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A 75 ANNI DALLA MORTE DI GIOVANNI GENTILE


venerdì 3 maggio 2019 di Anna Maria Casavola

Argomenti: Storia


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Ci sembra doveroso ricordarlo e ricordare le circostanze della sua morte perché è stato una figura rilevante nel panorama della cultura italiana del secolo scorso e ha attraversato la vita di tutti noi non foss’altro per aver legato il suo nome alla riforma della scuola italiana, una riforma, che attraverso vari ritocchi, dura fino ad oggi.

Gentile non è stato solo un professore universitario, un formidabile organizzatore di cultura, il fondatore della Enciclopedia Treccani, è stato un filosofo, e esplorare la vita vissuta dei filosofi, come ci ha insegnato nella sua Storia della Filosofia Nicola Abbagnano, è una chiave importante per capire il nesso che lega le convinzioni teoriche all’agire pratico. Ora possiamo dire che Giovanni Gentile trasferì così tanto le sue convinzioni nell’agire pratico da segnare in maniera irreversibile la propria esistenza.

L’episodio che riverbera luce su tutta la sua vita è proprio quello della morte, una morte violenta, per mano di un commando gappista, ma secondo quanto dichiarò Benedetto Gentile ”Fatti come l’assassinio di mio padre possono difficilmente farsi risalire solo a precise responsabilità più o meno documentabili, di particolari mandanti. Di quella morte nel segreto della coscienza molti ebbero a sentirsi responsabili”

L’agguato indubbiamente è di matrice comunista ma l’infiltrazione, come in ogni fenomeno di lotta clandestina, è cosa da mettere sempre in conto, allo stesso modo è indubbio che l’autorità fascista non fece nulla per impedirlo, e nonostante si sapesse che la sua vita era minacciata, la vigilanza a protezione di Gentile era praticamente nulla.

Fu assassinato il 15 aprile del ’44, verso mezzogiorno mentre ritornava a casa da solo nella sua villa al Salviatino, presso Fiesole.

Una morte tragica che è sembrata l’epilogo naturale della sua scelta filosofica e di vita, catastrofe e catarsi insieme di quel peccato d’origine insito nell’ideologia totalitaria, cui egli aveva aderito senza riserve. Infatti egli percorse la strada che si era scelto fino alla fine.

Nel periodo più cupo per il fascismo, quello della RSI riconfermò la sua fedeltà al regime, così come aveva fatto in un altro periodo critico, nel 1924, dopo il delitto Matteotti.

Dopo l’8 settembre, anziché tenersi fuori dalla mischia, accetta la nomina di presidente dell’Accademia d’Italia, trasferita da Roma a Firenze.
Ritiene per lealtà cavalleresca e romantica verso l’amico Mussolini, che il suo posto sia lì al suo fianco, ma per consigliarlo, per impedirgli di commettere eccessi, per invitare gli italiani alla concordia, oltre le barriere ideologiche, nel nome della nazione, come già aveva fatto in precedenza, nel discorso dal Campidoglio, ai primi di luglio, dando prova certo di coraggio, ma anche di grande ingenuità politica.

Egli in quei terribili momenti dovette sentire, coerentemente alla sua concezione filosofica, che aveva una missione, la missione del dotto di fichtiana memoria, e questa intese svolgere in modo imparziale.

Così scrive a Mussolini per denunciare i metodi della polizia fascista e in pubblico attacca “tutti” per gli eccessi e gli eccidi compiuti a Firenze.

Suscita con questo comportamento gli odi degli oltranzisti, sia della banda di torturatori del magg. Carita, diretta emanazione delle SS. tedesche, sia di quel Giovanni Preziosi, filonazista, che teorizzerà, di lì a poco, sulla necessità di liquidare fisicamente, oltre gli ebrei, anche quanti avevano aderito “a quella specie di massoneria della concordia nazionale” fondata da Gentile.

Gentile non pensò alle conseguenze per sé, d’altra parte egli stesso aveva teorizzato, nella dottrina del fascismo (Enciclopedia XIV, pag. 847) che “vera vita è quella in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di sé, il sacrificio dei suoi interessi particolari e della sua stessa morte, realizza quell’essenza tutta spirituale, in cui è il suo valore di uomo”. . E se l’attentato fu, come sembra, su comando di Radio Londra, l’autorità fascista, come abbiamo detto, lasciò fare né ricorse a rappresaglie per vendicarne la morte, anche se è vero che la famiglia chiese espressamente che fossero rilasciati gli ostaggi arrestati.

Si trattò evidentemente, come è sottolineato nel libro del prof. Luciano Canfora “ Un mestiere pericoloso” di una morte annunciata, molti ci pensavano ma alcuni arrivarono per primi.

Insomma Gentile ad un certo momento doveva essere eliminato perché era diventato scomodo a tutti, fascisti ed antifascisti. Per questo, afferma Canfora, la sua morte ha qualcosa di socratico: è la morte del purus philosophus.

Così del resto l’aveva chiamato Croce da giovane, sentendo la sua diversità da lui.

“Gentile – sono le parole di Croce – veniva dalla tradizione di Bertrando Spaventa, io da quella di Francesco De Sanctis. Io sentivo che la filosofia doveva sorgere e trasfondersi insieme negli studi storici; inoltre, fin d’allora, notavo in lui quel che poi ho chiamato atteggiamento teologico a me poco confacente”.

Gentile, dallo zio Bernardo Spaventa aveva derivato l’impostazione totalitaria, di quel totalitarismo che è insito in ogni forma di idealismo assoluto.

Ciò lo aveva portato a simpatizzare per il fascismo allo stato nascente, che si presentava senza alcuna dottrina salvo quella nazionalista.

Gentile proietta in esso il suo ideale attivistico e ritiene che il proprio progetto culturale possa assurgere a progetto del fascismo.

Fulcro di questo progetto era la riforma della scuola italiana che, nelle sue intenzioni, doveva essere “diretta a far entrare nelle menti che cultura significa in primo luogo la grande difficoltà che si incontra nel tentativo che si faccia di conseguirla” (cfr. Sasso, Gentile in Dizionario biografico degli italiani, 53° volume pag. 195/212).

Gentile era fermamente convinto che questa non sarebbe potuta andare in porto, seguendo l’iter parlamentare e democratico e che solo un uomo come Mussolini, a colpi di decreto legge, avrebbe potuto realizzarla, come infatti fu nel 1923.

Di qui la sua decisione non necessaria di prendere la tessera del partito fascista, quando già era al governo chiamato da Mussolini come ministro liberale indipendente.

Per capire la vocazione totalitaria di Gentile bisogno rifarsi al particolare clima spirituale dell’Italia tra ‘800 e ‘900 e a quel diffuso sentimento antidemocratico, figlio non tanto dell’aristocraticismo e narcisismo dannunziani, quanto della delusione per la malattia insanabile da cui sembrava affetta la classe politica liberale dell’epoca e cioè l’abitudine ai compromessi, le lungaggini burocratiche, l’attendismo, la lontananza dai bisogni del paese reale.

Ciò aveva fatto apparire la democrazia, svuotata della sua sostanza ideale, come una sorta di tirannia della maggioranza o peggio come una copertura legale di sotterranei giochi di potere e di interessi economici.

Lo stesso clima che porterà Luigi Pirandello, anche lui siciliano, anche lui un purus e apolitico come amava definirsi, a sperare, per la redenzione del meridione d’Italia, in uno Stato forte.

Rileggiamo ciò che fa dire ne “Il fu Mattia Pascal” al suo personaggio “…la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual’e? La democrazia, mio caro, la democrazia cioè il governo della maggioranza. Perché quando il potere è in mano di uno solo, quest’uno sa d’essere uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata di libertà…”.

Così poiché da più parti si voleva un cambiamento del sistema politico fondato sull’effettivo bene comune e sulla rapidità delle decisioni e sulla forza necessaria per tradurle nella realtà, ai fascisti, nonostante fossero una minoranza e avessero fatto uso di metodi violenti, si aprì la strada del potere attraverso le vie legali.

Per Gentile che era cresciuto nel culto mazziniano della nazione, esperienza determinante era stata quella della I guerra mondiale che gli rivelò – egli era allora giovane professore alla Normale di Pisa – la sua passione per la politica. Infatti “Guerra e fede” si intitola la sua raccolta di scritti composti in quel periodo.

La guerra egli la visse trepidante come grande occasione rigeneratrice, evento assoluto, recante in sé il segno di una tal quale superiore provvidenzialità.

A Gentile la guerra era sembrata come la continuazione del Risorgimento e anche nel fascismo figlio di quella guerra, egli vide questa continuità ideale mentre un liberale come Luigi Salvatorelli ci vide l’antitesi netta.

Il fatto che i fascisti fossero una minoranza nel paese non lo sgomentava poiché anche nel Risorgimento una minoranza audace e coraggiosa aveva fatto l’Italia.

Nel “Manifesto degli intellettuali fascisti” da lui elaborato nel 1925, il fascismo è definito un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della nazione italiana “un movimento politico e morale che cominciò ad essere come la giovine Italia mazziniana la fede di tutti gli italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento, fede, energia violenta non disposta a nulla rispettare che si opponesse alla vita e alla grandezza della patria”.

Nel 1937 Gentile cominciò un percorso un po’ defilato rispetto al regime fascista e lasciò la direzione dell’Istituto fascista di Cultura, sembra perché Achille Storace aveva imposto il cambiamento in Istituto nazionale fascista di Cultura.

Non è cosa di poca importanza per Gentile perché il nuovo nome non stabiliva quell’identità forte che lui sosteneva esserci tra cultura nazionale e fascismo. Evidentemente il suo defilarsi era causato dalla constatazione che il suo progetto di cultura non era più condiviso e non aderiva più alla politica culturale del fascismo.

All’Enciclopedia, dove lavorò ininterrottamente dal 1925 al 1943, Gentile non chiedeva tessere, chiamava a collaborare fascisti e non fascisti, mentre in quegli stessi anni Teresio Interlandi, direttore del Tevere e della rivista La difesa della razza, sentenziava: “Chi non è fascista non ha diritto di cittadinanza nella cultura italiana”

Come spiegare il comportamento di Gentile? Nella sostanza sarebbe rimasto un liberale? – No –

Il suo totalitarismo non si mette in discussione, ma egli, non essendo di temperamento autoritario e non amando la repressione, attua una strategia collaborativa: egli utilizza tutte le risorse della nazione disponibili per la produzione di cultura e, per il resto, ritiene che bisogna avere la saggezza elementare della pazienza, a poco a poco, naturalmente, senza imposizioni controproducenti, il fascismo avrebbe permeato di sé tutta la cultura.

Pure nel 1925 egli aveva imposto il giuramento ai professori universitari scatenando in Italia una battaglia culturale e provocando di conseguenza il pronunciamento di Benedetto Croce.

Per quanto riguarda il suo atteggiamento verso le leggi razziali, anche qui occorre distinguere tra il comportamento pubblico e privato.

In privato egli aiutò e procurò lavoro agli ebrei perseguitati, sia tedeschi dopo le leggi razziali del ’33, sia italiani, dopo quelle del ’38.

In pubblico, però, non fece sentire la sua voce autorevole per prendere le distanze dalla concezione pseudoscientifica della razza, antitetica alle sue premesse spiritualiste.

Evidentemente non ritenne opportuno fare pubbliche proteste per quella sua idea della concordia nazionale e della necessità di non introdurre elementi di disgregazione e di separazione.

La stessa idea cui si attaccherà durante i tempi della RSI.

Comunque, resta il fatto che, dopo l’8 settembre, per lui lo Stato legittimo era e non poteva che essere lo Stato fascista, anche se in quel momento era uno Stato fantoccio nelle mani di Hitler.

Poiché lo Stato per Gentile non è tale per un patto sottoscritto come nella tradizione contrattualistica dell’illuminismo che lascia in piedi tutte le garanzie di libertà dei cittadini, ma sorge in quanto incarnazione dello Spirito universale.

Quindi Stato etico cioè supremo valore al di sopra delle coscienze individuali, espressione della volontà di quei pochi e di quell’uomo che detengono il potere in quanto portatori dello Spirito. Lo Spirito che è in tutti, così la coattività dello Stato e delle norme giuridiche diventa la libertà dell’individuo, il diritto e la morale si identificano, come si identificano lo Stato e l’individuo, la libertà e la necessità.

Nel filosofo Gentile quindi viene a galla in modo macroscopico quello che è il peccato d’origine dell’idealismo romantico, quella tendenza che tende a giustificare l’esistente e a rivestire di una forma elogiativa necessariamente la realtà stessa.

Se la ragione – secondo la formula hegeliana – domina il mondo e vi abita, la presenzialità ed il fatto acquistano il loro primato, giacché non sono che l’eterna presenza della ragione a se stessa (cfr. Nicola Abbagnano, volume II pp. 724 , 728, UTET).

E allora se tutto è come deve essere, evidentemente non c’è modo di riconoscere il male come male e l’errore come errore.

Secondo Gentile l’errore è errore in quanto è superato, in quanto in altri termini sta dirimpetto al concetto nostro come suo non essere, cioè l’errore è la realtà stessa al di qua della sua realizzazione.

Altro fatto indimostrato e gravido di responsabilità è la pretesa del filosofo idealista di parlare in nome della ragione e dello spirito infinito col quale si identifica per cui gli altri uomini non esistono veramente per lui, ovvero esistono in quanto si identificano con lui stesso o con lo spirito assoluto. Infatti, il filosofo idealista non dialoga, impone perché ha il monopolio della verità.

Ora come osserva Nicola Abbagnano la comprensione degli altri non è assimilazione degli altri a se stesso o che é lo stesso alla ragione infinita che ognuno porta in sé … è una comprensione diretta all’alterità degli altri e quindi rafforza e garantisce autonoma e degna questa alterità.

Il peccato di Gentile, come fu quello di Hegel, fu di avere annullato nell’io assoluto tutte le differenze e così facendo di avere perso contatto con l’uomo reale e concreto.

Ma il banco di prova di ogni filosofia è pur sempre la realtà, perché è con essa che si devono fare i conti. Più fortunato di Gentile, Friedrick Hegel (1770 – 1831) che visse in un periodo di relativa tranquillità garantita dal congresso di Vienna e forse poté morire ancora saldo nelle convinzioni della sua consolante filosofia.

Gentile ebbe invece modo di vedere il mondo squassato da una guerra senza pari, e lui stesso direttamente e amaramente coinvolto : forse più dell’agguato mortale, sulla via del ritorno, dovette essere tragico per lui il momento dello svelamento della realtà, e dello spegnimento di ogni illusione.

Anna Maria Casavola