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Un oggetto inutilissimo

Un ospite inatteso

E’ successo anche a me, e così da esploratore sono diventato esplorato.
lunedì 1 settembre 2008 di Arturo Capasso

Argomenti: Ricordi


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Ebbene, sì, dopo un paio di parole – kamikazismo e tavolorotondista – ne invento un’altra, che mi tocca più da vicino: tumorato. La prima indica una morte voluta, sicura; la seconda un’attività sempre più di moda fra circoli culturali e televisioni: ma in quel caso la morte è solo apparente: infatti si muore di noia. Nel terzo caso…dipende. Dove hai il tumore, quando si è inserito – ospite non atteso – nel tuo corpo, dove si è nascosto o palesato, è solo, in compagnia? E’ una buona famiglia, o è cattivo, maligno? Come attaccare? Quale strategia? Bisogna stare calmi, molto calmi e ricordare che, comunque, niente paura, la morte è sicura, come ripeto da sempre.

Il fatto di essere tumorato l’ho scoperto per caso, nell’arco di mezza giornata. Ero all’ottava settimana della dieta “ventre piatto” lanciata da Rosanna Lambertucci, che devo ringraziare per due ragioni ben precise. La prima è per l’effettivo calo di peso; la seconda è per una scoperta che, altrimenti, non avrei mai fatto. Un giorno, all’alba, verificavo – stando supino nel mio letto – come la massa adiposa stesse scemando, facendo un lieve riscontro coi polpastrelli. Ma, sulla destra, al di sotto delle costole al lato destro, sento una piccola massa più dura.

Sulle prime penso allo sforzo fatto qualche giorno addietro spingendo su e giù per un declivio il rasaerba . Poi è prevalso il timore di qualcosa diversa. Medico di famiglia, visita accurata, occorre una ecografia. Pomeriggio, l’ecografia dell’addome conferma, anzi aggrava: il nodulo è bello grande, sta nel fegato, ma non è solo, ce n’è uno più piccolo. Le due formazioni solide misurano rispettivamente 10 cm e 5,6.. La prima è al lobo epatico di sinistra, la seconda al lobo di destra. L’attento e simpatico analista mi chiede: da chi sono seguito Rispondo subito: dal Padreterno .

Da quel momento iniziavo un viaggio per me insolito. Non dovevo andare da nessuna parte. Non occorreva preparare il passaporto, le vaccinazioni richieste perché volevo andare in Africa col mio amico Pietro a visitare i tristi luoghi della costa atlantica, da dove partivano e partirono venti milioni di uomini donne bambini schiavizzati. Nessuna valigia; il viaggio cominciava da dentro di me, da esploratore diventavo esplorato

Al mattino, quando apro la finestra e rivolgo lo sguardo al cielo, ripeto sempre i nomi dei miei cari, uno ad uno, e dico: “Signore, se deve succedere qualcosa ad uno di loro, prendi me” E, prima di finire, aggiungo: “Però non esagerare” …Era arrivato il mio turno? Lui aveva cominciato ad esagerare, o semplicemente mi stava presentando il conto?

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Marechiaro (Napoli)

Mi fermo; come dice Santa Caterina da Siena, quando suona la campanella, anche se si è in estasi, bisogna andare. Sono le sei, vado in cucina a preparare il caffé Il giornale radio ripete ancora una volta i bollettini di guerra fra parolai di tutto l’arco costituzionale. Sembrava finita, con le elezioni. E invece no. I soliti noti fanno a gara a mostrare i muscoli. Muscoli di carta pesta. Il caffé è bello fumante. Prendo il bicchiere d’acqua, riempio la tazzina con un goccio di latte e porto il tutto a Marianna. Si sveglia, si stiracchia, prende l’acqua e poi sorbisce lentamente il suo caffé. Il “servizio in camera” è la mia prima mansione giornaliera. Ma è anche l’unica.

In questi giorni sto vivendo ore di angoscia per la mia sorella dell’anima Elvira. Sono andati dieci carabinieri all’alba ed hanno prelevato Achille, suo marito e mio amico. E poi dalla caserma in prigione, con scorta di gazzelle e motociclette.

Non starò a ripetere le frasi di rito melliflue: sono certo che la magistratura compirà al più presto il suo lavoro o anche quell’altra ancor più usata ed abusata: sono certo che l’indagato potrà presto dimostrare la sua estraneità ai fatti addebitati.. Niente di tutto questo. Devo e voglio invece rilevare un fatto certo grave mostruoso: la terribile gogna mediatica. Non si può dare in pasto alla stampa una persona come se fosse un mostro. Pagine intere strillate, foto scelte ad arte, fango da per tutto. Il diritto anglosassone è noto per l’Habeas Corpus. E’ tempo di inserire da noi l’Habeas Dignitas. Elvira era sconvolta, annichilita. E chi non lo sarebbe stato?

Ecografia epatosplenica, esofagogastroduodenoscopia, proteina di Bence Jones 24 h. agobiopsia, TC guidato addominale, esame radiografico del torace, ecocardiogramma, elettrocardiogramma, esame emocromocitometrico , sideremia, ferritina,PT, fibrinogeno, GOT, GPT, Bil tot e frazionata, GGT, fosfasi alcalina, QPE, VES, PCR, azotemia, creatininemia, uricemia, glicemia,Col Tot, col HDL, trigliceridi, esame delle urine, alfa fetoproteina, CEA, markers epatici HBsAg, HBVDNA.

Metto la giacca, mi avvio per l’assolata Piazza del Plebiscito verso la Fondazione Premio Napoli. Fra poco si presenterà il libro del mio amico Gerardo e voglio portare un mio contributo, con ricordi di oltre mezzo secolo..

Tutto in un giorno. Ormai è deciso, mi sarà praticata la termo ablazione e sono in lista di attesa per il ricovero in ospedale.

Da quando mi sono stati scoperti i due noduli, Marianna, Daniela, nostra figlia unica di madre non ancora vedova, e Federico, suo marito, non si sono dati pace. Hanno chiamato, letto, incontrato, sentito. Tutta questa mobilitazione è stata premiata. Sofia, amica carissima di Daniela, che a Houston, nel Texas, era stata seguita meravigliosamente dal Professore Philip A.Salem, direttore del programma di ricerca sul cancro del St.Luke’s Episcopal Hospital, e docente all’University of Texas Medical School. E’ conosciuto in tutto il mondo e mi hanno riferito che ha curato anche il Papa che tutti abbiamo ancora nel cuore.

Primi scambi di fax, primi approcci. Da non crederci. Il Professor Salem sarà a Napoli fra qualche giorno, per visitare un gruppo di pazienti, come programmato da mesi. Sofia riesce a fissare un appuntamento anche per me. E’ un mattino caldo, pieno di sole. Ma mi sento bene. All’alba ho fatto un bel bagno a mare e mi sono rifocillato. Attendo di vedere e sapere cosa mi sarà detto. Devo confessare che per mia impostazione mentale ho sempre rifiutato di andare in pellegrinaggio a sentire luminari e sono un po’ fatalista. Quando è arrivato il momento, meglio essere pronti, tranquilli. Ho anche seguito spesso il consiglio di Maxim Gorkij: ascoltate tutti, ma non date retta a nessuno.

Qui però il caso è diverso. E’ come se la fortuna – definita da Machiavelli il complesso delle circostanze favorevoli - ti venisse incontro e ti desse una mano.

Mi avvio con Daniela all’incontro. Prima sorbiamo un magnifico caffé alla nocciola e cioccolato.

Entriamo. Il Professor Salem ha un volto mediterraneo, che ti appare subito familiare. Si concentra nella lettura delle carte, poche parole, mi fa parlare. E inizio da quando a nove anni ebbi l’itterizia, e poi gli parlo dei miei viaggi e delle esperienze accumulate in tanti anni. Visita accurata, diagnosi confermata.

…Allora, devo fare testamento? Sorride e dice di no. E con lui sorridono la simpatica segretaria assistente tutto fare Eleni e Daniela.

Aggiunge che, con il trattamento indicato, entro un mese dovrei avere già un beneficio. Desidera che io stia bene. Ha visto con quanta tenerezza mia figlia parlava di suo padre e questo era per lui una cosa molto molto importante. Sono sentimenti che non si vedono spesso, in giro. E perciò vuole che io stia bene anche per lei. Dopo poco ci raggiunge Sofia, tenera affettuosa carissima.

Un lungo abbraccio col “suo” professore, il medico che l’ha presa per mano e l’ha traghettata verso un lido sicuro.

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Prof. Dr. Philip A. Salem

Il giorno seguente sono stati tutti qui, da noi. Abbiamo parlato a lungo, delle genuine tradizioni mediterranee, della sua casa in Libano con spesse mura antiche, degli ulivi, degli Stati Uniti, dove c’è rispetto per l’individuo, a prescindere dalle sue origini etniche e sociali, e possibilità di ricerca.

Siamo diventati amici, si era creato un forte sentimento, un sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Ha gradito molto le albicocche, il loro profumo e il loro sapore. Un nome che si perde nella notte dei tempi. L’albicocco, infatti, è una parola che viene dall’arabo al – barquq, ma era conosciuto dai romani e dai greci.

Ho detto al professor Salem: "ora che ha un paziente amico dovrebbe fare tutto il possibile per tenersi in vita l’amico".

Mi ha sorriso cordialmente, ha poggiato la mano sulla mia spalla ed ha detto: "certamente".

Appena ho scritto l’articolo, l’ho inviato all’ Agenzia Radicale ed ho telefonato al suo direttore - Geppi Rippa – illustrandogli brevemente il contenuto.

Come ha sentito il nome del Prof. Salem, mi ha detto di aver conosciuto l’illustre ricercatore un paio di mesi fa e di aver pubblicato un suo contributo nel fascicolo 101 di Quaderni Radicali. Ho sempre sul mio tavolo gli ultimi fascicoli dei Quaderni, nei quali Geppi mi accoglie con grande affetto.

Sono andato subito a leggermi l’articolo del Prof. Salem e per me è stato come se avessi proseguito la conversazione avuta il giorno prima.

Due punti principali si evincono dal suo intervento. Il primo riguarda gli Arabi Americani e le problematiche recenti, il secondo la coesistenza pacifica, che spesso ignoriamo nelle vicende che turbano il mondo intero.

Il Prof. Salem esperimenta ogni giorno questa possibilità, anzi questa realtà della coesistenza pacifica ( i russi dicevano mirnoe suscestvovanje)

Uno stare insieme nel rispetto della dignità e delle tradizioni; uno stare insieme a prescindere dalle proprie idee, ideologia, credo.

Scrive Salem: “Il mio team a Houston lavora 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, per curare delle persone ammalate di cancro. Il team è composto di mussulmani, cristiani, agnostici ed atei. E’ composto da gente di differente origine etnica. Alcuni vengono dalla Russia, altri dalla Cina, altri dall’India, alcuni dal Sud America…Siamo tutti uniti per una nobile causa: sconfiggere il cancro. Questo è ciò che chiamo la strada verso la civiltà”

Più avanti ribadisce lo stesso concetto, anzi gli stessi valori etici, ma questa volta prende in esame i suoi pazienti. Continua il discorso della coesistenza pacifica, di un ecumenismo ancora più aperto, non ristretto alle religioni:

“Ho passato gli ultimi 40 anni della mia vita a dare la caccia ad un nemico pericoloso: il cancro. Essendo medico ed esperto del corpo umano, non ho mai notato differenze fra i diversi corpi, sia che appartengano a mussulmani, cristiani ebrei o atei. Non ho mai notato che le malattie attacchino delle persone in funzione delle loro religioni o ideologie politiche”

Poche parole, che dovrebbero essere scolpite nel cuore di ogni uomo di buona volontà.

Tumorato. Questi giorni stanno passando con una scansione lenta. Il trattamento con Nexavar sta dando buoni risultati e sono seguito, oltre che dal Prof. Salem , dal Dott. Luigi Castellano – gastroenterologo – e dal Dott. Salvatore Tafuto, Dirigente Responsabile del reparto di Oncoematologia dell’ospedale S. Maria delle Grazie. Tutti dimostrano grande disponibilità ed hanno sempre parole d’incoraggiamento.

Dino Buzzati. Sono andato a rileggermi il suo racconto Sette piani ed ho sottolineato le parti che più mi hanno colpito

“Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano…I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare.”

Inizia una lenta inesorabile discesa agl’inferi e ad ogni piano trova medici che gli danno coraggio, che sono sicuri della sua guarigione.

Ho segnato i vari passaggi: “Guardi che bisogna scendere al piano di sotto…Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere”

“Per motivi che l’infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più grave degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto”. “Allora sarebbe meglio che fino a che l’espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto”

Le cose si mettevano male, per il povero Giuseppe Corte, e perciò “Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore”

Ma non era completamente avvilito, giacché “cercava di persuadersi di appartenere ancora al consesso degli uomini sani”

E’ costretto ad accettare la cruda realtà:

“Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l’eczema, nonostante l’istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e di trasferirsi al piano di sotto”

Non passò molto tempo ed arrivò un’altra inattesa comunicazione:

“Quelli che sono qui dovranno discendere da basso”

E poi la botta finale, che sa di condanna:

“Io ho avuto l’ordine di condurla al primo piano”

Un ordine perentorio, firmato dallo stesso Primario.

La fine non si fece attendere:

“Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli , obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce”

Erano le tre e mezzo, di pomeriggio, un po’ dopo l’ora del Golgota

Sono così ingenuo che stavo pensando di chiedere ai cari medici che mi tengono in cura: Quanto tempo devo restare al settimo piano? Per un momento non mi sono reso conto che da qualche tempo ho già lasciato il settimo piano .

Forse, è meglio così: le altezze mi procurano le vertigini.

Solzhenitzyn. Un gigante. Se ne è andato a 89 anni, morto d’infarto nella sua amata Russia. La sua battaglia contro il potere in Urss ha contribuito in modo determinante a scuotere le coscienze assopite del mondo intero e a far collassare l’enorme Impero. Potrei parlare e scrivere di lui per ore ed ore. Negli anni sessanta arrivavano suoi messaggi, articoli, libri, scritti a macchina; l’autoeditoria – il samizdat – provvedeva a far conoscere le sue cose, che con padre Nilo Cadonna - forse l’unico vero grande prete da me conosciuto - impiegavamo giorni e notti a tradurre e ad inviarle alle agenzie, alla stampa, a inserirle nei fascicoli della nostra rivista Sovietica

Ma qui voglio ricordare Alexander Solzhenitzyn per il suo Rakovij Corpus egregiamente tradotto da Maria Olsùfieva e pubblicato nel 1968 col titolo Divisione cancro. Non apparve il nome dell’autore; il sottotitolo indicava: romanzo di anonimo sovietico.

Riporto una pagina che mi colpì fin dalla prima lettura. E’ pregna di struggente romantica appassionata nostalgia: Asja ha solo diciassette anni; l’indomani le sarà tolto un seno.

“Senti, Demka! “ si sollevò lei, come punta da una nuova idea, si voltò tutta verso di lui sbarrando gli occhi senza una parola. Poi: “Tu sei l’ultimo! Tu sei l’ultimo che potrà vederlo e baciarlo! Nessuno mai più lo bacerà! Demka! Bacialo almeno tu! Almeno tu!... Fu uno sfolgorio di sole entrato direttamente nella stanza, che sfavillò, fiammeggiò tutta.”

Mentre nel racconto di Buzzati le persiane scorrevoli scendevano e chiudevano il passo alla luce, qui c’è un sole che irrompe nella camera col suo sfavillio.

“Il rossore del capezzolo, più grosso di quanto lo aveva immaginato Demka, emerse davanti a lui e gli occhi non tolleravano tanta erubescenza:… Nessuno entrò, mentre lui copriva di baci il miracolo che gli sovrastava”

Il volto di Asja era pieno di lacrime. Poco prima gli aveva detto: “Te ne ricorderai? Ti ricorderai com’era, com’ero?”

Ormai restava poco tempo: “Oggi miracolo, domani nel secchio”.