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La sera di Alì

Normalmente è la fiction che si ispira alla vita ma qui viene proposto il processo inverso
sabato 2 ottobre 2010 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Sport


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4 settembre 2010. Sono passati cinquanta anni da quella sera in cui ho visto combattere Clay al Palazzo dello Sport di Roma, ma non la ho dimenticata. Da quel giorno Clay ha iniziato a crescere fino a divenire un personaggio ed a incarnare l’immagine stessa del sogno americano, quel paradigma che la società americana ostenta con orgoglio e che consiste nella chance offerta a chiunque, bianco o colorato, colto o ignorante, ricco o povero, sia disposto a votare la sua vita a un impegno straordinario, totale, assoluto.

A chi è disposto a questo sacrificio nulla è precluso. Sarà ricco, avrà il trionfo, percorrerà in Cadillac la Quinta strada sotto una pioggia di coriandoli e il suo ritratto sarà in tutti i bar d’America e sulla polo di ogni ragazzo, da Manhattan fino a Tokyo. Ma attenzione, non può barare: toccherà con le mani il potere e la gloria ma deve veramente eccellere nel suo lavoro, qualunque esso sia. Per un anno, per un giorno, per un minuto soltanto, deve dimostrare d’essere il migliore. Non del suo quartiere, non del suo borgo, ma del mondo!

E Clay lo è stato nel suo sport per lungo tempo, poi la sua storia è cambiata, è divenuta quella di un uomo che assumeva posizioni controcorrente, che faceva scelte discutibili per le quali ha dovuto pagare un prezzo alto. Ha poi tentato faticosamente di risalire la china ma ne é uscito sconfitto, dall’età e dalla malattia. Ne ho seguito con interesse, come tutti, la vicenda umana e devo dire che per lungo tempo nemmeno io lo trovavo simpatico. Assumeva atteggiamenti provocatori e pose fastidiose, da predicatore di strada, che non sono di mio gusto ma quando l’ho rivisto in TV, tremolante per il Parkinson, con la fiaccola di Atlanta nella mano malferma e gli occhi sbarrati mi si è riacceso di colpo il ricordo luminoso che avevo di Clay. Io l’ho visto combattere, ed era splendido!

10000000000000C9000000FAC35D70C4Eravamo ai primi di settembre del 1960. Sposato da pochi mesi, avevo lasciato la casa dei miei genitori e da allora c’erano state poche occasioni d’incontro con mio padre. Per me incontri non sono quelle quattro parole che ci si può scambiare una volta tanto a una tavolata di dieci persone, ma sono momenti di dialogo vero, diretto, senza testimoni o elementi di disturbo. Da anni non uscivamo insieme e sapendo che anche a lui piaceva la boxe pensai di comprare i biglietti per le finali delle Olimpiadi di Roma. Lui accettò con piacere un invito che si rivelò un’idea felice perché lo spettacolo cui assistemmo quella volta superò ogni aspettativa.

L’Italia portò sei pugili in finale e gli spettatori quella sera erano perciò in gran parte italiani. I primi incontri s’erano svolti con alterne fortune per i nostri ragazzi e il pubblico assisteva entusiasta. Incominciò Benvenuti a scaldare l’atmosfera con un incontro scoppiettante vinto brillantemente dopo due KO inflitti ed uno subito. Subito dopo entrarono in gioco i pesi medi. I medi cominciano ad essere ragazzi forti, con struttura fisica robusta, i loro pugni sono pesanti e fanno male: un nero americano contro un ragazzo dell’est, ungherese o polacco, non ricordo bene. Si lanciarono uno contro l’altro come due galli e subito il viso del bianco divenne rosso di sangue. Forse un taglio o il naso rotto, non se ne capiva la ragione ma vedevamo il sangue che gli copriva la faccia, colava sul petto e macchiava di rosso anche i calzoncini bianchi. Una scena impressionante tanto che alla fine del primo round credevo che non ce l’avrebbe fatta a riprendere. Meno male, uno spettacolo penoso che terminava!

Neanche per idea: forse i tagli erano superficiali, forse il ferito era un vero gallo da combattimento, fatto sta che non solo riprese ma s’avventò sull’avversario tempestandolo scompostamente di colpi. L’altro, più bravo sul piano tecnico, si limitava a difendersi ed a colpire preciso di rimessa aumentando così i danni al viso dell’avversario. La folla si scaldò e cominciò a urlare il nome del ragazzo bianco per sostenere il suo sforzo: una cosa insensata dal punto di vista razionale, naturalissima sul piano emozionale. Come Dio volle si giunse al secondo intervallo e potei rivedere la fisionomia dell’ungherese solo quando l’asciugamani bagnato del secondo gli ebbe lavato il viso. L’espressione d’una belva: vi si leggeva la rabbia per il timore di perdere l’incontro per ferita, e l’idea cocciuta che se l’avesse assistito la volontà ce l’avrebbe potuta fare. 10000000000000AF000000DE7CA97DB2Sentiva che la folla era tutta per lui, e del resto fra i dilettanti vengono valutati non solo la tecnica ma anche il coraggio e l’aggressività. Quanto avrebbero pesato, in questo caso? Sperai anch’io che potesse farcela. Il terzo round fu seguito dal pubblico tutto in piedi. Il palasport di Roma contiene sedicimila persone ma ce ne avevano stipate anche di più, c’erano ventimila forsennati che urlavano e chiedevano, imponevano a quel ragazzo di farsi massacrare per loro. Lui non chiedeva di meglio e per tre lunghi minuti senza neanche respirare tempestò di colpi le braccia e i guantoni dell’avversario che di tanto in tanto usciva dalla guardia e colpiva duro. La fine dell’incontro scatenò un finimondo. Alcuni spettatori di bordo ring salirono su e sollevarono il bianco sulle spalle urlando. Per alcuni minuti ci fu solo confusione, fino a quando s’udì la voce dello speaker annunciare la vittoria del nero e l’arbitro ne sollevò il braccio.

Onestamente oggi sono certo che non avrebbero potuto decidere altrimenti, perché se parliamo di boxe parliamo di uno sport che ha regole ben precise, una sua tecnica, una sua tradizione consolidata. In base a questi parametri l’americano aveva indubbiamente vinto, ma quella sera non ne ero convinto neppure io. La tempesta che si scatenò si protrasse per una mezz’ora: una pioggia ininterrotta di monete e di oggetti cadeva sul ring e gli insulti rivolti all’arbitro e alla giuria erano sanguinosi. Mi auguro che i suoi membri, tutti stranieri, non ne abbiano compreso appieno il significato ma sono certo che ricorderanno quella serata. Cominciavo a temere che gli incontri successivi venissero sospesi ma ci fu una circostanza che consentì agli spettatori di scaricarsi della tensione.

Dopo ogni finale veniva effettuata la premiazione con la consegna delle medaglie. Quando la banda attaccò l’inno americano si scatenò una gazzarra che da un lato rischiava di provocare l’incidente diplomatico con gli Stati Uniti, ma dall’altro diede modo ai più esacerbati di sputare fuori tutto il veleno che avevano in corpo e di sfogarsi completamente. Il vincitore fuggì via subito dopo, in mezzo ai suoi assistenti che gli riparavano la testa dai proiettili che seguitavano a piovere, e sembrava un ladro sottratto al linciaggio da sbirri pietosi.

Ed ecco l’altoparlante annunciare i mediomassimi finalisti, un russo massiccio e muscoloso e di fronte a lui un altro ragazzo americano di colore, di cui neppure menzionarono il nome completo, lo speaker pronunciò solo una sillaba breve e insignificante, Clay, praticamente Nessuno. Il pubblico riprese stancamente a fischiare ma Clay si girò intorno e fece un bel sorriso circolare mostrando un’espressione che significava “Va bene! Vi ho capito. Ma che c’entro io?

E poi avvenne il miracolo. Allo scontro selvaggio di prima subentrò una cosa del tutto diversa. Non era una esibizione di forza ma ritmo, musica, gioia di vivere, quella cui stavamo assistendo! Clay volava sul ring come una farfalla, sembrava sfiorasse appena le tavole con le punte dei piedi e guidava la danza come e dove voleva e, di fronte a lui, un pugile della specie dei due che lo avevano preceduto tentava goffamente di raggiungerlo senza arrivare mai a trovarsi in condizione di colpirlo. Clay faceva esattamente le cose che potevi aspettarti, la sua azione era strutturata come uno spartito musicale: adagio, brioso, andante, mosso, allegro. Quei colpi non erano le martellate convulse di prima, sembravano colpi di mano ritmati sul tamburo, a tempo di danza. 10000000000000AF00000124C3C050BFEra la bellezza, l’armonia che celebrava il suo trionfo in una arena sportiva purificandola dalla brutale animalità che vi aveva regnato fino a pochi minuti prima. Si stabilì una quiete assoluta, il pubblico assisteva silente e incredulo. Sembrava idealmente di udire le pietre dei lapidatori scivolare di mano e cadere in terra una dopo l’altra. Tre riprese tutte così, e poi quando l’arbitro sollevò il braccio all’indiscusso vincitore ci fu un’esplosione di entusiasmo.

Clay sorrideva tranquillo, non sembrava affannato né affaticato, mostrava la faccia allegra d’un ragazzo contento di aver giocato che avrebbe seguitato a giocare ancora se non l’avessero interrotto. L’aver trionfato in una Olimpiade non lo turbava più di tanto. Quando udii applaudire l’inno americano credei veramente di sognare. Tutto appariva incredibile eppure era vero, e quella era la stessa gente di prima, non avevo cambiato canale 100000000000015E0000021BF253EB05Con mio padre ci guardammo in faccia. Finalmente si era ristabilita la quiete e ci si poteva parlare e udire. “Ma hai visto quel ragazzo quanto è bravo? Mi chiese lui. Annuii con la testa e l’osservai. Prima m’era sembrato turbato da quelle scene di violenza e di frustrazione e m’ero quasi pentito d’avercelo condotto, ma per fortuna era tornata la serenità e avevamo visto finalmente anche la vera boxe, la nobile arte che è stata concepita come abilità di scherma e non come rissa selvaggia. Quella sera ne avevamo conosciuto l’essenza in tutte e due le sue forme, nella espressione più estrema, e sentivamo che mai più ci sarebbe stato dato di assistere a uno spettacolo uguale. Quando l’accompagnai al suo autobus mio padre mi ringraziò dell’invito. ‘Mai visto nulla di simile!’ disse. Già a quel tempo era invalido per i postumi di un intervento e camminava con una certa difficoltà.

Quando per i giochi di Atlanta ho rivisto in TV Clay, quel magnifico ragazzo di ‘Roma 60’, muoversi con passo incerto e l’occhio sbarrato per compiere con grande sforzo il gesto simbolico dell’accensione della fiaccola che gli era stato demandato, anche per questo mi ha ricordato mio padre. Sento di doverlo ringraziare Clay, o Alì, o come diavolo ami farsi chiamare adesso, per quanto ci ha offerto una sera indimenticabile quando era solo un ragazzo sconosciuto che si affacciava alla ribalta della vita. Gli direi pure che ha smesso di piacermi per tanto tempo, ma di nuovo ho provato ammirazione per lui quando l’ho visto stringere la fiaccola nel pugno tremante cercando di tenersi rigido in piedi, ferito ma non prostrato dal male.

Quella serata magica di Roma, come pure la nostra giovinezza, sono passate ormai e non tornano più, ma dobbiamo conservarle entrambe care nel cuore. Forza Alì, stringiamo i denti! Non serve che ce la prendiamo. Testa alta, e non importa se una volta sapevamo schivare i colpi ed ora non ci riusciamo più, ci arrivano tutti in faccia. Mio caro Alì, se ci guardiamo allo specchio della coscienza ci vediamo quali ora siamo, pesti e ammaccati dagli anni e dalla vita che é carogna, non risparmia nessuno e quel poco o quel tanto di felicità che ti impresta prima o poi te lo fa sputare, ma non deve finire così.

100000000000012C0000012BDF2D0F3DC’è ancora un traguardo che ti propongo, c’è una incredibile vittoria che ancora non ci è preclusa. Bello sarebbe, quando é suonato l’ultimo gong, vedi i fari che si abbassano e attendi vibrante che arrivi quel verdetto che già conosci da quando sei nato, poter gridare anche noi in faccia alla vita come fa Rocky Balboa, il vecchio pugile al tramonto impersonato da Stallone: Tu non mi hai buttato giù. Mai! -