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1 ottobre 2017   e  
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QUANDO LA GUERRA DIVENTA ASIMMETRICA

Dai test balistici della Corea del Nord al fanatismo ideologico e/o religioso passando per le armi di distruzione di massa
sabato 1 aprile 2017 di Sandro Meardi

Argomenti: Attualità
Argomenti: Guerre, militari, partigiani


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Il club dei Paesi in possesso dell’arma nucleare si arricchisce ogni giorno di più. Dal giorno in cui si levarono i lugubri funghi su Hiroshima e Nagasaki ad opera degli Stati Uniti, anche Unione Sovietica (oggi Russia), Cina, Israele, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Corea del Nord, Iran, Iraq e Libia (sotto la presidenza pro-tempore in questi tre ultimi casi rispettivamente di Mahomoud Ahmadinejad, Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi), hanno dato vita ad una rincorsa alla ricerca nucleare per scopi bellici. La moratoria chiesta dalle Nazioni Unite al riguardo, con il ’Trattato di non proliferazione nucleare’ (NPT), non è stata sottoscritta da tutti i Paesi del mondo, mentre la Corea del Nord ne è uscita anni dopo averlo firmato. L’aspirazione di un qualunque dittatorello del mondo è e resta sempre la stessa: sedere al tavolo delle potenze nucleari.

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Kim Yong-un

Come sta facendo il dittatore Nord Coreano Kim Yong-un appunto, che continua gli esperimenti ’pirotecnici’ incurante delle risoluzioni dell’ONU e delle condanne internazionali, lanciando missili balistici nel mar del Giappone per testarne le capacità in termini di altitudine e gittata, assaporando l’idea e accarezzando l’ipotesi di poterli armare di testata nucleare. Ultimi, in ordine di tempo, quattro missili lanciati dal regime di Pyongyang il 6 marzo 2017.

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Mahomoud Ahmadinejad
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Saddam Hussein
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Mu’ammar Gheddafi

Viene da dire che la guerra fredda è finita da tempo, ma la pace calda che ne è seguita, rischia di farsi rovente. Sulle macerie del muro di Berlino sul quale era stato eretto l’equilibrio del terrore, quello appunto nucleare tra Est ed Ovest, si sono aperti oggi inediti scenari conflittuali; nuove sfide e nuove contrapposizioni. Un testa a testa tra vecchie, stanche democrazie e nuovi, aggressivi totalitarismi, più o meno teocratici, più o meno mascherati da fede religiosa, ma mossi dall’aspirazione al progresso tecnologico, inteso come il monoteismo degli anni duemila e tale da garantire ogni presunta forma di supremazia.

Il pericolo insito per l’umanità, stanti gli arsenali, atomici e non, di cui essa dispone, è l’imbarbarimento dell’Occidente pseudo legittimato, nella sua involuzione, da iniziative e misure di difesa sproporzionate, in risposta agli assalti terroristici dei quali è fatto oggetto; nel contempo avviene la corsa, da parte dei nuovi ’barbari’, all’acquisizione di armi di distruzione di massa, senza che ci sia su di esse un reale, efficace controllo sovranazionale sull’uso sconsiderato che potrebbe farsene.

Proprio così! Siano abituati a pensare alla bomba atomica come quella all’uranio, sganciata su Hiroshima, capace di distruggere una città intera, con conseguenze incalcolabili per gli anni successivi, sul territorio e sui sopravvissuti dopo l’ora X. In realtà, già con la successiva bomba su Nagasaki, l’America sperimentava l’uso dell’atomo ricorrendo al plutonio, meno pesante dell’uranio, alleggerendo così l’ordigno senza però sacrificarne il potere distruttivo. Sin d’allora nasceva con l’adozione degli isotopi del plutonio, sebbene ancora rudimentalmente, l’atomica come arma tattica e non già soltanto strategica come quella che mise fine al conflitto con il Giappone, piegandolo ad una resa che, comunque, era già segnata dalle sconfitte aeronavali patite dalla flotta del Sol Levante nell’Oceano Pacifico.

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Nube tossica

La bomba atomica, o più correttamente oggi, la bomba H (termonucleare all’idrogeno), ha avuto, come si diceva in precedenza, una sua evoluzione come possibile arma tattica e che, in quanto tale, ha insiti diversi vantaggi, se così possiamo definirli. Ad iniziare da quel potere virtuale che ha sempre avuto, qual è la deterrenza o potere di dissuasione come li abbiamo conosciuti durante gli anni della guerra fredda ed ai quali si è aggiunto il potere di compellence, vale a dire quella sorta di diplomazia coercitiva che non esclude la possibilità di un suo uso reale senza tuttavia imprimere ad essa le capacità distruttive di ’little boy’, nome che venne attribuito alla bomba fatta esplodere su Hiroshima.

C’è poi da ricordare il relativamente modesto know-how tecnologico richiesto per i vettori sui quali essa può essere installata ed infine l’impiego, politicamente graduabile, per addivenire alla risoluzione di conflitti di portata regionale, come quello tra India e Pakistan ad esempio o anche per l’ annosa disputa arabo-israeliana della quale gli ex-presidenti iraniano Mahomoud Ahmadinejad e libico Mu’ammar Gheddafi non fecero mistero di volervi porre fine, cancellando Israele dalla cartina geografica; salvo poi essere messi a tacere prima, con i ripetuti raid aerei israelo-anericani sui siti sospettati di essere centri di ricerca nucleare a scopo bellico e, dopo, con le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) da essi non autorizzate in via preventiva.

Resta dunque l’insidia più grande della tecnologia nucleare, che è insita nella sua possibile diversificazione d’uso, camuffandone le ufficiose applicazioni militari con le ufficiali dichiarazioni di finalità pacifiche d’uso civile. Il ’dual use’ di materiali e tecnologie, come si è soliti chiamarlo tra gli addetti ai lavori, e non soltanto in campo nucleare, presenta un confine piuttosto complesso da demarcare, per distinguere appunto gli scopi di natura civile da quelli bellici, richiedendo pertanto la massima attenzione internazionale sulla produzione, importazione-esportazione, stoccaggio e commercio di materiali e tecnologie che si prestano facilmente ad un uso duale. E le cosiddette armi di distruzione di massa, al pari dell’arma nucleare, siano esse chimiche, biologiche o radiologiche ne sono un emblematico esempio.

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Attacco aereo alle torri gemelle

Un apparente, innocuo diserbante, opportunamente manipolato, può diventare un’arma chimica e rivelarsi letale per migliaia di persone se disseminato in qualche modo tra la popolazione civile di una città. E’ sin troppo immediato andare con la memoria agli attentati terroristici avvenuti nella metropolitana di Tokio nel 1995, attraverso l’uso di gas nervino sarin o quando, negli Stati Uniti, il terrorismo fece uso del batterio dell’antrace, a distanza di un sola settimana dall’attentato alle torri gemelle. L’inquinamento di falde acquifere o l’avvelenamento di bacini per il rifornimento idrico divennero, un po’ in tutto il mondo, all’indomani del multi attacco aereo terroristico dell’11 settembre 2001, la preoccupazione principale, tanto da generare tra gli analisti delle difese nazionali, mappe dettagliate di quelli che furono e sono tutt’ora siti sensibili da tenere sotto stretta sorveglianza per prevenirne possibili attacchi con armi non convenzionali.

Da allora, la dottrina di guerra asimmetrica (quella cioè, tanto per semplificare, ove una delle due parti in causa non riconosce e tanto meno è disposta ad applicare ad esempio le Convenzioni di Ginevra, scritte con l’intento di ’umanizzare’ la guerra, distinguendo in primis tra l’inviolabilità di siti civili ed obiettivi militari) che ne è derivata, ha imposto un ripensamento rispetto alla possibile conduzione di un conflitto che non ha precedenti nella storia. Guerriglia e terrorismo sono diventate le due principali modalità di combattere attraverso le quali il ’nemico’ si è fatto puntiforme. Il singolo essere umano si trasforma in proietto, armato con ’testa di guerra’ di se stesso imbottito di esplosivo, come nel caso degli attentati suicidi su obiettivi civili. Egli non è più al di là di una trincea o demarcato oltre confini territoriali dati; non è spesso identificabile nemmeno attraverso una bandiera o una ideologia che quantomeno ne simboleggi lo status di appartenenza. Per le esperienze, spesso tragiche, con le quali esso si è mostrato negli ultimi anni, ha però lasciato una traccia del suo movente ostile. Mi riferisco al fanatismo religioso, ove persino il ’martire suicida’ è capace di esercitare il suo fascino e la sua attrattiva presso un numero crescente di giovani generazioni, dando luogo a quel fenomeno conosciuto con il nome di foreign fighters (letteralmente: combattenti stranieri).

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Martiri suicidi

Difficile tracciare un identikit univoco di chi siano costoro e soprattutto perché abbraccino la guerra santa (jihad) dell’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (ISIS), o Dāʿish o Califfato che dir si voglia. Tra essi sono annoverabili tanto i giovani delle prime generazioni musulmane cresciuti ed apparentemente integrati in Occidente, quanto i convertiti, radicalizzati ed arruolati dell’ultima ora di origine affatto musulmana. Una risposta è rintracciabile nelle parole di Oriana Fallaci, che al di là della sua nota posizione contraria all’Islam tout-court, ha però rinvenuto in esso degli elementi valoriali, al punto di farne apprezzare alcune caratteristiche che le società occidentali non hanno o hanno smesso di avere, finendo con il divenire catalizzatore ideologico: ’Loro (i fondamentalisti islamici) hanno qualche cosa che noi non abbiamo ed è la passione. Hanno la fede e la passione. Nel male, in negativo, ma l’hanno. Noi non l’abbiamo più, l’abbiamo persa; la nostra forma di società ha inaridito l’animo, ha inaridito il cuore della gente. Persino nei rapporti amorosi c’è meno passione. In quanto alla fede, nel nostro mondo è una parola quasi sconosciuta. Loro sono più stupidi di noi, ma sono profondamente appassionati, dunque più vitali. Persino la guerra, che è un atto di passione – passione in negativo, la ferocia, il sangue -, è diventata sterile, pulita. Questa mancanza di passione si riflette nella nostra vita quotidiana, perché, al posto della passione abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio. Tutto quello che siamo è frutto di raziocinio, non di passione’. [1]

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Carl von Clausewitz

Come dar torto all’autrice del romanzo ’Insciallah’? Persino nelle parole, tratte dalla sua monumentale opera ’Della guerra’ del noto stratega prussiano, il Generale Carl Von Clausewits, è rintracciabile qualcosa di molto simile quando afferma che: ’la guerra è atto di forza, ma di necessità è anche faccenda dell’anima’. L’Occidente invece combatte, quando combatte, avendo elaborato la filosofia a zero perdite, detta anche, non a caso, guerra post-eroica. La sua storia più recente, caratterizzata da due sanguinosi conflitti mondiali, glielo impone. Ma questo, oltre ad essere un pregio nella ricerca di una pacifica convivenza, è anche il motivo che può decretarne la sua fatale impreparazione davanti alle sfide asimmetriche al quale è messo di fronte. Probabilmente le sole risposte muscolari tipo quelle invocate ed in via di adozione, a pochi giorni dal suo insediamento, dal neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, non sono tra le più efficaci e nemmeno tra le più condivisibili, per quel rischio di regressione verso l’imbarbarimento dell’Occidente al quale si faceva cenno sopra trascurando, invece, il potenziamento dei think tank ed il massimo coordinamento delle intelligence mondiali, vere armi decisive contro il terrorismo internazionale di oggi e di domani.

[1] Tratto dall’intervista: ’Accetto la morte ma la odio’ rilasciata dalla scrittrice al quotidiano ’La Stampa’ il 16 dicembre 2001.