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Come la camorra mi chiese cinquecento milioni di lire

Storia d’ordinario parassitismo
mercoledì 27 maggio 2009 di Arturo Capasso

Argomenti: Attualità
Argomenti: Ricordi


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Anche quel mattino di fine febbraio dell’82 alle otto alzammo le serrande ed aprimmo le grosse porte del negozio di Via Bernardino Rota, dove da oltre mezzo secolo si vendevano tessuti e biancheria ad una clientela vasta ed affezionata per la qualità dei prodotti, i prezzi altamente competitivi ed un trattamento più che familiare.

Ma quel mattino trovammo una sorpresa : qualcuno aveva infilato sotto la serranda una lettera indirizzata alla “Famiglia Capasso”. Ecco il contenuto: “ Sicuramente sarà spontaneo per voi pensare alla presente come uno scherzo (ve lo sconsigliamo). Siete in debito con noi di lire 500.000.000 ( cinquecentomilioni) che dovrete preparare in breve termine, se ci tenete ai vostri cari, oltre che a voi stessi. La suddetta somma dovrà essere consegnata secondo le istruzioni che riceverete poi. n.b. Da questo momento state attenti a ciò che fate, perché potreste andare incontro a delle brutte conseguenze -Attendete nostre notizie”Portai subito la lettera in Questura. Alle tredici arrivò la prima telefonata.Da quel momento iniziò un terribile tunnel di ansia, determinato dal dover combattere con un’ombra. C’è, ma non si materializza.

Quando iniziarono le indagini, potemmo appurare che si trattava dello stesso telefonista di una banda che teneva sotto estorsione diversi esercizi commerciali, in prevalenza della zona Mercato. Prendemmo tempo, dicendo che uno dei titolari era all’estero e che sarebbe tornato non prima di quindici giorni. Poi facemmo assentare un altro socio e così di seguito.

Dopo un mese, esattamente il 28 marzo, alle ore 19,30 avviene il primo fatto grave; mio cugino sta rientrando a casa con suo cognato. E’ vestito allo stesso modo, fra i due c’è notevole somiglianza. Ma non sbagliano bersaglio. Un giovane gli si para davanti, si abbassa, gli spara alle gambe. Corsa in ospedale, ansia per giorni e notti. Com’era da aspettarsi, il panico cresce in modo spaventoso e qualcuno dice candidamente e senza riserva che avremmo fatto bene a pagare. Dopo meno di ventiquattro ore arriva la telefonata di rivendicazione, comunicataci sempre dallo stesso telefonista.Ci diciamo pronti a trattare e prendiamo tempo.

L’ episodio dell’attentato con ferimento è riportato ampiamente nella cronaca cittadina di quasi tutti i quotidiani. Ai primi di aprile mi reco dal Prefetto, che mi assicura la piena disponibilità sua e dei suoi uffici. -Il sedici inviamo una lettera/ denuncia alle massime autorità dello Stato.-Occorre intervenire, prima che sia troppo tardi.-Il 23 dello stesso mese di aprile un nostro collaboratore è affrontato da due giovani in pieno Corso Umberto: gli dicono di riferire a Capasso che deve pagare, altrimenti è meglio per tutti gli impiegati non venire a lavorare.-Per fare comprendere di più le loro argomentazioni, gli fanno vedere delle grosse pistole sotto i giubbotti. Quel poveretto è così terrorizzato che si fa la pipì addosso. La banda vuole spostare l’asse del terrore, cercando di causare il blocco di ogni attività.

Il pomeriggio del 4 maggio, mentre sono fuori dall’esercizio di Via Bernardino Rota e mostro alcuni capi esposti ad un amico, un giovane con andatura lenta e piedi piatti impugna una pistola e spara ripetutamente verso le nostre vetrine e all’interno del negozio. proprio all’altezza del banco vendita dove pochi istanti prima c’erano diverse persone .

Confesso che se avessi avuto una pistola non avrei esitato a sparare .In quel momento giunge una gazzella dei carabinieri. Invito il brigadiere a venire in ufficio e comincio a raccontare – per l’ennesima volta – tutta la vicenda. Quasi contestualmente giunge la telefonata di rivendicazione. Pur avendo l’animo sconvolto, riesco ad effettuare la registrazione. Si ordina di tenere i negozi chiusi, altrimenti salteremo in aria.

Prendo il nastro e col brigadiere vado subito al comando della Benemerita.

Discutiamo fino a notte inoltrata quale strategia adottare. Inizialmente mi è proposto di aderire all’ordine degli estorsori e restare chiusi per un paio di giorni. Mi oppongo energicamente e rilevo con grande determinatezza che non è certo quella la risposta da dare.

E così l’indomani i nostri punti vendita sono regolarmente aperti ed in ognuno di essi due carabinieri in borghese con mitragliette sono pronti a sparare.

Per la verità ci furono anche interventi di brillanti funzionari della Questura.

Il caso riveste particolare importanza e funge da test come opposizione concordata al racket.

In sei iniziamo a frequentare il poligono di tiro a Fuorigrotta. Il simpatico Lucio mira sempre a quarantacinque gradi e si capisce che non ha la vocazione di diventare tiratore scelto . Per sollevargli il morale, prego Giovanni - molto preciso - di mirare verso il bersaglio di Lucio. E questi è particolarmente felice quando si va al controllo: ha centrato l’obiettivo. E’ tanto felice che offre da bere a tutti. Dopo un paio di settimane siamo muniti di pistole ed aspettiamo i nostri nemici: pronti a fare la nostra parte.

Non ci furono più telefonate o atti intimidatori. L’incubo era finito.

Avevano saputo? Ma quelli furono momenti di tensione. Non è possibile che tu stai attraversando la strada, vedi due giovani in moto venire verso di te ed hai la certezza di essere un povero bersaglio indifeso.Com’è andata a finire?

Forse hanno capito (hanno saputo ?) che non l’avrebbero spuntata, che eravamo ben decisi, noi con le forze dell’ordine.

Da allora non si sono più sentiti.Bisogna dimostrare coraggio, molto coraggio.

Ma - come ripeteva il buon don Abbondio nei Promessi Sposi - il coraggio uno non se lo può dare. Deve provarci, altrimenti cadrà vittima di un gioco invernale. Per sempre.