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16 maggio 2017   e  
25 maggio 2017



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Il Vescovo di Chioggia

É ANCORA LEGITTIMO DIFENDERSI?

In base all’art.52 del Codice Penale sembrerebbe di si, ma le condizioni che esso pone per riconoscere la legittima difesa sovente sovvertono la posizione dell’aggredito in imputato.
lunedì 1 maggio 2017 di Sandro Meardi

Argomenti: Attualità

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Sta facendo ancora discutere il caso del Sig. Mario Cattaneo, proprietario di un’osteria nel lodigiano che, come in casi simili, in una notte dello scorso marzo ha affrontato, imbracciando il proprio fucile da caccia legittimamente detenuto in casa, una banda di ladri introdottisi nella suo esercizio commerciale. Dalla colluttazione che ne è derivata e dagli esiti della quale il Sig. Cattaneo ha potuto mostrare lividi ed ematomi sul corpo, è partito un colpo accidentale che ha ferito a morte un giovane rumeno componente la banda.

É ora al vaglio della magistratura la dinamica dell’accaduto per stabilire, in primis, la volontarietà o meno del colpo di fucile, ma resta allo stato attuale che al Sig. Cattaneo, già durante le prime medicazioni al pronto soccorso, siano state rilevate le impronte digitali in qualità di “formalmente indagato per omicidio volontario”.

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Mario Cattaneo

Questo il breve resoconto di quanto accaduto ad un uomo, per altro anziano, ritrovatosi nel tritacarne della giustizia italiana per aver tentato, non di farsi giustizia da solo, ma per difendere l’incolumità dei propri cari (in casa con lui c’erano i suoi due nipotini) e la proprietà dei beni costruita in anni di onesto lavoro.

Viene immediato chiedersi come sia possibile tutto ciò. Come sia possibile cioè che di fronte alla violazione del proprio domicilio, che già di per sé rappresenta una minaccia, il tentativo di difesa del legittimo proprietario possa tramutarsi, in caso di danno grave arrecato al ladro o presunto tale (sebbene in certe circostanze la presunzione del tipo di offesa e le reali intenzioni criminose non siano certo facili da accertare in tutta la loro reale portata) in una sorta di capovolgimento delle rispettive posizioni, finendo per essere indagati per il reato di eccesso di legittima difesa, sino a quello di omicidio volontario come accaduto all’oste del lodigiano.

Piaccia o no è così! Pur non intendendo addentrarmi in tecnicismi giuridici, l’art. 52 del codice penale stabilisce che per essere riconosciuta la legittima difesa, sia nell’azione di tutela della propria incolumità e dei propri cari, sia di beni legittimamente posseduti, essa possa esercitarsi attraverso l’uso della forza, sia pure con oggetti (leggasi anche armi) atti allo scopo, purché non eccedente proporzionalmente alla tipologia ed entità dell’offesa o al valore dei beni che s’intende difendere.

Sfido chiunque non abbia il coraggio che vada oltre quello di alzare le mani, davanti ad una rapina dentro la propria abitazione, attività o esercizio commerciale, a fare un’analisi ragionata, così come regolamentata dall’art.52 del codice penale, e non emozionale. In altre parole, anche un semplice bastone, e non già necessariamente un’arma da fuoco se brandeggiato con eccessiva perizia e violenza tali da arrecare danni proporzionalmente sbilanciati rispetto alle modalità di offesa, può costituire elemento per ritrovarsi indagato per lesioni, più o meno gravi, o addirittura per omicidio volontario e con tanto di richiesta di risarcimento da parte della “vittima” o dei parenti di quest’ultima, che in alcuni casi è stata stimata dalle sentenze sin qui emesse, in qualche centinaio di migliaia di euro. Incredibile vero? Eppure è così!

Vorrei riportare, perché hanno trovato largo consenso, le parole del Vescovo di Chioggia, Monsignor Adriano Tessarollo che all’indomani di una sentenza emessa a carico di una persona trovatasi nelle stesse circostanze del Sig. Cattaneo ebbe a scrivere, rivolgendosi al giudice di primo grado che aveva condannato l’aggredito: “Mi permetta un’ironia, signora giudice: quello che non era riuscito forse a rubare il ladro da vivo – aveva scritto il prelato nelle pagine del settimanale diocesano Nuova Scintilla – glielo ha dato il giudice, completando il furto alla famiglia; un bel vitalizio ottenuto per i suoi familiari, con l’incidente accadutogli nel suo ‘lavoro di ladro’!”.

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Vignetta (cliccarci sopra per ingrandire)

Il giudice aveva infatti stabilito, oltre ad una pena di due anni e otto mesi di reclusione a carico dell’aggredito, un risarcimento di 325 mila euro per i ’danni’ patiti dalla madre e dalla sorella della vittima. “Se la legge e chi la rappresenta hanno il compito di educare all’uso proporzionato della forza nella legittima difesa – aveva aggiunto il Vescovo – non bisogna neanche correre il rischio di trasmettere un messaggio del genere: “violenti, scassinatori e ladri, continuate tranquillamente la vostra criminale attività, tanto qui siete tutelati per legge, perché nessuno deve farvi del male mentre siete nell’esercizio del vostro ‘lavoro’”.

C’è forse da aggiungere altro? Se c’è, lo lascerei a coloro i quali ritengono che la legittima difesa, come oggi regolamentata ed applicata in Italia, vada bene così, per non rischiare di uccidere babbo natale come nella vignetta. Mi limiterei soltanto a citare il caso accaduto a Budrio nel bolognese il 2 aprile scorso. Nel tentativo di sventare una rapina nel proprio bar, il Sig. Davide Fabbri reagendo disarmato al malvivente, è stato assassinato da quest’ultimo con un colpo di pistola al petto.

Due episodi, quello nel lodigiano e quest’ultimo, analoghi ma specularmente significativi, purtroppo, rispetto all’esito finale che pare proprio non lasciare scampo a chi è oggetto di rapina. Vietato reagire! Delle due l’una: o si reagisce armati di qualcosa che possa offendere l’assalitore, rischiando però di finire indagati per eccesso di legittima difesa o farlo a mani nude rischiando di fare la fine del povero Sig. Fabbri. La terza ipotesi è quella appunto di non reagire affatto, contravvenendo però all’istinto di conservazione difficile da attuare per tutti. Penso ce ne sia abbastanza per comprendere il motivo per il quale intorno alla legittima difesa si sia aperto nel nostro Paese un dibattito tanto acceso.

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Fiaccolata a Budrio

Appare persino superfluo ricordare, se non fosse per tutti coloro che lo hanno dimenticato, come l’essere umano preso come singolo individuo o inteso come genere umano nel corso della propria evoluzione, trascorra la propria esistenza difendendosi per sopravvivere.

Chi di noi non ricorda le palafitte studiate a scuola attraverso le quali già l’uomo del neolitico e dell’età del bronzo si difendeva dai vari insulti che la natura poteva arrecare? Con il fuoco prima e con il riscaldamento poi, nelle nostre confortevoli case ci difendiamo dal freddo. Oggi anche il caldo è divenuto una minaccia e ci difendiamo da esso con i condizionatori o i climatizzatori anche dentro le automobili.

Difendiamo la salute dalle malattie con le medicine; talvolta, i più scrupolosi, si difendono in via preventiva, facendo uso di vaccini e di tutto l’armamentario che la scienza medica mette a nostra disposizione. In passato ciò che era invisibile faceva ancora più paura: virus e batteri sempre pronti ad assalirci, tanto che qualsiasi genere vivente ha elaborato e reca con se un sistema di difesa chiamato immunitario. Molti, grazie all’aiuto degli specialisti della mente, si difendono da paure impalpabili, quelle cosiddette inconsce. E gli esempi non finirebbero mai.

Ma la difesa, quella più strutturata, come oggi la conosciamo e che mantiene in vita gli eserciti e le polizie di tutto il mondo, è quella contro l’eventuale offesa portata da altri uomini. Insomma, un’intera vita spesa a difenderci senza neppure averne più cognizione; mai come nella legittima difesa il giusnaturalismo dovrebbe avere il primato rispetto al diritto positivo, tanto è la propensione ad essa connaturata allo stesso genere vivente.

Probabilmente solo nella parabola evangelica del porgere l’altra guancia, che non è qui il caso di approfondire, troviamo un’inversione di tendenza al concetto di difesa attiva, ma francamente non so e non m’interessa sapere, quanti siano disposti a seguirne il precetto.

Tutta questa spicciola filosofia per dire cosa?

Per dire ciò che siamo: esseri umani con il sacrosanto diritto-dovere di difendere noi stessi ed i nostri cari quando minacciati; e vorrei ricordare che non abbiamo tutti la medesima percezione di minaccia, specie quando assaliti nella propria abitazione. Proprio laddove, cioè, ci si sente o ci si dovrebbe sentire più al sicuro.

E scarsa rilevanza giuridica sembra avere anche il concetto di legittima difesa putativa, vale dire la scusabilità della reazione dell’aggredito se questa non è suffragata da fatti concreti ed oggettivi, ma soltanto dalla mera percezione della minaccia soggettiva che però nemmeno la violazione del proprio domicilio è sufficiente oggi a darne la certezza.

É appena il caso di non ridicolizzare il codice penale, quando se ne pretende la consultazione per rendere proporzionale la difesa all’offesa, auspicando la calma serafica in... certi momenti non augurabili a nessuno.

Se persino nella tranquillità dei tribunali, dove magistrati e avvocati masticano il codice per professione, s’impiegano anni, troppi in Italia, per stabilire le responsabilità ed emettere condanne o assoluzioni, come si può pensare di vederlo applicato alla lettera e nello spirito, da colui il quale dentro la propria abitazione, magari in pantofole davanti alla televisione, è minacciato improvvisamente dalla canna di un fucile, sino a ritenerlo un assassino nel tentativo di difendersi?

L’istinto di conservazione, piaccia o no, è inscritto nel DNA e ci appartiene. “Addomesticarlo” è compito di culture progredite, come è compito delle stesse, a maggior ragione, addomesticare l’aggressione, fornendo ai cittadini gli strumenti preventivi e repressivi, singoli e collettivi, giuridici e legali per combatterla.