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Storie di emigrati nostrani: Il ritorno di Tore
domenica 1 maggio 2011 di Michele Penza

Argomenti: Racconti, Romanzi


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Tore attendeva pazientemente che gli addetti al garage liberassero la vettura dai fermi che l’ancoravano alla caverna d’acciaio. Durante la traversata non gli era riuscito di chiudere occhio, per il caldo ma ancor più per il chiasso che faceva un gruppo numeroso di giovani viaggiatori che affollavano il locale poltrone del traghetto, quasi tutti militari in licenza. Per tutta la notte era durato il carosello vociante di ragazzi che entravano e uscivano continuamente, a gruppetti, sbattendo le porte del salone. - Ma dove diavolo vanno, ma perché non si fermano da una parte e non la smettono di rompere i co……! Imprecava Tore, che non aveva voglia di chiasso. 1000000000000140000000F0DF7396FA- Non ti ricordi quand’eri tu, militare a Verona, che venivi a casa in licenza saltando come un grillo? Tore scacciò col gesto della mano, come una mosca molesta, quella vocina che gli saliva dal fondo della coscienza. Certo che se ne ricordava, ma era roba di tanti anni prima e ne era passata d’acqua sotto i ponti da quando a casa c’erano ad aspettarlo sua madre, i fratelli e tanti amici, quei ragazzi coi quali era cresciuto giocando e scorrazzando per campi e stradine del suo paese. Gli sembrava che da allora un tempo infinito fosse trascorso e quei ricordi appartenessero ad altra persona, di un altro mondo. Gli anni trascorsi in Australia lo avevano così cambiato nel corpo e nella mente che in effetti ben poco di ciò che aveva rivisto dell’Italia gli tornava familiare.

Quando aveva rivisto a Civitavecchia, la sera prima, un conoscente seduto al tavolino del bar della stazione portuale ad entrambi era venuto naturale di parlare in italiano e non il dialetto. Quel tale aveva mostrato sorpresa nel rivederlo poiché, così gli spiegò, era opinione comune in paese che lui non vi sarebbe più tornato. E perché poi? - chiese Tore, sorpreso a sua volta. - Quando te ne sei andato via è sembrato che lo facessi a dispetto, e poi eri in urto con tanta gente… Poteva anche esser vero, ma era passato tanto tempo e le cose così mutate per lui che poco si ricordava più del perché e del percome di quella partenza. Sapeva solo che in una fase remota della sua vita s’era accorto che sua madre, unica persona che l’avesse mai amato, non c’era più, che i suoi fratelli si scannavano fra loro per contendersi due sassi e quattro pecore e che gli amici si rivelavano per ciò che realmente erano, solo compagni di gioventù e nient’altro, quale del resto anch’egli si sentiva nei loro confronti.

E poi? Non c’era più nessuno che potesse trattenerlo a casa sua? Si, veramente qualcuno poteva esserci stato, ma ormai la sua immagine era così scolorita da perdersi nelle nebbie della memoria e se avesse incontrato Mariella oggi probabilmente non l’avrebbe nemmeno riconosciuta. Sì, di lei allora era stato veramente innamorato, come lo si può essere a quella età, e aveva pure creduto che lei lo ricambiasse sinceramente, diversamente non gli si sarebbe concessa come in effetti era avvenuto.

Allora non era mica come adesso, prima di darla le donne ti facevano un sacco di storie e avevano pure mille ragioni di esitare perché rischiavano parecchio. Ma con Mariella se le cose non erano andate come avrebbero dovuto non era stato per colpa sua: lui intendeva affrontare le sue responsabilità e se lei avesse tenuto botta ce l’avrebbero pure fatta a superare ogni difficoltà, ma non era andata così. C’era stato un confronto tempestoso coi genitori e i fratelli della ragazza durato tutta una notte, alla fine del quale gli era stato intimato di sparire dalla sua vita e, meglio ancora, dal paese. Dovette constatare con amarezza che ai poveri qualche volta non è concesso neppure d’essere onesti. La famiglia di lei scelse di ripiegare su un matrimonio di convenienza con un anziano possidente, evento che lui non stette lì ad aspettare e verificata la passività della ragazza nei confronti della volontà dei suoi aveva rinunciato ad insistere con lei. Infilate un paio di canottiere e di camicie nella valigia di cartone se n’era partito per Roma diretto all’ambasciata d’Australia, come tanti altri allora facevano. 10000000000001E0000001682742DE0CRipensava a queste cose e s’accorse che stava rivivendo quei fatti che avevano impresso una svolta alla sua vita con la stessa passione con la quale avrebbe ricordato un vecchio film in bianco e nero. Il tempo aveva passato su ogni cosa la sua spugna, che funziona come il gelo della bomboletta del massaggiatore: lenisce il dolore della botta che hai preso e ti anestetizza la carne per predisporla alle prossime che dovrai prendere in futuro, perché la vita non finisce a trenta anni e se le amarezze si andassero a cumulare sul cuore senza svanire mai nessuno ce la farebbe a campare questa vita. Si riscosse nel vedere lampeggiare le luci di posizione della vettura che lo precedeva. Accese il motore ed avviò la macchina pian piano all’uscita dove lo scivolo della poppa gentilmente la depose sul molo di Golfo Aranci. Una volta scaricate una dopo l’altra le vetture sembrarono scuotersi di dosso il torpore e in breve presero velocità divenendo una serie di lucciole che filavano verso Olbia nell’aria ancora buia del mattino e dopo una mezz’ora di viaggio Tore giunse alla piazza centrale. Stentò un po’ ad arrivarci e dovette ripetere lo stesso giro vizioso un paio di volte perché non ritrovava la strada essendo cambiata tutta le segnaletica. La città s’era molto ingrandita, nuove vie e case dove quando era partito era ancora campagna. Andò a parcheggiare vicino al caffè principale dove un garzone smontava le pile di sedie per allestire i tavoli. L’appetito si faceva sentire ed entrò a fare colazione. Mentre inzuppava il cornetto nel cappuccino bollente, una vecchia abitudine che aveva perso laggiù, in Australia, ma riaffiorava puntualmente in viaggio, qualcuno gli urtò il gomito facendogli gocciolare il bicchiere sui pantaloni. Si girò un po’ male verso chi l’aveva urtato, propenso più a mandarlo a quel paese che a scusarlo, ma si trattenne vedendo che si trattava d’una donna. Era una ragazza di colore, giovane, piuttosto carina, che aveva capelli d’ebano legati a treccine sottili e indossava una minigonna di pelle, molto corta e pacchiana, di color panna che ne evidenziava le cosce ben tornite, che lo fissò un attimo costernata poi non poté trattenersi e scoppiò a ridergli in faccia un po’ sguaiatamente, ma si ricompose presto. – Scusami, dai, non ti arrabbiare! Non l’ho fatto apposta. Sei solo? - aggiunse, vedendo la stizza cancellarsi dal suo volto. - Sì. E tu che ci fai qui? - Non vedi che faccio? Ci lavoro io, qui. - Perché proprio qui? - Qui mi hanno mandata, mica una si può scegliere subito i posti migliori. - E perché non te ne vai in costa Smeralda? Non staresti meglio? - Perché dopo un’ora avrei un coltello nella pancia. Non è zona mia. - E già! Bisogna pensarle tutte! - Ma che t’importa di questo? - Nulla. Pensieri miei! - Dì, ma io non ti piaccio? - Come dici? - Sono brutta per te? - Brutta? Veramente no. Anzi, non sei male. Ti vanno bene gli affari? - Macché. Qui si lavora poco, la gente passa e non si ferma. Vorrei provare a cambiare un pò, una mia amica che sta a S. Teodoro se la passa molto meglio. Là ci potrei andare. - E che c’è a S. Teodoro? Niente, uno 10000000000000F600000170785DF6F3stagno. - Ma che stagno. C’è gente ricca, non lo sai? Ma tu non sei di qui? - Ci manco da tanto tempo. - Ci sono tante ville nuove e anche i locali che aprono la sera. Ci va tanta gente. - Davvero?. Allora neanche esisteva. - Senti. Tu che hai la macchina perché non mi ci porti? - Non è lì che vado. Però... Aspetta.

Un’idea gli era venuta: perché non andarci accompagnato dalla ragazza in paese? Questo avrebbe chiarito subito il senso che dava al suo ritorno e se qualcuno, come quel tale a Civitavecchia gli aveva detto, pensava che venisse pieno di rancore, di voglia di rivalsa per il passato si sarebbe convinto che a quei fatti Tore non dava più alcuna importanza, a malapena se ne ricordava. Si sarebbe capito chiaramente che la sua visita sarebbe stata fugace, perché accompagnati a una prostituta si giunge a una tappa di passaggio, non a un punto d’arrivo. Meno che mai a casa propria. Quel messaggio avrebbe significato da solo molte cose, senza costringerlo a dar tante spiegazioni. - Ma sì, se vuoi ti ci porto a S. Teodoro, però prima faremo una puntata al mio paese che non è lontano. Ti va? - Va benissimo. grazie. Io mi chiamo Zefirè. - Piacere. Io Tore. - Ma non è una bestia? - No, casomai quello è toro, Tore sta per Salvatore. Hai pagato la colazione? Lascia stare, faccio io. Andiamo! Ricominciò il rompicapo per trovare il bandolo della via d’uscita dalla città. Gli ci vollero una ventina di minuti per imboccare la strada che porta alle alture del nuorese, ove era diretto. Anche là ormai sembrava che qualcosa di definitivo avesse cancellato quegli odori, quei suoni, e pure quelle sensazioni che quando in passato ci tornava gli venivano incontro, lo avvolgevano, gli parlavano di casa sua e della sua infanzia molto prima d’arrivare a scorgere a mezza collina dal finestrino della corriera il profilo del paese. Ora nemmeno gli sembrava più di riconoscerli quei luoghi che per una ventina d’anni, i primi e i più promettenti della sua vita, erano stati il centro del suo mondo, dei suoi affetti, di tutti i suoi interessi; da dove se avesse potuto parlare a Dio, perché allora ci credeva, l’avrebbe scongiurato di non strapparlo mai. Perfino il dialetto che ora sentiva parlare intorno a sé era cambiato. In realtà la gente nemmeno parlava più il sardo ma un italiano bastardo e infarcito di termini dialettali. Addio cadenze latine e ispaniche della lingua logudorese che sua madre gli aveva insegnato.

100000000000018100000121496DF31BDurante il viaggio, per quasi un’ora, la ragazza tacque. Ci provò un paio di volte a rivolgergli la parola ma vedendolo assorto, che rispondeva a monosillabi, capì che non era il caso d’insistere. Gli aveva rivolto allora un sorriso, poggiato appena un istante la mano sul ginocchio e non l’aveva più disturbato. Tore apprezzò la discrezione e ne arguì che la ragazza non era stupida. Cominciò ad osservarla con un certo interesse e rilevò che al di là della mise pacchiana e vistosa aveva lineamenti piuttosto fini come spesso hanno le donne eritree, e la sua espressione quando discorreva seriamente non era per niente volgare.Le rivolse alcune domande personali e seppe che era madre d’un bimbo di due anni, affidato alla nonna, che possedeva un diploma di ragioneria ed uno di informatica e che oltre alla necessità di denaro a spingerla così lontano da casa aveva contribuito il fatto di risultare sospetta alla polizia del suo paese per via del suo uomo, che era un ricercato politico. Quando giunsero a destinazione lui era così preso dal discorso che nemmeno ci fece caso. Andò a parcheggiare nello spiazzo polveroso tra la chiesa grande e il municipio dove da ragazzo andava a giocare a pallone, e ora troneggiava un grande cartello azzurro con la P. - Guarda guarda! Il campetto è diventato un parcheggio. Se fossi bambino oggi pure questo mi avrebbero tolto! Borbottò. Chiuse la vettura e si guardò attorno: poca gente in giro e nessuno che facesse caso a loro. Passava solo qualche ragazzo in motorino, troppo giovane per potersi ricordare di lui. Istintivamente affrettò il passo verso là dove era quella che era stata la sua casa.

100000000000022D000001109B6433C8Non fu sorpreso di trovarla in abbandono e palesemente disabitata da molto tempo. La chiave che aveva conservato non girò nella toppa. Se l’aspettava una situazione del genere, solo che ogni cosa gli pareva ancora più piccola e misera di quanto ricordasse e quello squallore accrebbe in lui un senso di tristezza. Stette un attimo ancora con la fronte appoggiata alla porta serrata, il pugno stretto sulla maniglia e gli occhi chiusi. Sentì la mano di Zefiré posarglisi sul braccio e la sua voce che sussurrava con dolcezza, come a un bimbo: - Vieni via, Tore. - Si. Andiamo via! La prese sottobraccio e s’incamminò pensieroso alla locanda. Nella finestra della casa dirimpetto a quella che era stata casa sua vide una tendina tremolare appena e rallentò il passo con un filo di speranza, ma finestra e porta dell’abitazione del suo fratello maggiore rimasero ostinatamente chiuse. - Sì andiamo, - ripeté Tore con un ghigno - andiamocene alla locanda. Tua cognata può far finta di non vederti, ma il bottegaio no! 10000000000000C8000000BFD0B4E1CEGiuseppe Spada, il padrone della locanda, non parve sorpreso di vederlo. Gli andò incontro a mano tesa e non sorrideva ma il tono della voce era sincero quando gli disse: - Che tu sia il bentornato, Tore. - Caro Beppe, ti ringrazio. Come t’istada? - Invecchiato, ma non mi lamento. - E come vanno le cose qui? - Male come sempre, ma in un modo diverso. Ce l’hanno tutti una macchina sotto il culo e un cellulare in tasca adesso, ma siamo rimasti quello che eravamo: povera gente. - Chi comanda ora in paese? - Ah, gentaglia. Te li ricordi i Nieddu? - E chi se li scorda? I vecchi rubavano negli ovili, ora sono i figli a rubare in Comune? - Ma tu non eri in Australia? - rise Giuseppe - Oh, guarda che l’hai detto tu, non io! Che fai, ti fermi un po’? - Lasciami riposare dal viaggio Beppe. Vado a salutare sa mamma e stasera vado via, non ho più nulla da fare qui. - E chi è questa persona che è con te? - E’ una povera donna che non fa male a nessuno! - Ho inteso Tore. Come vuoi tu. Ce l’ho una camera pronta, ora vi porto qualcosa da mangiare.

Mangiarono e riposarono qualche ora su un vecchio lettone di ferro. Quando il calore del sole fu scemato Tore salutò il padrone e si rimise in cammino. - Dove andiamo? - chiese la ragazza. - Vado a salutare mia madre. Vieni con me? - Certo! Dove prendiamo due fiori? - Qui non ci sono fiori. Spine, quante ne vuoi… Nessuno parlò più finché non ebbero oltrepassato il cancelletto arrugginito e sempre aperto del piccolo cimitero. Tore non dovette cercare molto e trovata la lapide che recava un ritratto giovanile della madre le stette di fronte fissando quella immagine che cercava di ritrovare nei suoi remoti ricordi. Non pregava, poiché ne aveva perso l’abitudine che era ancora bambino, ma sentiva in testa ronzare come un nido di vespe. La mente vagava nei ricordi lontano mille miglia da quelle zolle spelacchiate ma qualcosa nel cervello era rimasto vigile perché al grido di Zefirè istintivamente Tore si lasciò cadere in ginocchio sul terreno.

Allo sparo seguì un frullare d’ali di uccelli appollaiati sui rami delle piante circostanti che fuggivano via, e poi seguì uno strano silenzio. Sembrava che nulla fosse cambiato, solo una scheggiatura sulla pietra, che prima non c’era, segnava l’orlo della lapide di sua madre. Di là del muro di cinta del cimitero risuonarono i passi precipitosi di un paio di scarponi da campagna. La ragazza che aveva intravisto l’uomo e urlato un attimo prima che sparasse era terrorizzata. Tore la abbracciò per rinfrancarla e la tenne fin quando il tremito delle sue membra fu cessato. - Dai, su, è passato! - Ma perché? E spalancava gli occhi dove ancora si leggeva il terrore. - Perché questa è una terra amara per quelli che ci nascono. Non te ne sei accorta ancora? - Ma accoglierti così? - Vedi, questa gente è generosa di solito con l’ospite, se l’ospite che viene poi se ne va. Ma è dura con chi vuole venire qui a viverci, forse perché d’istinto respinge chi intende dividere con lei un pane che è sempre stato scarso. - Ma addirittura ucciderti! - No Zefirè, non hai capito! Non voleva uccidermi. Da quella distanza se avesse voluto poteva farlo senza problemi. Ha pure sparato a palla per non ferirci coi pallini! Ci ha usato dei riguardi, credi. Era solo un avvertimento, e se non lo ascoltassi la prossima volta sarebbe diverso. - Ma tu che gli hai fatto? - Non lo so, perché non so nemmeno chi fosse. - Ma qui ti sparano così, senza una ragione? - Una ragione c’è sempre, mica siamo pazzi. Può essere anche qualcuno di casa tua, che si preoccupa per le sue pietre e le sue pecore e ti avverte, o magari, chi lo sa, un giorno t’è scappata una scorreggia per via mentre passava qualcuno permaloso. Dopo venti anni tu non te ne ricordi più, ma lui sì! Ti sembriamo strani, lo so, ma noi sardi siamo fatti così. Per il bene e di più per il male, memoria lunga!L’auto ora filava sui tornanti che scendono verso la costa. Dopo un lungo silenzio la ragazza chiese: - E adesso che farai? - Adesso? Me ne torno da dove vengo, che altro potrei fare? Non è il paradiso, ma almeno lì vai dove vuoi senza che qualcuno ti spari. Quello ormai è il mio paese. E tu che farai?- Tore, lo sai quello che farò. Quello che faccio adesso. - Ma dove sta scritto che non puoi cambiare? - Ma cosa vuoi cambiare? Sto già cambiando, vado a S. Teodoro! - Senti Zefirè, ma tu ce l’hai il passaporto? - Si, quello non sono riusciti a fregarmelo, l’ho nascosto bene! - E lo parli l’inglese? - Certo. Lo parlo bene e l’ho studiato a scuola. - Allora vieni con me! Scappa anche tu da questo mondo vecchio e schifoso. - Credi che non ci abbia pensato mai? Ma come faccio? Non danno il visto per lavoro alle puttane, nemmeno in Australia! - Lo credo. Fammici pensare.

Seguì un’altra lunga pausa di silenzio e la macchina filava ora nella piana su una strada diritta mentre in lontananza si accendevano le prime luci della sera. - Ecco, ho trovato. E’ l’unico sistema: tu chiedi il visto da turista, che dura tre mesi, e intanto entri. Basta dimostrare di avere qualche sterlina per vivere. Poi, una volta entrata, ti sposi con me che sono residente e così avrai diritto a restarci e ti potrai trovare un lavoro. Lì non è difficile.

10000000000000D100000087222C261F- Sposare te? Ma stai scherzando? Tu hai bisogno di una moglie vera. E poi io devo pensare al mio bimbo e al mio uomo, ce l’ho già una famiglia. - Zefirè, ma sei scema? Mica ti ho chiesto di diventare mia moglie, ti sto spiegando il modo di entrare in Australia. E’ un paese molto grande, sai, e sistemate le cose con l’ufficio immigrazione te ne vai dove ti pare, e nessuno ti può obbligare a fare ciò che non vuoi. Quanto a me della moglie ho fatto a meno fino adesso e posso benissimo continuare. Se voglio una donna non ho bisogno di sposarla. - Davvero Tore faresti questo per me? - Zefirè, lo vedi il cartello? Questo è S. Teodoro! Siamo arrivati. Che faccio, mi fermo? Vuoi scendere? - Altrimenti? - Altrimenti giro alla rotatoria e si va ad Olbia a prendere la tua roba: a mezzanotte c’è la nave per Roma. Vieni in Australia, Zefiré, dammi retta. Non conta dove nasci, trovati un posto dove c’è pane e pace, è lì casa tua!

- Allora ad Olbia, Tore, sì, sì, hai ragione! Torniamo a casa! Vai, vai!!! - Così urlò Zefirè a piena gola. Tore sorrise e affondò il piede sull’acceleratore. Zefirè abbassò un po’il vetro del finestrino, distese le gambe e chiuse gli occhi poggiando il capo alla spalliera come per dormire, ma la brezza della sera che veniva dal mare le scompigliava le treccine, agitandole, e asciugava lacrime di gioia sulle gote che ardevano.-