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La globalizzazione della diseguaglianza (edizioni Codice)

GLOBALIZZAZIONE E DISEGUAGLIANZE


lunedì 1 giugno 2015 di Carlo Vallauri

Argomenti: Economia e Finanza
Argomenti: Mondo
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Francois Bourguignon


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Il libro, è uno studio che analizza i fenomeni prodottisi nel nostro paese nell’ultima fase dello sviluppo capitalistico.

L’autore è uno studioso francese, molto attento alle cifre, ai fatti concreti e così la sua opera riporta dati impressionanti sulle diseguaglianze mondiali dalla Francia all’Europa, riferendo sulle differenze verificatesi attraverso i tempi storici (1820-1910-2000).

Il progresso economico si è risolto in un completo ribaltamento nella distribuzione dei beni. Un divario in costante crescita, ma soprattutto l’autore della documentata ricerca sottolinea la diminuzione inesorabile registrata nell’attuale fase che ha determinato la crisi di cui ancor oggi subiamo i nefasti effetti. Nel confronto tra i vari paesi ed il tenore di vita delle rispettive popolazioni risulta la disoccupazione nel settore industriale e la progrediente inoccupazione. La distanza tra Sud e Nord è aumentata come d’altronde la distanza tra imprenditori da un lato e il resto della popolazione. Il mercato capitalistico ha frazionato le condizioni del lavoro causando una serie di interventi delle istituzioni contro lo svolgimento dello stesso mercato.

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Francois Bourguignon

Negli anni ’80 la deregolamentazione e le privatizzazioni hanno dato luogo ad una sorta di scompaginamento delle finanze e del mercato del lavoro. I tentativi per mitigare i danni via via conseguenti si sono rilevati insufficienti.

Ci si chiede allora se sia possibile perseguire una globalizzazione equilibrata nei mutamenti tra le varie nazioni. Ma lo svolgimento degli eventi accaduti e le prospettive di crescenti distanziazioni hanno aggravato la situazione anziché frenare i fenomeni negativi.

L’efficienza economica è diminuita malgrado i tentativi espletati dai banchieri e dagli economisti preposti alle istituzioni. Uno sforzo di ridistribuire le condizioni finanziarie ha dimostrato in effetti una crescente diminuzione della povertà e impotenti si sono rivelati gli aiuti forniti, perché vengono azzerati, come risulta dai dati schiaccianti: ogni tentativo di spiegare il volgersi dei tentativi di regolazione, sia tramite le imprese che attraverso le cosiddette “politiche educative” si sono rivelati insufficienti.

In quale misura il “protezionismo” è stato distruttivo tale dal succedersi di fenomeni che hanno dimostrato inappropriate le soluzioni fiscali? Ad avviso dello studioso si sono rivelate erronee le azioni di intervento, ma egli ritiene che la visione di un mondo ultra-globalizzato si presenta come una prospettiva tale da non consentire in questa forte crisi ininterrotta, di poter aspirare a risultati diversi mediante equilibrati interventi delle istituzioni.

Accelerare la crescita dei paesi più poveri può essere una strada da percorrere. Ma gli Stati sono ormai avviati verso situazioni reali di diffusa certezza a livello internazionale per cui si è dimostrata di fatto impossibile una equilibrata azione di coordinamento. Ritenere che possa avvenire un rivolgimento grazie a politiche concrete si è rivelata una inutile speranza. Le tensioni sociali accrescono la diffusione di una ripresa. Si assiste infatti ad una corsa che conduce a vari tentativi di redistribuzione. E si stenta pertanto a trovare rimedi considerati validi ai fini di correggere un equilibrio dell’economia generale di fronte al complessivo squilibrio tra popolazioni e le condizioni sociali. I governanti stentato a trovare visioni e posizioni concordi e ne risentono maggiormente i paesi più isolati. Al di là dei luoghi comuni Bourguignon si chiede se un concerto internazionale possa offrire l’occasione di tentare uno sforzo collettivo tra le economie convergenti. Le forze economiche si sono comunque rivelate impotenti a mutare il corso degli eventi da esse provocati. Resta ormai solo la possibilità di avviarsi verso la globalizzazione della redistribuzione. Speranza più che vaticinio?