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UNA TRISTE STORIA DI LAZZARETTI


lunedì 15 marzo 2021 di Achille della Ragione

Argomenti: Storia


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L’origine del nome lazzaretto viene comunemente fatto risalire all’isola veneziana di Santa Maria di Nazareth, sulla quale nel XV secolo sorse un luogo di quarantena chiamato nazzaretto, nome successivamente distorto in lazzaretto anche per sovrapposizione con il più famoso lebbroso della storia, Lazzaro, protagonista della parabola evangelica.

Spesse mura di cinta, e confinamento forzato, per isolare totalmente i focolai di contagio. C’è stato un tempo, ed è un tempo di cui non dovremmo disperdere la memoria, in cui l’unica difesa possibile dalla diffusione delle pestilenze - che per secoli hanno afflitto l’Europa causando milioni di morti - era la creazione di invalicabili cordoni sanitari per impedire che il morbo si propagasse. Nacquero così i famigerati lazzaretti, luoghi di confinamento e di isolamento per portatori di malattie contagiose, in particolar modo di lebbra o di peste.

Nelle città di mare, in particolare, persone e merci provenienti da paesi di possibile contagio dovevano trascorrere un periodo di isolamento la cui durata, spesso, era di quaranta giorni (da cui il termine quarantena). Spesso, però, questo periodo durava ben più dei quaranta giorni e gli stessi lazzaretti si riempivano di ammalati che, a causa delle precarie condizioni igieniche, del sovraffollamento e della promiscuità, morivano nel giro di pochi giorni.

C’è stato un tempo in cui anche Napoli aveva il suo lazzaretto. Si chiamava Isolotto del Coppino, o Chiuppino, e si trovava tra l’isola di Nisida e la terraferma, oggi inglobato (come un piccolo slargo) nel ponte di collegamento costruito nel 1934. Il lazzaretto venne istituito tra il 1626 e il 1628, per ospitare i malati di peste. Le rovine dell’antico Isolotto di Chiuppino sono riconoscibili in vecchie stampe e in foto anteriori al 1934, anno in cui fu realizzata la strada ponte.

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I resti dell’antico lazzaretto

In una delle sue favole più belle, La leggenda dell’amore, Matilde Serao immaginò che Posillipo fosse «un giovane festevole senza chiasso e serio senza durezza: chi lo vedeva lo amava»; mentre Nisida, la sua regina di cuori, una donna fatta di «pietra levigata, dura e glaciale». Erano destinati a vivere uno di fronte all’altra, senza potersi toccare, divisi da un invalicabile istmo di terra. Quel piccolo istmo, o lembo di terra, conserva ancora oggi la memoria di un luogo dove gli uomini erano costretti a vivere senza poter toccare gli abitanti della terraferma. Un luogo, però, tutt’altro che mitico, o leggendario: il lazzaretto della città, monumento di pietra ad antiche paure che credevamo sepolte, che oggi versa in condizioni irriconoscibili.

Nisida è l’isoletta dell’arcipelago Flegreo collegata alla zona di Coroglio-Bagnoli che guarda verso Posillipo; è ricca di storia, come i resti del leggendario Lazzaretto sullo scoglio del Chiuppino.

«FILIPPO IV REGE Antonius Alvarez Toletux Dux Albae Prorex Purgandae stis Probandae Valetudinis Stationem Vitandum ob contagium Ab Continente, Oraque Pausilipi AEstivis caloribus celeberrima Huc in Insulam Amplificatus, Salubrisque Ablegavit Anno Magistratus III Tontatae Pestilentiae Trinacrie I. Salatis hum. CIC. IC. CXXVI». Questa lapide fu posta sull’isolotto del Chiuppino nel 1593, un tempo non collegato a Nisida, e testimonia la costruzione di un Lazzaretto voluto dal duca d’Alba Antonio Alvaro de Toledo al tempo dell’epidemia di peste che dilagò in Sicilia, minacciando le rotte commerciali con il Mediterraneo. Il Lazzaretto di tipo mercantile fu pensato (fra i primi in Europa) per raccogliere tutte le merci provenienti dai luoghi contaminati, sospettati di peste (oggi le indicheremo come zone rosse o focolai) e sottoposte a quarantena prima di raggiungere la terraferma scongiurando il contagio nel Viceregno di Napoli; il progetto per quanto atteso, fu attuato successivamente a causa di continue ondate epidemiche provenienti dal mare. Chiuppino si presenta di consistenza tufacea con grotte e insenature ma è citato come scoglio; sin dall’antichità i romani intuendo il suo potenziale commerciale, adottarono l’isolotto e lo perforarono per costruire una galleria lunga 128 metri (oggi semi-sommersa) impiegata come via di comunicazione con tutta la zona portuale di Nisida.

L’ex isola del Chiuppino, sprofondata a causa del fenomeno del bradisismo, è stata inglobata nei lavori di collegamento con la terraferma, ma è proprio qui che sorgeva il famoso lazzaretto nel XVII secolo.

Nel 1619 gli Eletti di Napoli a causa del dilagare di nuova epidemia e per scongiurare che il flagello si abbattesse sulle coste della penisola, deliberarono la costruzione di un lazzaretto sull’isoloto del Chiuppino stanziando la cifra di 4800 ducati che fu realizzato tra il 1626-28, impiegato principalmente per mettere in quarantena tutte le merci che giungevano dalle navi e dalle imbarcazioni del Mediterraneo così come i loro equipaggi, sospettati di aver contratto il contagio in altri porti e paesi.

Il sistema sanitario sul mare, aveva escogitato un programma alquanto efficace: tutte le navi di transito a Nisida, venivano affiancate dalla Feluca della Sanità su cui operavano i Deputati della Salute che ispezionavano l’imbarcazione e il loro carico, e in seguito controllavano le bollette sanitarie e la patente. Se il test di buona salute dava esito negativo, le navi erano autorizzate alla libera circolazione ovvero all’ingresso nel porto e nel regno, viceversa in caso di esito positivo, le navi venivano dirottate a Nisida e obbligate alla quarantena.

In caso di positività, l’intero equipaggio veniva sottoposto all’isolamento e condotto in appositi alloggi con dei costi stabiliti da un tariffario (dai documenti si leggono lamentele per dei costi considerati eccessivi) e tenuti sotto stretta osservazione sanitaria mentre la merce ritenuta contagiosa, come panni di lana, seta, cotone, lino, tappeti, pellami e persino i tabacchi, subivano una specie di sanificazione attraverso la pratica dello «sciorino» cioè una prolungata esposizione al sole e all’aria, giudicate disinfettanti. Le merci più sensibile come libri, carte e lettere, ricevevano processi di fumigazioni anche con l’aceto. A tutto ciò provvedevano gli addetti alla sanificazione che garantivano la certificazione.

Superata la quarantena, gli equipaggi venivano rilasciati e muniti della nuova «Patente della Salute» e la merce non più contaminata, immessa liberamente sul mercato.

Qui si contano anche storie di furti e contrabbando di merce, simili alle nostre preziose mascherine anti Covid-19 fabbricate e vendute illegalmente. Questo provvedimento sanitario adottato nel 1624 durante il Viceregno spagnolo a Napoli ebbe un ruolo rilevante per contenere in parte l’epidemia via mare, questo perché i controlli nei porti del Mediterraneo e la carenza di misure di igiene erano poco affidabili, fatta eccezione per il Porto di Napoli che intensificò i controlli e tenuto sotto osservazione. Il Lazzaretto del Chiuppino rimase attivo fino al XIX secolo e di volta in volta rimaneggiato e ingrandito per accogliere durante le varie fasi e scie epidemiche tra cui il colera, circa 6.000 persone. L’isolotto fino al 1775 era ancora separato da Nisida mentre nei primi decenni del 1800 fu costruito un terrapieno su antiche strutture romane portuali che collegò Chiuppino a Nisida e successivamente tutta l’area divenne sotto il regime Borbonico, una fortezza di sicurezza, un carcere; la stessa funzione che mantiene tutt’ora destinata al recupero dei minori con interventi socio-culturali. Per il recupero dei minorenni si ricorda la visita e l’intervento di Eduardo De Filippo, da poco nominato senatore a vita, che propose di riscattare quei giovani, attraverso la realizzazione di un laboratorio teatrale come sano impegno culturale e civile. Il 25 Giugno del 1935 il Lazzaretto del Chiuppino venne demolito e muore anche la sua leggendaria storia, reduce di contenimento da epidemie, di isolamento e di quarantena che oggi dal mare sembra gorgheggiare. Nello stesso anno fu costruito il collegamento di Nisida e Chiuppino alla terraferma, attuati i lavori per la scogliera e sistemato il manto stradale dell’isola. Suoi resti del Chiuppino, venne fondata nel 1945 l’Accademia Aeronautica Italiana, dismessa definitivamente nel 1961 come in seguito il deposito di munizioni della NATO.

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Ingresso Chiesa S.Maria della pace

Ma il lazzaretto che tutti conoscono, anche se solo di nome è quello sito nel complesso monumentale di Santa Maria della Pace, che comprende l’ospedale dei frati ospedalieri di San Giovanni di Dio (eretto nel 1587), l’omonima chiesa e la sala del Lazzaretto; l’insieme si erge in via dei Tribunali, prima che questa sbocchi di fronte al Castel Capuano, subito dopo la piazzetta Sedil Capuano.

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Cortile interno chiesa S.M.della pace

Il complesso è sorto intorno ad un antico palazzo nobiliare costruito da Giovanni Caracciolo agli inizi del XV secolo. L’architettura dell’antico edificio è ancora riscontrabile nel portale d’ingresso, che, in stile gotico, è caratterizzato da un grande arco polilobato. Pietro De Marino progettò la chiesa, che fu iniziata nel 1629 e conclusa nel 1659; il tempio venne consacrato a santa Maria della Pace perché fu ultimato nell’anno in cui venne sancita la pace tra Luigi XIV di Francia e Filippo IV di Spagna.

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La sala del lazzaretto

La chiesa è a croce latina ad una sola navata e presenta tre cappelle per lato. L’interno fu restaurato dopo il terremoto del 1732 ad opera di Domenico Antonio Vaccaro; di Donato Massa è l’impiantito in cotto e le splendide piastrelle maiolicate, create secondo un disegno del medesimo Vaccaro. L’abside è di Nicola Tagliacozzi Canale. Vi si accede grazie ad un grande scalone, la cui entrata è sulla sinistra del vestibolo. La sala è detta del Lazzaretto poiché, questo luogo, era uno dei pochi della città che accoglieva i lebbrosi, gli appestati ed altri malati infetti. La sala è lunga 60 metri e sul fondo è possibile ammirare l’altare in marmi commessi del XVIII secolo, che anticamente separava l’ambiente principale dal gabinetto medico.
Alta 12 metri e larga 10, presenta inoltre un ballatoio che corre lungo le pareti, posto a mezza altezza e che in origine era usato per servire cibo e bevande agli appestati al fine di evitarne il contagio. Gli affreschi di Andrea Viola e Giacinto Diano sono collocati sotto la volta e tra le finestre. Sono in precarie condizioni, ma erano splendidi, soprattutto quelli del Diano, un pittore che invito i lettori a conoscere meglio consultando un mio scritto a lui dedicato, digitando il link http://achillecontedilavian.blogspo....

In seguito, fino al 1960, il lazzaretto è stato trasformato in un cronicario per anziani affetti da malattie senza speranza ed è stato sempre in condizioni pietose come testimoniano le foto(fig. 7 – 8 – 9 – 10) che proponiamo al lettore.

Conclusa la sua funzione para sanitaria, nonostante le buone condizioni di conservazione, è vergognosamente negato alla fruizione di napoletani e turisti e sporadicamente utilizzato per eventi culturali, come la fiera del libro che si svolse nel 2017. Achille della Ragione