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Copertina del Libro

STUDI SUL SETTECENTO ROMANO. Artisti e artigiani a Roma, III, dagli Stati delle Anime del 1700,1725,1750,1775 (Edizioni Quasar, Roma 2014)

Documenti per un’analisi sociologica nel centro della Roma settecentesca e del suo rapporto con le arti


martedì 1 aprile 2014 di Pietro di Loreto

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Elisa Debenedetti (a cura di)


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E’ passato ormai quasi un trentennio da quando Elisa Debenedetti iniziò con i suoi Studi sul Settecento romano a concentrare la propria attenzione su un periodo storico-artistico non sempre adeguatamente valutato, con raccolte di studi frutto di attività di ricerca svolte soprattutto in ambito universitario, avvalendosi dell’apporto di numerosi collaboratori, facendoci riscoprire il fascino e l’interesse anche per quel mondo.

La pubblicazione, con il nuovo editore Quasar, di quest’ultimo volume (logo), il 3° (dedicato alla memoria di Antonello Cesareo, uno dei più stretti e più efficaci collaboratori, prematuramente scomparso) incentrato sugli Stati delle anime del 1700, 1725, 1750 e 1775, delle chiese parrocchiali di alcuni storici Rioni del centro di Roma: Trevi, Colonna, Monte, Ponte e Regola, mette in primo piano alcuni aspetti del Settecento romano da qualcuno ritenuti marginali se non perfino ininfluenti, ma che, al contrario, aiutano non poco a definire non solo i tratti caratteristici del tessuto sociale urbano in quelle determinate zone, ma anche, come vedremo, aspetti inconsueti ma non meno interessanti, e comunque sempre pertinenti, del variegato universo dell’arte.

Troviamo infatti nella pubblicazione, dati del tutto inediti che documentano –attraverso i registri degli stati delle anime- quali fossero attività, professioni e mestieri, spesso tramandati di padre in figlio, collegati per la loro tipicità con la presenza stanziale o saltuaria tanto di illustri famiglie, quanto di artisti, pittori scultori e architetti, a volte anche di acclarata notorietà oltre che di consolidate referenze, attivi in quel periodo in quel dato contesto.

Nota ad esempio Alfredo Marchionne Gunter, nel suo importante studio relativo alla chiesa dei Santi XII Apostoli “come fosse ricco e articolato il legame fra le varie personalità residenti ai SS.Apostoli con artisti di buon livello quali Paolo Anesi e il francese Adriaen Manglard”. Ma colpiscono, al di là degli aspetti statistici, anche i dati di costume –di gossip, diremmo oggi- riportati dallo studioso e collegati alle illustri presenze registrate in quella come in altre importanti parrocchie; nella strada di S. Romualdo, scrive ad esempio l’autore, viveva la bellissima Flavia Theodoli, chiamata per la sua avvenenza “il fiore dei sette colli”, e fra i residenti provvisori più illustri viene annoverata Maria Clementina Sobieski, la sfortunata consorte dell’erede al trono di Inghilterra Giacomo III Stuart, considerata -probabilmente in negativo, se guardiamo all’infelice condizione in cui venne a trovarsi- “protagonista delle cronache romane”.

Per altro verso fanno impressione i numerosi incidenti e le tragedie quasi sempre mortali sul lavoro, come pure gli incendi improvvisi, nonché gli scostamenti demografici tra un giubileo e l’altro. In Santa Maria in Trivio, annota Paola Costantini, l’anno giubilare 1700 “è il più ricco di presenze artigiane” che poi però declinano :“i falegnami calano sensibilmente nel 1750”. Esattamente il contrario di quanto avviene in San Nicola dei Prefetti dove, come scrive Agnese Morano “l’incremento demografico delle famiglie censite è in costante crescita nel corso del Settecento …. e si sviluppa in modo analogo (a quello) delle presenze di artisti e artigiani”, pur essendo tale parrocchia “considerata area di transito da buona parte dei suoi residenti” tra i quali comunque era annoverata la famiglia di Ferdinando Fuga.

Ma presenze di altre personalità artistiche di gran rilievo sono registrate –insieme ovviamente a quelle rimaste poi escluse dalla notorietà- un po’ ovunque. Giovanni Paolo Panini risiede dal 1725 per un decennio, secondo quanto riporta Simona Sperindei nel suo notevole contributo sulla chiesa di San salvatore in Campo, in un appartamento di palazzo Ossoli, in via dei Balestrari, nello stesso appartamento dove subito dopo è registrata la presenza di Sebastiano Conca.

Rita Randolfi, in un saggio molto accurato dedicato alla parrocchia di santa Susanna, rileva “una situazione abitativa legata al passaggio degli stranieri, attratti dalla bellezza delle produzioni di Michelangelo ma soprattutto di Bernini e Borromini”; la studiosa annota la registrazione nello stato delle anime di importanti pittori come Giuseppe Bartolomeo Chiari con il fratello Tommaso, Felice Giani, Giuseppe Pozzi, ma soprattutto di scultori di gran rilievo di differenti generazioni, quali Fancelli, Ottoni e Rusconi, nei primi due anni giubilari, e poi Maini, quindi Finelli, Tenerani, Tadolini, Thorwaldsen, Galli ed altri ancora, tutti concentrati tra via della Purificazione, via del Babuino, via Sistina, via Quattro Fontane; siamo del resto nei pressi di palazzo Barberini e gli artisti “considereranno di lì a poco i propri atelier non solo botteghe in cui si sbozza il marmo, ma vetrine di esposizione di opere antiche e moderne … da vendere direttamente ai collezionisti dando vita ad un fenomeno che si intensificherà nel secolo successivo”.

Questa importante annotazione induce peraltro ad ulteriori deduzioni. Va detto in effetti che lo studio dell’ambito sociale e antropologico dentro il quale si poneva – e si pone- lo svolgimento del lavoro artistico solo da poco è stato considerato dalla critica più avveduta tra gli elementi determinanti per riuscire a capire come tutto ciò che è pertinente ad un’opera d’arte, ad un’operazione creativa –anche cioè l’impegno di maestranze artigianali o manovali – possa in realtà interagire con l’immaginario collettivo del pubblico dei fruitori. Né la cosa deve sorprendere se pensiamo che l’artigianato romano indicava il livello del gusto e i prototipi da imitare in tutto il mondo e se, di conseguenza, nei vari contributi degli studiosi, sono registrati un po’ tutti i mestieri : “linaroli, lanari, tintori, arazzieri” e poi stampatori, incisori, falegnami, capomastri, indoratori,, e così via. E ancor più interessante è notare come i loro stanziamenti corrispondano quasi sempre alle esigenze del contesto.

In questo senso, crediamo che l’impostazione data dalla Debenedetti all’impianto del suo lavoro attuale (e futuro, se è vero quello che viene annunciato nella sua Introduzione al volume) possa essere inquadrata proprio nella logica di un contributo al rinnovamento metodologico inerente la ricerca nell’ambito della storia dell’arte, che mira ad allargare i confini della storiografia artistica, anche rivalutando temi di indagine a volte trascurati, magari perché ritenuti troppo prossimi al folklore.

Del resto, pur restando nel mondo della cultura settecentesca, anche tra chi combatteva aspramente l’esperienza dell’età barocca, resta viva un’idea dell’arte come spazio specifico, autonomo, entro il quale l’elemento umano latu sensu ha un suo consolidato spazio: eredità questa di un principio -che non verrà sostanzialmente scalfito nel corso del secolo- secondo il quale l’arte doveva generare piacere (“E’ del poeta il fin la meraviglia / Parlo dell’eccellente …”); la cultura settecentesca si assumerà l’onere di circoscrivere in itinere l’edonismo barocco dentro un ambito definito dalla ‘ragione’.

Descartes non aveva certo delineato nel suo Discours de la Methode (1637) gli elementi di una teoria artistica; è ben vero però che l’arte –sulla base dei suoi stessi principi- veniva giudicata come prodotto di facoltà umane quali l’immaginazione, che per assumere valore andavano sottoposte al vaglio del giudizio logico; in questo senso tutte le componenti del lavoro creativo sono partecipi del giudizio complessivo. Di qui l’impressione, che ovviamente nasce oggi, a posteriori, che la produzione artistica si configuri in realtà in quello scorcio di anni come una sorta di grande laboratorio dove la sperimentazione e la ricerca di nuovi temi si affianca alla tendenza ad assecondare i gusti del pubblico, e di conseguenza il rapporto arte-società diviene un problema centrale per cogliere il senso di quanto stesse accadendo in campo artistico.

Per fare solo un esempio, si può affermare che resti quasi completamente inevasa nel primo Settecento la questione concernete il concetto di ‘bello’: se infatti consideriamo quanto si veniva elaborando allora negli scritti sull’arte ci si accorge come in definitiva rimanga in vigore l’idea di ‘bello’ adottata tradizionalmente e collegata ai valori della proporzione tra le parti, cioè a dire della omogeneità e della ordinata connessione di tutti gli elementi di una composizione. E dentro questa curvatura gli elementi per così dire complementari evidentemente non ricoprivano affatto un ruolo ininfluente.

L’indagine promossa dalla Debenedetti non si riduce quindi ad un mero esercizio compilativo o archivistico; al contrario, questo metodo di lavoro comporta un approccio allo studio della produzione artistica che attribuisce particolare rilievo agli effetti sul fruitore, e in ogni caso gli elenchi dettagliati delle attività e dei mestieri che ci vengono proposti lasciano intravedere, come in parte già abbiamo visto, anche un quadro dei ritmi e delle consuetudini che scandiscono la vita intorno alle chiese prese in esame, messi in evidenza dal tipo di stanziamenti annotati.

Non è difficile infatti immaginare – e le schede redatte dagli studiosi regolarmente ne danno ampio riscontro- come certi mestieri fossero tipici di maestranze di una determinata provenienza geografica, oppure che per alcuni lavori esistesse una sorta di vincolo familiare che ne salvaguardasse l’appartenenza oltre che l’originalità anche attraverso matrimoni combinati.

Antonella Pampalone, ad esempio, nel suo saggio relativo alla chiesa di san Lorenzo in Lucina scrive di “fratelli che praticano lo stesso esercizio ammogliati con donne, tra loro sorelle, a loro volta figlie di artisti di mestiere analogo “, oppure di “vedove che si accasano di nuovo con colleghi dei mariti defunti, o artigiani che per spirito di solidarietà ospitano gli orfani dei colleghi defunti per avviarli al mestiere”; a leggere queste note e quegli elenchi sembra insomma di trovarsi di fronte a dei circoli chiusi molto difficili da poter penetrare, proprio perché in qualche modo erano in grado di garantire e salvaguardare chi vi appartenesse, dal momento che la più efficace esperienza era rappresentata dal tirocinio sul posto di lavoro dove si potesse acquisire un’adeguata formazione per poter poi organizzare al meglio la propria attività, cosa che non era certo possibile a chiunque lo desiderasse.

Ma il volume curato dalla Debenedetti propone molto di più; infatti nei saggi della curatrice, e poi di Rosella Carloni, Maria Celeste Cola, Paola Costantini, Agnese Morano , Antonella Pampalone, Rita Randolfi, Simona Sperindei, Matteo Borchia, Alfredo Marchionne Gunter compaiono note e approfondimenti aggiornatissimi sulle chiese parrocchiali dei Rioni presi in esame che certamente attireranno l’attenzione e la curiosità del lettore.

E la ricerca sulla parrocchia di San Nicola in Arcione di Elisa Debenedetti ne è una chiara testimonianza, con la ricostruzione precisa e documentata delle origini, delle caratteristiche artistiche e architettoniche, delle successive trasformazioni e adattamenti, anche dal punto di vista urbanistico, che ne fanno un caso di specie: ”Bisogna tener presente –scrive la studiosa- come l’area urbana, dalla forma stretta ed allungata, era caratterizzata da una orografia piuttosto irregolare determinata in parte dalla presenza del colle del Quirinale, che assumeva il ruolo di vera e propria spina dorsale del sistema. La residenza pontificia, ubicata sulla sommità dell’altura, si rilevava un elemento catalizzatore ed aveva inoltre provocato la progressiva trasformazione dell’edificato minuto in quello tipicizzato dei casamenti d’affitto; a ciò concorreva il fatto che la zona occidentale del rione, posta a valle del colle, aveva il nucleo principale nella piazza di Trevi destinata a divenire, con la realizzazione dell’acqua Vergine, il fulcro di un connettivo urbano caratterizzato appunto da abitazioni con botteghe, rimesse e depositi”.

La lunga citazione consente di capire le caratteristiche e l’importanza di quest’area –dominata dal Quirinale- e come quindi essa fosse assai popolosa nonostante “l’estensione abbastanza ridotta” , dove non casualmente “la presenza degli artisti, per lo più riuniti in fitte compagnie familiari, si equilibri armoniosamente con quella degli artigiani tout court”. Tra questi ultimi “celebri famiglie di capomastri di origine lombarda e piemontese” e poi “stampatori” e “committenti degli stampatori” , “incisori in rame”, e naturalmente pittori e scultori oltre che “scenografi teatrali”, certamente in forza della presenza della Accademia dell’Arcadia trasferitasi nel corso del Settecento nel Palazzo Del Drago, “posto proprio dinanzi a San Nicola all’inizio di via in Arcione”.

La domanda che può sorgere leggendo queste note tanto dettagliate, come pure quelle che appaiono un po’ in tutti i contributi che compongono il volume e relative ai contesti, è se da esse si può ricavare un qualche significato teorico. Preoccupa in effetti, a volte, l’enfasi posta da non pochi studiosi sull’arte considerata ‘colta’, a scapito di altri elementi che sono relativi ai modi in cui gli individui di tutte le classi sociali e di tutte le culture vi interagiscono, come si può facilmente constatare dai dati emersi dalle ricerche pubblicate.

In realtà parlare in termini superficiali o trascendenti del contesto e considerare i dati e gli elementi per così dire meno privilegiati di esso alla stregua di detriti della storia vuol dire –a nostro parere- fare un lavoro non storico; è perciò evidente che per un’analisi appropriata occorra far riferimento anche agli ambiti propri dell’indagine sociologica e antropologica da saldarsi evidentemente con il procedimento storico.

E in questo senso ci pare di poter dire che vadano le ricerche di Elisa Debenedetti e degli altri studiosi, di fronte ai quali sta ora il compito di combinare l’enorme abbondanza di dati e testimonianze con le strategie metodologiche che consentono di dar loro un senso definito; insomma, il cantiere aperto da tanti anni è ancora in piena attività.