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La lunga guerra di Cecilia alla burocrazia


venerdì 1 aprile 2011 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Racconti, Romanzi


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Forse il titolo non è neanche esatto, perché in realtà fu la burocrazia a fare una guerra senza quartiere a Cecilia D’Alfonso e non il contrario, lei dovette solo subirla e difendersi. Ma cominciamo dal principio perché questa storia è materia di studio per la Scuola Superiore di Caserta per la Pubblica Amministrazione, ammesso che esista ancora.

Cecilia era una graziosa fanciulla romana, piccolina e sempre allegra che negli anni trenta cresceva trotterellando tra la sua casa, la scuola e la bottega dei genitori, norcini in via della Croce. Norcini a Roma sta per salumieri, così chiamati perché in passato erano quasi tutti originari di Norcia che è un paese dell’Umbria dove l’attività principale degli abitanti è sempre stata la lavorazione della carne di maiale. Venne la guerra, gli uomini erano impegnati altrimenti e pertanto le donne trovavano facilmente collocazione lavorativa sia in fabbrica che negli enti pubblici. La nostra Cecilia era ormai una signorina e trovò impiego presso i Monopoli di Stato. 10000000000000FA000000A0C3297122

Le cose della guerra andarono come sappiamo e il nostro paese si trovò, un brutto giorno, invaso da eserciti stranieri di tutte le razze e dalle provenienze più diverse. Saranno stati pure liberatori ma vi assicuro che subire una occupazione militare è una esperienza da non augurare a nessuno: credetemi sulla parola. Tra i tanti lanzichenecchi che passarono da queste parti ci furono anche i cinquemila volontari polacchi del generale Anders, che aggregati alla quinta armata americana furono utilizzati sul fronte di Cassino. Aggiungo per dovere di cronaca che diedero straordinaria prova di valore essendo fortemente motivati e tecnicamente molto preparati.

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General Anders

Terminate le operazioni militari sarebbe stato logico che come tutti gli altri combattenti anche questi polacchi se ne tornassero al loro paese, ma nel frattempo il loro paese aveva subito profondi mutamenti d’ordine politico. Ben presto si riseppe che i componenti del primo scaglione dei rimpatriati, quelli più smaniosi di tornare a casa, giunti a destinazione avevano trovato un comitato d’accoglienza diverso da come si aspettavano e da quello che avevano trovato al rientro i loro commilitoni di altri paesi. Di majorette neanche l’ombra, assenti musica e bandiere, c’erano solo poliziotti schierati e armati. Tutti rimanemmo sconcertati quando apprendemmo che era stata loro riservata la sorte delle lumache che una volta prese vengono messe in un cesto a spurgare. Chi si chieda oggi il perché di un siffatto trattamento deve riflettere che un regime totalitario è naturalmente incline a diffidare di gente che ha ampiamente dimostrato di saper combattere per la libertà e, in più, ha girato il mondo, conosciuto altri sistemi e masticato altre idee. Gente difficile da indottrinare, che non si fa inquadrare facilmente ed ha qualcosa da raccontare a quelli che da casa non si sono mai mossi e obbediscono sempre docilmente. 100000000000015E000001115296448F

Il rientro si bloccò immediatamente e sorse il problema per gli occidentali di cosa fare di quei polacchi che a casa non ci volevano più tornare. Una soluzione divenne necessaria quando il governo comunista polacco definì traditori sia quelli già rientrati, che furono materialmente eliminati, sia quelli rimasti qui ai quali venne tolta la cittadinanza polacca. Di tutti costoro alcuni si stabilirono in Italia, mentre agli altri col tempo fu data la possibilità di emigrare in Canada, in sud america o in Australia.

La ragione di questa digressione storica è che la nostra Cecilia s’imbatté in un baldo capitano dell`armata polacca, che costretto come era a dimenticarsi Cracovia decise per amor suo di piantare alla Garbatella i picchetti della sua tenda. Se questa fosse stata storia di oggi non ci sarebbe stato problema e la vicenda si sarebbe conclusa così, come nelle favole belle: i due giovani si misero insieme e vissero felici e contenti. Ma è storia d’altri tempi, di quando le fanciulle ci tenevano a sposarsi in chiesa col velo bianco e l’approvazione dei genitori, nonché a presentarsi la sera in albergo sventolando il certificato del parroco. Il polacco poi veniva dalla stessa scuola di Wojtyla, quindi…figurarsi!

10000000000000FA000000B6180B5BB1 I due giovani vollero quindi celebrare sia il matrimonio civile che quello religioso e qui cominciarono i guai. Sembra che la prima fesseria, la madre di tutte le altre che seguirono, sia stata consumata in comune, all’ufficio anagrafico. Di quale cittadinanza era lo sposo? Italiana no, polacca non più. Era dunque, come si dice, un apolide. E la sposa, che secondo il diritto di molti stati può assumere la cittadinanza del marito? Beh, è naturale, apolide pure lei! La povera Cecilia da un giorno all’altro a causa della stupidità d’un ignoto amanuense del comune di Roma fu deprivata della sua nazionalità, uno dei diritti fondamentali della persona.

Chi se ne frega, dirà qualcuno, tanto si campa lo stesso, ma sbaglia perché non è così! I due giovani erano al colmo della felicità, ancora ignari del piattino che stava loro preparando la burocrazia italiana, ma ben presto se ne rese conto Cecilia quando, avendo trasmesso in ufficio il certificato di matrimonio, si sentì dire che dagli atti risultavano i due sposi essere entrambi privi di cittadinanza, e sulla base di questa premessa prese corpo la seconda scelleratezza. Poiché il testo unico che regola la pubblica amministrazione recita che requisito fondamentale del pubblico dipendente è la cittadinanza, conclusero i soloni del Monopolio che la povera Cecilia fosse decaduta dall’impiego e senza la minima vergogna la cacciarono su due piedi. Al posto degli assegni familiari le consegnarono la lettera di licenziamento. Così, secondo quei signori, andavano interpretate le leggi.

Il lato ameno di questa assurda vicenda è che il marito, straniero e apolide qual era, aveva a sua volta trovato un lavoro di collaborazione col ministero dell’Interno in qualità d’interprete e che a lui era permesso di lavorare per lo stato italiano in mansioni effettivamente delicate e di fiducia, mentre a lei, nata e cresciuta qui razzolando attorno alla barcaccia del Bernini, questo diritto veniva negato. Ma che voleva questa apolide, ma chi era, come pretendeva d’essere ammessa ai sacri misteri dello stato?

Le cose, già così malmesse, si complicarono seriamente dopo alcuni anni quando il marito, ahimè, se ne dovette andare in un luogo ove passaporti e documenti non servono più, e Cecilia rimase sola a combattere per sé e per il suo bimbo. Furono anni duri per lei ma i suoi parenti le si strinsero attorno e le consentirono di vivere e di sperare. Un raggio di fortuna in tanta sfiga glielo procurò uno dei suoi cugini, affermato civilista, che prese a cuore il suo ricorso, ma gli ci vollero più di venti anni per giungere attraverso i vari gradi di giudizio alla sentenza definitiva che, udite udite, 100000000000015E0000012EBE098432faceva coincidere il diritto con il senso comune, ossia stabilì che Cecilia non aveva mai perso la sua nazionalità, che il licenziamento era stato illegittimo e pertanto doveva essere riammessa in servizio e reintegrata nei suoi diritti. Riprese perciò il suo lavoro dopo più di venti anni di interruzione, accolta trionfalmente dai pochi colleghi che ancora la ricordavano.

I funzionari che le avevano procurato una vita di guai ormai in servizio non c’erano più. Non è un caso, ritengo, che per ottenere giustizia nel nostro paese, ammesso che ci si riesca, occorra un numero d’anni indefinito. Ciò garantisce l’impunità di fatto a chi ha sbagliato, il benessere agli avvocati, la pace dei sensi ai giudici mentre spesso vanifica i risultati positivi della sentenza. Cecilia quindi aveva ottenuto un riconoscimento ufficiale ma la guerra non era mica finita! Quando seppe che la sentenza disponeva che alla ricorrente competessero tutte le retribuzioni perse in quegli anni, al funzionario cui spettava siglare con la sua firma il mandato di pagamento venne, come si suole dire a Napoli, una “mossa”.

Questo termine sta a significare uno shock, una sorta di ictus più psichico che fisico. Tutto il suo essere tendeva a ribellarsi a quel risarcimento che violentava le sue certezze, feriva i suoi sentimenti, offendeva i principi cui aveva ispirato la sua condotta per una vita intera: mai autorizzare il pagamento d’una sola lira a un dipendente dei livelli esecutivi senza aver prima duramente combattuto per negargliela. Pur vacillando sotto la mazzata della sentenza traccheggiò quindi con eccezioni e cavilli finché l’avvocato di Cecilia sulla base della prima sentenza non ne ottenne facilmente una seconda, di sequestro conservativo sui beni della Amministrazione. Il solerte funzionario comprese che insistere ancora poteva essere controproducente perché nel frattempo erano trascorsi altri due anni e gli interessi legali da corrispondere stavano crescendo vorticosamente la qual cosa poteva essere rischiosa per lui, pur considerando che tanto è sempre Pantalone che paga, e riconoscendo che la corte dei conti è organo pur sempre da benevoli colleghi costituito.

Insistette quindi a tirare la corda fino a quando gli fu possibile, bruciandogli come uno smacco personale la novità sconvolgente che, per una volta, un dipendente appartenente ai gradi inferiori, e pure di sesso femminile, osasse resistere vittoriosamente alla prevaricazione del pubblico potere da lui medesimo degnamente rappresentato ed inesorabilmente esercitato. Alla fine però dovette mollare e Cecilia poté incassare i suoi bravi duecento e rotti milioni, una tombola per allora, che le consentirono d’andarsene in pensione e di acquistare un bello appartamento ai castelli romani.

Che sono belli anche loro, così come lo sono tanti altri posti e tante altre cose di questo nostro sciagurato paese dal quale, ridotto com’è, tanta brava gente onesta e preparata sogna oggi solo di scappare, mentre sarebbe un luogo ideale per viverci se la sua classe dirigente avesse un minimo di senso dello stato e se tutti noi che ci stiamo ci mettessimo a spingerlo per la salita e non per la scesa con un minimo di intelligenza e due soldi di buona fede e di buona volontà, tutte energie rinnovabili di non facile ma sempre possibile reperimento. E che non inquinano, anzi!