo: oggi la febbre non c’è, ma domani può anche tornare! Del resto è qui che si impara a confrontare il dolore proprio con quello degli altri: vi troverai sempre tanti che stanno peggio di te e non è che questo fatto ti rallegri o ti consoli ma ti da la giusta misura del tuo valore come individuo, il senso della tua appartenenza a un destino comune.

Nella stagione estiva le cose, in veranda, vanno un po’ meglio perché la temperatura mite ci consente maggiore libertà di movimento. Qualcuno legge i libri della biblioteca che in verità non offre molto. Si tratta quasi sempre di libri delle edizioni economiche Barion: qualche autore russo di prima della rivoluzione, qualche inglese dell’ottocento e, non so perché, degli americani esiste solo Jack London di cui c’è l’opera completa che va per la maggiore fra i cultori della narrativa cosiddetta d’avventura. Gli autori italiani sono per lo più innominabili e all’esiguità del catalogo si aggiunge la censura esercitata dal cappellano, che sovrintende al prestito.

100000000000015E00000184EA9CA405Come ogni novellino subii uno scherzo la prima volta che mi recai in biblioteca e candido come un pollo lessato chiesi in lettura un libro di Moravia, che figurava in elenco con un misterioso asterisco accanto al nome dell’autore. L’addetto fece un ghignetto e mi disse di recarmi dal cappellano per il visto sulla richiesta. Avvertii la trappola con un attimo di ritardo. Il buon prete mi squadrò a lungo con preoccupazione e poi mi chiese da dove venissi, se avessi avuto la cresima e da quanto tempo non mi confessavo. Di Moravia, per quel giorno e per quelli successivi, neanche una parola. Non c’è quindi da stupirsi che il vessillo della lettura nel sanatorio sia tenuto dalla Gazzetta dello sport e da quelle rivistine illustrate che la giornalaia introduce di nascosto sotto il pacco dei quotidiani e che riportano foto di ragazzotte ben pasciute e ostentatamente scostumate, sebbene regolarmente munite di mutande e reggiseno.Molti si dedicano invece alle parole crociate e, in breve, ho acquisito fama di virtuoso nella soluzione di cruciverba. Mai fama fu usurpata in modo più truffaldino. Mi giunge, ad esempio, un richiamo da una sdraia lontana: - Ehi, terrun, un uccello che vola solo al polo sud, di otto lettere, comincia per pin. - Mah, sarà pinguino, Beppe! - Pinguino, sì, va bene. Ostia, come sei bravo! Chissà per quale strano contrappasso si entusiasmano all’enigmistica le persone culturalmente meno attrezzate alla bisogna. 100000000000013C0000011B601BE1CF- Qua i termometri, ragazzi! - Marcella sta rifacendo al contrario il giro fra le sdraie per ritirare i termometri e si ferma accanto a ciascuno di noi ad annotarne coscienziosamente la temperatura. A me rivolge anche un sorriso, scompigliandomi un istante il ciuffo con la punta delle dita: - Non l’hai più la febbre di sera. Va meglio, terrun! -. Voleva essere materna, poverina, ma io, ingrato, resto girato a guardarle il sedere che volteggia leggero, cantando la gloria del Creatore, fino a quando lei esce dalla veranda.Le infermiere che lavorano qui camminano sempre a fronte alta, sorridenti e coronate dal velo, simili a regine. Risplendono della loro femminilità che sentono apprezzata e desiderata. Non c’è battuta o complimento quanto si voglia volgare e pesante, al punto da rappresentare in qualsiasi altro ambiente un affronto o una provocazione, al quale non sappiano rispondere con un sorriso perché anche le più semplici di loro hanno tutte meravigliosamente compreso che la loro funzione primaria in questo luogo non è quella di rifare letti o praticare iniezioni, ma di incarnare il richiamo della vita nei confronti di questi uomini che se ne stanno allontanando. 10000000000001250000012A102324E4E veniamo al punto: questa è una malattia che ti può privare di tutto ma non della voglia di fare l’amore, anzi! Sarà per l’ipernutrizione, sarà per l’ozio forzato, sarà perché la costrizione prolungata ingigantisce il desiderio, fatto è che risulta più stimolante delle ostriche al Viagra col peperoncino. Intorno ai malati e alle donne che qui sono presenti si avverte palpabilmente la presenza d’una specie di campo magnetico, come una rete di ragno che avvolge tutto creando una zona franca ove spira un’aura erotica, e non solo in senso fisico, che non ritroverò più in alcun altro luogo. Qui, d’altra parte, la degenza può durare degli anni e c’è tutto il tempo perché possano nascere e consolidarsi tra degenti e con il personale autentici rapporti d’amore e d’amicizia. Capisco che possa sembrare strano ma potete fidarvi se non di me di quella vecchia volpe di Thomas Mann che, lo sapete, c’è passato anche lui. 10000000000001C200000252FB382018Anche l’odio, all’interno di questo universo, acquista un sapore diverso. Per comprenderlo mi basta sedere in camerata sullo sgabello ad ascoltare quello del letto di fronte, partigiano della Garibaldi, che sfotte quello del letto alla sua destra, ex tenente delle brigate nere: due ragazzi dello stesso paese che da buoni amici si sono presi a cazzotti fin da ragazzini. Seguitano a insultarsi dalla mattina alla sera ma, al bisogno, quello che sta in piedi porta il pappagallo all’altro, sempre promettendo di rovesciarglielo sulla testa. Inizialmente li avevano collocati in camerate diverse ma visto che si alzavano continuamente anche con la febbre per andare ad ingiuriarsi hanno capito che la miglior cosa era di metterli uno accanto all’altro.

Ho scoperto che i conflitti veri, gli odi che gli uomini vivono e respirano, non sono quelli che altri programmano, costruiscono artificiosamente per loro. Ci sono invece conflittualità carsiche, d’origine oscura, che giacciono sopite per esplodere all’occasione. M’ero accorto dell’avversione che un omone di mezza età, dall’aria bonacciona, spandeva intorno a sé e ne ho chiesto intorno la ragione, senza che alcuno sapesse darmene una motivazione convincente. Alla fine ho chiesto a lui stesso se si rendeva conto dell’ostilità dell’ambiente nei suoi confronti. Con me si è rivelato gentile ed esauriente: - Cosa vuoi, qui siamo quasi tutti dei contadini. E’ per via del mio mestiere: io faccio il fattore e quindi curo gli interessi del padrone. Non debbo lavorare, devo far lavorare gli altri, è naturale che mi odino, ma non mi preoccupo, va bene così. Devono avere timore, altrimenti non c’è più il rispetto. E senza il rispetto per me succede poco o niente, ma senza rispetto pel padrone sono guai per loro. E’ finita! E’ finita! Il primario mi ha chiamato e ha emanato la sentenza: assolto! Domani si scende dalla montagna incantata e si torna a casa. Quindici interminabili mesi sono passati, ma quella che torna è certamente una persona molto diversa da quella che allontanandosi per la prima volta dal tepore della cuccia è approdata qui guardandosi frastornata all’intorno, come Alice nel paese delle meraviglie. Per me è stato come affacciarsi alla finestra d’una torre e vedere come è fatto il mondo, lontano, fin dove lo sguardo non era mai arrivato. Ho perso un anno di scuola ma ho fatto quindici mesi di università, nella facoltà di scienza di vita. Durante le lezioni mi sono talvolta sentito come un pugile che prende una scarica di pugni in faccia ma ho imparato pure tante cose ed ora che è finita e ho vinto il match con la malattia so d’aver fatto l’esperienza più importante della mia vita. E la febbre è passata! -