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Decadentismo

ATTUALITA’ DEL PENSIERO DI ITALO SVEVO


mercoledì 8 giugno 2005 di Silvana Carletti

Argomenti: Letteratura e filosofia


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L’esperienza letteraria di Italo Svevo si inserisce nel Decadentismo, similmente a Luigi Pirandello, ma con caratteristiche ed esiti differenti.Come avveniva in Europa con Proust, Kafka, Musil e Broch e richiamandosi alla tradizione occidentale, i due autori introducono un tipo di “racconto” che si distacca dalle trame e dalla cronologia dell’azione, accentuando su di un personaggio la ricerca analitica della dimensione esistenziale, esplorando le zone più nascoste del subconscio e scoprendo, così, una realtà interiore indefinibile ed inquieta. E, da allora, si apre la via al romanzo d’analisi e al teatro moderno. In Svevo, lo studio della condizione dell’uomo e il problema della libertà individuale sono alla base della sua narrativa. Attraverso l’utopia socialista e la contestazione del mito borghese del successo, egli approda alla psicoanalisi, sconosciuta agli scrittori precedenti. La sua certezza che la solitudine e l’alienazione sono causa della “malattia” che corrode lo spirito e ne determina la nevrosi identificata nel personaggio dell’”inetto”, cosciente dell’inutilità di ogni sua azione e dell’inevitabile sconfitta, è un’intuizione di estrema attualità, anche nell’epoca moderna. Tutta l’opera letteraria di Svevo rispecchia tale convinzione e, attraverso la lettura dei suoi tre romanzi, si assiste al graduale approfondimento del senso di incomunicabilità e di angoscia che domina l’uomo di allora e di oggi, i cui valori morali e civili sono in profonda crisi. Elemento fondamentale della poetica sveviana fu, dunque, la nevrosi, intesa come realtà esistenziale presente nell’uomo, dopo la delusione del crollo degli ideali giovanili. Su questo tema si sviluppano i primi romanzi “Una vita” e “Senilità”, i cui personaggi sono narrati alternativamente con ironico distacco e viva partecipazione da parte dello scrittore. Sono degli “inetti”, pieni di contraddizioni ed incapaci di affermarsi nella vita e di conseguire il successo che rincorrono affannosamente. Nella scelta di tali contenuti e aspetti del vivere il suo tempo e nella critica dell’arrivismo sociale, Svevo rivelava la propria condizione di letterato nella realtà storica, politica e culturale della sua città, Trieste, terra d’incontro di varie culture e tendenze (prima di tutto quella austriaca)che se, da una parte risultavano innovative e stimolanti, dall’altra, provocavano in lui, un senso di indecisione e di incertezza. L’impossibilità, comunque, di uscire dalla condizione nevrotica esistenziale costituisce il dato più singolare del primo impegno narrativo dello scrittore. L’incontro con James Joyce e la lettura di Freud offrirono a Svevo occasioni e spunti per riprendere, dopo anni di silenzio, con il suo più celebre romanzo “La coscienza di Zeno”, la tematica preferita, quella dell’analisi psicologica e psicoanalitica del mondo interiore. In quest’ultimo romanzo, egli porta all’estremo limite la condizione individuale ed universale della nevrosi, in una visione amara ed impotente della vita, che sembra riflettere la sua personale esperienza di scrittore, consapevole del proprio isolamento dai movimenti culturali del tempo. Zeno Cosini, il protagonista, vive il dramma di una intera generazione, “malata” dal progresso della civiltà tecnologica e dal conseguente interesse per il denaro, il profitto e il successo, da cui è impossibile non essere coinvolti. La società consumistica non è in grado, però, di soddisfare i bisogni più intimi dell’uomo e di sanare il senso di impotenza e di inettitudine che ogni essere umano porta dentro di sé. L’epilogo, secondo Svevo, sarà tragico: la morte e la totale distruzione del cosmo, finchè la terra ”...liberata da malattie e parassiti riprenderà ad errare nei cieli, in forma di nebulosa”. Le pagine del romanzo che narrano la distruzione del mondo sono tra le più pessimistiche e sconvolgenti che siano mai state scritte. In esse, lo scrittore condanna l’operato degli uomini “..che si sono messi al posto degli alberi e delle bestie” e hanno inquinato l’aria, togliendo spazio agli altri esseri viventi. Gli animali, che hanno soltanto funzioni fisiologiche, si sono organizzati per sopravvivere, con le sole proprie forze, mentre l’uomo ha creato ordigni distruttivi fuori di sè, che generano, a loro volta, malattie e disordini, finchè l’uomo inventerà un ulteriore ordigno micidiale e lo farà esplodere e “...la terra riprenderà a vagare nell’universo.” Le ultime pagine del romanzo si concludono con questa visione apocalittica che, comunque, ai giorni nostri appare di drammatica attualità, se il genere umano non metterà un freno al dilagare dei fenomeni dannosi e deleteri per il genere umano. La violenza, la frenetica ascesa al potere e al benessere economico, le lotte fratricide, la progressiva, inesorabile distruzione della natura, dovuta all’inerzia e all’inquinamento, la perdita di ogni valore morale ed ideale stanno portando l’umanità verso la rovina e la terra alla morte. Le parole di Italo Svevo sono, dunque, verosimilmente profetiche per i nostri tempi. A differenza dell’”inetto”sveviano, però, l’uomo moderno dovrebbe riflettere e non subire passivamente la catastrofe, adoperandosi attivamente per evitarla, con tutti i mezzi e le possibilità che la sua condizione di “essere ragionevole” gli fornisce, purchè lo voglia.