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VIOLENZE MILITARI NEI TERRITORI OCCUPATI

NELL’ESPERIENZA ITALIANA
mercoledì 8 giugno 2005 di Carlo Vallauri

Argomenti: Guerre, militari, partigiani
Argomenti: Storia


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Recentemente si è tenuto a Milano un convegno organizzato dall’Istituto per la storia contemporanea sul problema delle violenze in tempo di guerra, con particolare riferimento alle colonie italiane e ai territori balcanici occupati dalle truppe italiane nel 1941. Il problema, discusso anche con relatori in quel convegno, a Radio Tre (“Fahrenheit”) presenta anche aspetti d’attualità in relazione alla presenza in Iraq di truppe anglo-americane alle quali si sono aggiunte - con missioni dichiarate “di pace” - altre unità, comprese quelle italiane, e in territori palestinesi di truppe d’Israele.

Al riguardo va tenuto presente che in diritto internazionale valgono alcune norme proprio per il periodo di guerra e di occupazione, emanate nella convinzione e convenzione della opportunità di aggiungere al rispetto delle popolazioni delle terre occupate da stabilità e sicurezza nei paesi sottoposti provvisoriamente al regime di occupazione, donde ne sono derivate misure che si dimostrano sempre più pericolose e contraddittorie.

La guerra di per sé comporta violenze d’ogni genere e tra i soldati di ogni paese si trovano persone “brave” ed altre meno brave e violente, ma una volta indossata la divisa, essi sono tenuti ad ubbidire agli ordini dei superiori: se il subordinato ritiene l’ordine illegittimo o contrario ai diritti umanamente riconosciuti ha teoricamente possibilità di non obbedire, ma il rischio di fare la fine delle vittime predestinate spinge in genere a piegarsi. Non tutti possono essere eroi, come ha ammonito Brecht.

Dalle testimonianze e da varia documentazione risulta che anche militari italiani si sono resi responsabili di rastrellamenti, cattura di ostaggi, civili internati, fucilazioni, incendi, in particolare in Jugoslavia (come si può leggere in un ampio studio di Davide Rodogna, edito da Bollati e Boringhieri): le truppe italiane si sono trovate coinvolte in operazioni che si svolgevano nell’ambito della guerriglia condotta contro di esse. Tali atti però non hanno assunto quel carattere sistematico proprio degli eccidi e delle stragi commesse dalle S.S. (ma non solo da esse) nei territori occupati dalle unità tedesche in Polonia, Russia, Jugoslavia, atrocità conseguenti al predeterminato progetto nazista di distruzione fisica, annientamento di popolazioni ed etnie, considerate “subumane” come ebrei, zingari, slavi, come avvenne anche mei lager in Germania (e mai in Italia a parte il caso nel ’44 della risiera a Tricate, gestita dai tedeschi, in verità da precisare a chi preferisce non stare ai fatti. La richiamata regolamentazione internazionale delle cosiddette “leggi di guerra” è stata applicata - come si ricorderà - per uno dei responsabili dell’eccidio delle fosse ardeatine a Roma, condannato a morte non per il massacro dei 335 italiani barbaramente trucidati ma per aver ucciso 5 persone in più di quelle che l’occupante, in virtù di tali leggi, sarebbe stato autorizzato ad eseguire. Su molto di questi eventi, come su altri avvenimenti in Africa in territori coloniali, è caduto il silenzio. Tra l’altro va precisato che se per l’Italia non fu istituito un tribunale internazionale, come a Norimberga per le responsabilità dei delitti commessi in guerra dai tedeschi, ciò è dipeso da una scelta degli Stati alleati vincitori, che non ritennero vi fosse stata in Italia quella specifica organizzazione centralizzata appositamente operante per compiere distruzioni di massa. Ciò implicava però che i responsabili di singoli atti illegittimi venissero processati. Invece, salvo pochi casi, si è preferito non parlare più di quei fatti commessi da italiani. Con il risultato che fu punito - senza consentire all’imputato di presentare testimonianze e documenti a proprio favore - un generale italiano, valoroso combattente e attivissimo nel salvare il porto di Bari dai tedeschi, perché accusato, senza prove, di aver ucciso un prigioniero inglese in un campo di internamento italiano. Gravissime invece le responsabilità di generali italiani che comandavano le truppe in Slovenia e Montenegro, tra i quali Ambrosio e Roatta che poi ebbero un ruolo preponderante nelle azioni che portarono all’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani. Colpirli subito avrebbe significato non favorire generali di altri paesi eventualmente disponibili a staccarsi dalla Germania. Il nuovo governo italiano insediato a Brindisi fu costretto a destituirli (anche se Roatta, accusato anche di altri delitti, stranamente riuscì a porsi in salvo e scappare dall’ospedale militare) e fu nominato Capo di Stato maggiore generale il maresciallo Messe, liberato dalla prigionia. Inoltre sopravvenuti eventi internazionali indussero i governi italiani nel dopoguerra a non risollevare tali problemi, come accadde anche per le stragi commesse in Italia dai nazisti, adducendo la giustificazione che la politica dell’alleanza atlantica richiedeva il riarmo della Germania Occidentale e non pareva opportuno urtare troppo i tedeschi (ne ha parlato il ministro Taviani nel suo diario, recentemente pubblicato da “Il Mulino”). Lo storico non può che rimettersi alle documentazioni, ogni generalizzazione in un senso o nell’altro sarebbe falsificante: occorre essere precisi nelle denuncie. Aggiungiamo che indubbiamente in molte circostanze autorità italiane si sono adoperate per salvare ebrei che fuggivano ad es. dai territori francesi occupati dai tedeschi e che preferivano rifugiarsi nei territori occupati dagli italiani (come risulta dalla documentazione presso il Ministero degli Esteri e l’archivio dell’esercito a Roma e rivelata in una poco nota trasmissione di Teleservice negli anni ‘80), molti episodi analoghi avvennero in Jugoslavia. E vi furono poi casi in cui gli italiani cercarono di impedire stragi di etnie balcaniche contro altre, come nel caso degli albanesi nel Kossovo difesi nei confronti dei bulgari. In altri casi però restarono inerti come di fronte alle molte stragi compiute dai croati contro i serbi (l’ “inazione” di fronte ai delitti e alle violazioni dei diritti non esime dalla responsabilità, scrivevano i teorici della libertà nell’Ottocento). Non vorrei, tenute presenti le precedenti considerazioni, che dopo il lungo periodo di occultamento sui fatti commessi anche da militari italiani nei contesti indicati, si passasse a generalizzare comportamenti negativi che sarebbero stati tenuti dalle unità italiane nei vari scenari. E con queste parole ho ritenuto di intervenire in tal senso nel recente dibattito radiofonico.