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RESISTENZA

Capire la Resistenza

Sono passati 70 anni dall’inizio della Resistenza italiana
sabato 1 marzo 2014 di Anna Maria Casavola

Argomenti: Storia


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Sono passati 70 anni dall’inizio della Resistenza italiana – quella europea comincia ben prima dell’8 settembre 1943 - e dal fenomeno massiccio delle deportazioni dei militari italiani verso i campi di concentramento della Germania e della Polonia. Questi anni rappresentano un arco di tempo sufficiente a permettere un ripensamento sereno e spregiudicato della Resistenza e soprattutto a chiederci se sia entrata o no a far pare dell’identità degli italiani della seconda metà del 900 ed oltre. Diciamo subito che alla Resistenza hanno nuociuto sia la retorica celebrativa dei primi tempi in realtà degli anni 60, compresi la tendenza agli accaparramenti monopolistici da parte della sinistra, sia la campagna denigratoria degli avversari nostalgici con i tentativi di nascondere, minimizzare la tragica realtà del totalitarismo nazifascista

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Parma 8_9_43

Se interroghiamo un italiano di oggi di comune cultura, sulla seconda guerra mondiale, constateremo che del nazifascismo conosce la persecuzione agli ebrei – e questo è un grande merito della comunità ebraica mondiale - e che grazie ai film e ai media si è fatta un’idea dei campi di sterminio, ma poco o nulla sa sulle deportazioni dei civili e dei militari perché su entrambi i fenomeni c’è stato l’oblio.

Negli anni passati – bisogna ricordare – fu messa in atto una vera e propria opera di smantellamento e di rimozione della Resistenza, opera che si è ammantata dell’abito della necessità di una conoscenza scevra di pregiudizi ma che a volte ha preso la strada semplice e provocatrice dell’accreditamento di vere e proprie falsificazioni. Di ciò era possibile rendersi conto nel rapporto con i giovani delle scuole secondarie e dei primi anni di università, tra i quali erano diffusi disinformazione e ignoranza dei fatti , di uomini, idee , istituzioni Tra l’altro c’è da dire che solo con il ministro della pubblica istruzione Luigi Berlinguer, nel primo governo Prodi, è diventato obbligatorio lo studio del 900 nell’ultima classe delle superiori, poiché purtroppo, per un malinteso senso di imparzialità, la tradizione della scuola italiana è stata sempre quella in cui si finiva di sapere di più di storia romana che di storia d’Italia

Parlando di Resistenza, il primo pregiudizio da smontare e assai diffuso è che, al di fuori della lotta armata, tutto sia stato attendismo e passività. Tale punto di vista è stato acquisito dalla destra per accentuare il ruolo di liberatori degli Alleati anglo americani e sminuire quello dei resistenti

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Immagini della Resistenza a Roma

Grazie a Dio però dagli anni 90 del secolo scorso è iniziata lentamente a cambiare nella storiografia sulla Resistenza l’ottica degli storici, se prima l’interesse era puntato quasi esclusivamente sulla lotta armata e quindi sulla guerra partigiana, oggi senza nulla togliere ai meriti dei combattenti, si è arrivati ad includere nel concetto di Resistenza anche quelle azioni collettive che rientrano nell’idea di lotta non armata, finalizzata però sempre all’opposizione al nazifascismo. Si è capito insomma che anche senza armi, o per scelta o per impossibilità, si può agire con rischi non inferiori a quelli di chi ricorre alle armi. Questo ha portato alla valorizzazione del contributo dei cosiddetti soggetti deboli cioè le donne, i ragazzi ed anche i militari italiani ridotti allo stato di prigionieri in mano ai tedeschi, ma che tuttavia avevano opposto il loro rifiuto ad ogni forma di collaborazionismo.

Quando si è superata la logica della militarizzazione che ha per molti anni condizionato la ricerca storica dopo la fine della guerra (pensate che il decreto luogotenenziale del 21 agosto 1945 n. 518 presso il ministero della Difesa, riconosceva come partigiano combattente solo chi aveva fatto, in un’organizzazione partigiana, almeno tre operazioni armate ) e grazie anche all’apertura di archivi sia pubblici che privati, prima inaccessibili, si è fatta la scoperta di una resistenza popolare, diffusa, spontanea e trasversale, attuata senza uso delle armi e anche a volte senza collegamenti diretti con la lotta partigiana., come ad esempio il boicottaggio, la controinformazione, l’assistenza ai soldati sbandati, agli ebrei, ai perseguitati politici. E questa ricerca ha finalmente compreso come resistenti la categoria degli internati militari, in un primo momento confusi con la massa comune dei reduci di tutte le prigionie.

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Guerra civile
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Ed ora veniamo alle chiavi di lettura che, a distanza di tempo, di questo periodo sono state date, di cui le più famose sono quella di morte della Patria (Renzo De Felice ed Ernesto Galli Della loggia) e di guerra civile (Claudio Pavone). Entrambe queste definizioni, a noi sembra, non si ritrovano nel vissuto di quei pochi anni che ora è possibile ricostruire attraverso l’immenso materiale diaristico e memorialistico. In esso infatti si constata un rinnovato senso e attaccamento alla Patria, che si ravvisa anche nel modo con il quale i resistenti amano definirsi, non partigiani, ma patrioti infatti le ultime parole strozzate dei condannati a morte sono sempre un grido d’amore all’Italia, la Patria. Il termine guerra civile indica invece alla pari le due parti tra cui si eserciterebbe la scelta ma per la Resistenza la parte giusta è una sola ed è quella portatrice di quei valori che storicamente hanno vinto e che avevano il consenso di tutte le popolazioni civili, per i resistenti la guerra è solo guerra di liberazione.

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Franzinelli Mimmo
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Nuto Revelli 1944

Nuto Revelli. militare e partigiano, nega che sia stata una guerra civile, anche se lo scontro - è innegabile - è stato anche tra connazionali ”non fu una guerra civile nel senso pieno del termine perchè i fascisti per noi erano diventati degli stranieri, come e forse più dei tedeschi. E non era neppure una guerra... la nostra gente non voleva più nemmeno sentire la parola guerra”. Insomma i resistenti cioè i partigiani, la popolazione civile che li sostenne, i cinquemila e più fucilati di Cefalonia, gli internati nei campi di prigionia in Germania sentivano con il loro comportamento di adempiere al loro dovere, quello di servire l’Italia, di riscattarla agli occhi del mondo perchè purtroppo essa aveva partorito il fascismo, mentre chi dava loro la caccia, li fucilava, li impiccava, li torturava serviva un esercito straniero e invasore comandato da uno degli uomini più sinistri della storia . Lo storico Mimmo Franzinelli ha rintracciato in una lettera testimonianza di un militare italiano sbandato, le motivazioni di una scelta che molti italiani come lui fecero.

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Emanuele Tiliacos

Emanuele Tiliacos, italo-ellenico, ma nato a Roma, dopo lo sfacelo dell’8 settembre si rifugia in Svizzera, dove potrebbe ricrearsi una vita per sé, vivere un amore, ma ad un certo punto la coscienza gli impedisce di vivere tranquillo. Scrive il proprio testamento morale prima di rientrare clandestinamente in Italia, dove sarà catturato in Valtellina e deportato a Dachau e lì muore il 31 marzo 1945. In questa lettera dell’8 luglio 1944 troviamo un passaggio chiave: “Quale ufficiale e soprattutto quale uomo, mi sentivo assolutamente diminuito e degno di disprezzo se non avessi dato un mio pur minimo contributo alla lotta che milioni e milioni di uomini combattono per la libertà e la giustizia. Questo riposare tranquillo in Svizzera mentre tutti soffrono e si battono per un mondo migliore mi era assolutamente impossibile da sopportare”. Nella previsione della cattura Tiliacos aggiunge: “Ho cercato il supremo onore di battermi contro i tedeschi e di liberare l’Italia. Anche se morirò sono ben felice di aver potuto offrire qualcosa in nome della libertà e dell’Italia”.

Franzinelli commenta: “Emanuele Tiliacos, insieme a tanti altri, ha voluto uscire dalla zona grigia dell’attendismo, perché – egli dice - in essa non c’era vita ma solo una sopravvivenza egoistica

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Teresio Olivelli

Ma questo che dovrebbe essere chiaro a tutti e sembra un’ovvietà continua a non essere chiaro ai detrattori della Resistenza. Certo questo periodo va letto in tutte le sue pagine anche nelle sue ombre, ma senza tralasciare che nella sua essenza la Resistenza fu una rivolta morale e le pagine di violenza di odio e di sangue che pure ci sono state e che sono innegabili, non cancellano però quella tenace volontà di amore che è stata il cuore della Resistenza europea ed italiana e che bene si esprime nella preghiera ” Ribelli per amore”del bresciano , militare e partigiano cattolico, fondatore delle Fiamme verdi

In un momento – egli dice - in cui pare non ci sia nulla da salvare bisogna gettare se stessi nell’inferno della vita con rischiosa ed intensa moralità, liberi non solo da ogni contaminazione ma anche dalla tentazione degli affetti, con l’animo proteso verso la nuova città. A questa nuova città noi aneliamo con tutte le nostre forze: più libera, .più giusta, più solidale più cristiana. Per essa lottiamo giorno per giorno perchè sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori, solo uomini che si liberano”. Martire e testimone, Teresio muore in campo di concentramento ad Hersbruck ( Flossenburg) il 12 gennaio 1945, colpito da un guardiano che gli sfonda il petto con un calcio. Il motivo? Lui che conosceva perfettamente il tedesco, era intervenuto per salvare un prigioniero che aveva visto preso a bastonate.

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prof Giuseppe Lazzat

L’ex internato , in un discorso a Milano, nel primo decennale del 25 aprile, ricordò la partecipazione dei cattolici alla Resistenza, i cattolici del no al fascismo, e sottolineò come per essi la scelta politica avesse acquistato un significato religioso,: l’affermazione di quella sintesi di libertà e giustizia che è l’amore, e la conquista dell’interiore certezza del senso religioso della libertà.

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Padre Davide Maria Turoldo.

Per , sacerdote, partigiano, scrittore e poeta, la R. può considerarsi addirittura una categoria teologale, può far parte della stessa concezione della vita. Infatti Cristo é sempre stato in uno stato di resistenza, di contrapposizione, segno di contraddizione. In un discorso pronunciato a Brescia il 31 maggio 1985, agli allievi dell’istituto tecnico “Benedetto Castelli” e che La fondazione Trebeschi nel 2012 ha recuperato e pubblicato perché ancora attualissimo, padre Turoldo afferma il valore salvifico della Resistenza. Egli dice testualmente: ”Che la Resistenza fosse e dovesse ritenersi un evento salvifico è scritto a tutta forza nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza sia dell’Italia che dell’Europa” E soggiunge: “Quelle lettere erano da leggere e tramandare di generazione in generazione, accanto e insieme ai più alti messaggi dell’umanità, documenti che dovevano segnare una nuova cultura, una nuova scuola, una più autentica predicazione, un arricchimento in fatto di attualizzazione degli stessi messaggi biblici , quali ad esempio il messaggio dell’Esodo” (...) E purtroppo constata: ”Ma tutto questo non è avvenuto, non è avvenuto questo tramando del messaggio delle lettere, non è venuta una nuova cultura, non è sorta una nuova scuola, non abbiamo fatto una nuova predicazione, abbiamo perso i valori per la strada...oggi abbiamo giovani senza ricordi, giovani astorici, generazione rapinata del dono della memoria e perciò incapaci o almeno inadatti a credere in un loro avvenire perchè non sanno nulla del loro passato... Così rischiano di essere alla mercè del cinismo e dell’indifferenza, quando appunto non si

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Piero Calamandrei

danno alla droga, quando molti non siano portati al disprezzo della stessa vita perchè appunto non sanno... Proseguendo il suo discorso cita un pensiero di : “I ragazzi delle scuole - lui dice così - imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi, non sanno chi fu quel giovanotto della Lunigiana che, crocifisso ad una porta, perchè non voleva rivelare i nomi dei propri compagni di Resistenza rispose:li conoscerete il giorno della Liberazione e non disse altro”.

La conclusione è pessimista :(...) Gente rapinata del ricordo e della coscienza - Io mi domando- questi giovani in che cosa potranno credere e sperare?” ma poi torna l’apertura alla speranza “ Ecco io vorrei che questo fosse il vero messaggio: La Resistenza non è finita, è stata frutto di pochi precursori che avevano seminato durante un ventennio, ma è stata anche più vasta semente per l’avvenire. E non dobbiamo scoraggiarci. Questo è quanto avevo premesso ad un libro che adesso uscirà con il titolo ”Ritorniamo ai giorni della Resistenza”

La preghiera del ribelle

Di Teresio Olivelli e Carlo Bianchi

Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce, segno di contraddizione, 
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa,
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te, fonte di libera vita, 
dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: 
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.
Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza.
Quanto piú s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti: ``Io sono la resurrezione e la vita’’ rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noila pace che Tu solo sai dare.
Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore